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    Il nome della CITTA' ETERNA


    Comunemente lo si fa derivare dal nome di Romolo, il suo fondatore.
    In realtà, la provenienza di questo nome é controversa.
    Alcuni studiosi lo fanno derivare dal termine etrusco  Rumon, ossia Fiume e dunque:    Città del Fiume.
    Secondo altri, dall'osco Ruma, cioé Colle e dunque: Città del Colle.
    Ma anche da  Rumina   o  Rumia,  Divinità antica protettrice dei bambini e degli agnelli.

    Secondo la leggenda più accreditata a fondarla fu Romolo.
    All'epoca era un pastore diciottenne che con il fratello Remo decise di fondare una città.
    Fu scelto il posto dove i due erano stati esposti e salvati e per decidere quale dei due dovesse regnare sulla città, si affidarono al responso degli Auguri, ossia del  voli degli  uccelli.
    Romolo si pose sul Palatino e Remo salì sull'Aventino e precisamente sul Saxum Sacrum e fu questi ad avvistare per primo sei avvoltoi.
    Romolo ne avvistò dodici, ma dopo il fratello.
    Ne nacque una discussione seguita da una rissa che coinvolse i seguaci di entrambi i fratelli.
    Remo restò ucciso da uno dei Celeres, i 300 cavalieri al servizio di Romolo.
    In onore del fratello, che fece seppellire proprio sul Saxum Sacrum e per espiarne la colpa, Romolo istituì ( ci dice Ovidio nei suoi Fasti ) la festa Remaria.

    Conosciamo tutti la storia di Romolo e Remo, ma per chi l'avesse dinenticata, eccola qui, come ci é stata tramandata.
    Erano figli di Rea Silvia, figlia del  Re di Albalonga, discendente di Enea,  e di Marte, il Dio della Guerra.
    Rea Silvia, però, era una vestale ed aveva infranto il voto di castità, per il qual reato era prevista una terribile morte: sepolta viva.
    I due neonati le furono sottratti e condannati ad essere esposti. 
    Posti dentro una cesta, i due gemelli furono abbandonati in balia delle acque delTevere. Dopo un lungo percorso, la cesta raggiunse la palude del Velabro e si fermò tra i canneti nei pressi dell'antro del Fauno Luperco (che tiene lontano i lupi), proprio davanti ad un grosso fico: il Ficus Ruminalis.
    Una lupa si avvicinò alla cesta con i due gemelli ma, invece di sbranarli, li accolse nella sua nidiata, li nutrì e li accudì. Fino a quando Faustolo, pastore del nuovo Re di Albalonga, non li trovò e li portò da sua moglie Acca Laurenzia che li allevò assieme ai propri figli: i 12 Arvali, sacerdoti di divinità agresti.
    Fu Acca Laurenzia ad imporre ai gemelli i nomi di Romolo e Remo

    ROMOLO e REMO.... gemelli capo-banda


     

     

     

     

    ROMOLO  E  REMO... gemelli capobanda

    Conosciamo tutti il mito di Romolo e Remo: la loro nascita, la sorte di "esposti" in una culla di cannicci in balia delle acque del Tevere, la lupa che li salva e protegge, Faustolo e la moglie Acca che li allevano amorevolmente.
    E' qui che li lasciamo, intanto che crescono.
    Ma che cosa fanno nel frattempo i due gemellini?
    Pur ignorando di essere figli nientemeno che del Dio della guerra, Marte,  dal papà  i due hanno ereditato pregi e difetti: coraggiosi ed attaccabrighe, ben presto si mettono a capo di una banda di giovani teppisti e si danno a scorrerie e ruberie in tutta la regione.
    Inutile ogni tentativo di fermarli, da parte dei malcapitati pastori e contadini, fino a quando Remo non  viene catturato durante una di quelle feste un po'  orgiastiche i "Lupercalia",  in onore di Pan,  a cui i giovani partecipano sempre assai volentieri.
    Condotto in presenza del Re di Alba, Amulio,  Remo é accusato di aver rubato assieme ai  compagni nei campi di Numitore, fratello del Re.
    Questi consegna il ragazzo al fratello dicendogli di farne ciò che vuole.
    Faustolo, però, il padre putativo, decide di rivelare a Romolo la loro vera identità e cioé, che lui e Remo  sono figli di Marte e della vestale Rea Silvia, figlia di Numitore, re di Alba spodestato dal fratello Amulio.
    A questo punto Romolo organizza un esercito, però il  fratello Remo, cui Numitore ha restituito la libertà scoprendone la identità di nipote, muove guerra ad Amulio che rimane ucciso.
    Il Regno  viene restituito a Numitore, il legittimo Sovrano e i due gemelli tornano nel luogo dove sono vissuti e dove  decidono di fondare una nuova città.... questa, però, è una delle tante versioni dei fatti... quella che circola comunementi tra i banchi di scuola... però...

     

     

     

    I GEMELLI ALBANI

     

    Conosciamo tutti il mito latino di Romolo e Remo, i gemelli figli di Marte e Rea Silvia, così come ci é stato tramandato da Dionigi, Tito Livio, Plutarco… Ma che cosa sappiamo, invece, del mito più antico, quello italico?
    Innanzitutto i loro nomi non erano Remo e Romolo, ma Romo e Romolo e Romolo significa: piccolo Romo.
    Una versione, quella latina e successiva, piuttosto castigata e manipolata, rispetto a quella antica dei “palaiotatoi mytoy”, i  “racconti antichissimi”,  sboccati e licenziosi, tramandati a voce, raccolti e riportati dal greco Promatione nel suo “Storia d’Italia”, peraltro andato perduto, a parte i riferimenti riportati da Plutarco.
    Un racconto assai diverso da quello da noi appreso sui  banchi di scuola; un racconto a tinte fosche, sguaiate e scurrili.
    Eccolo qui!
    Facciamo  un salto indietro  fino ad una notte di metà ottobre del 771 a.C.  e raggiungiamo la città di AlbaLonga poiché,  come nella nuova versione del mito, anche in quella più vecchia ed apocrifa (perché tale è!)  fu proprio lì che ebbe inizio ogni cosa.
    Tarchizio, Tiranno di Albalonga, stava tranquillamente dormendo quando fu svegliato dalle grida scomposte dei servi terrorizzati  da uno strano fenomeno: una “cosa” fiammeggiante e mostruosa si era materializzata nel focolare domestico e minacciava tutti.
    In verità, il mostro aveva un aspetto inquietante e di fuoco ardente, sì, ma decisamente familiare: quello di un fallo maschile e tutte le donne presenti, prese da panico e terrore, fuggivano scompostamente di qua e di là.
    Per un po’ la mostruosa creatura le inseguì, ma poi finì per fermarsi in una  stanza vuota che il Re, tutt’altro che coraggioso, comandò di sprangare subito, indi, inviò messaggeri in Etruria ad interrogare un certo Oracolo: Tetha.
    La risposta dell’Oracolo fu senza dubbio assai particolare, ma non proprio singolare per l’epoca ed i prodigi che continuamente si presentavano: il ProtoNume,  manifestatosi    come Ignis, il Fuoco-personificato, ordinava di volersi unire ad una fanciulla vergine perché:
    “… da lei – riferì il messaggero -  nascerebbe un figlio tale da innalzarsi su tutti gli uomini come il più illustre, forte e coraggioso.”
    Re Tarchezio, in realtà, aveva capito fin dall’inizio le intenzioni del Dio-Grande degli Italici : egli voleva un nuovo figlio, forte e vigoroso, capace di dar vita ad un nuovo popolo. Voleva un nuovo figlio simile ad Ercole e per questo si era manifestato attraverso il Dio-Ignis, forte, vigoroso e violento.
    Un ordine perentorio, inquietante e soprattutto minaccioso per lui: da un tale ardente amplesso con una vergine, pensava preoccupato il Tiranno,  sarebbe  nato un bambino che crescendo sarebbe diventato forte e illustre più di tutti… più di lui, il Re, il Tiranno di Albalonga.  Un  ordine giunto per bocca di un oracolo etrusco a cui non ci si poteva ribellare.
    Un bel dilemma!
    Non ubbidire all’Oracolo sarebbe stata una sfida al Fato, ben  lo sapeva Tarchisio e il Fato era una Forza  che non si lasciava  ingannare da nessuno, Divinità comprese. Ubbidirgli, però, sarebbe stato come consegnarsi a lui e decretare la propria rovina,    poiché il “figlio del Fuoco”, appena cresciuto,  per prima cosa si sarebbe liberato di lui.

    Che cosa fare per scongiurare la minaccia, si sarà chiesto il Tiranno. Una soluzione c’era, che lo avrebbe salvato dalla rovina e che avrebbe anche potuto accrescere il suo potere.
    Re Tarchisio  aveva una figlia. Proprio in età da marito.  Diventare suocero di un Dio  e nonno di un Semi-Dio era un’aspirazione tutt’altro che mavagia.
    Qualcosa, però, mortificò i suoi sogni di grandezza: appena al cospetto di quella  mostruosa “cosa”, la sua bella figliola si lasciò cogliere da profondo disgusto e  pensò bene  di farsi sostituire da una schiava.
    Ignaro dello scambio. il Tiranno cominciò l’attesa dei nove mesi; strada facendo, però, si accorse che ad essere incinta non era sua figlia, ma la di lei ancella.
    Suo primo impulso fu di disfarsi di questa e del frutto del suo seno, ma a trattenerlo dal mettere in atto  quel proposito fu la paura dell’inevitabile reazione del Dio-Fuoco.
    Con pazienza attese la scadenza.
    Una nuova sorpresa, però, era ad attenderlo: i neonati erano due e non uno.
    Una grossa complicazione davvero, poiché uno solo dei due poteva essere il  Figlio del Fuoco.  Ma quale? Lo sapevano tutti che da un amplesso amoroso poteva nascere un solo bambino. La nascita di due gemelli   era un evento prodigioso e significava che i rapporti avuti non potevano essere che due con lo stesso uomo oppure due con due uomini diversi.
    Che la fanciulla avesse avuto rapporti con due uomni era più che evidente: lo avevano visto tutti che il Dio-Ignis si era intrattenuto per un solo rapporto.
    E allora?
    Allora,  solo uno di quei due bambini era un Semidio, l’altro era solo un bambino.
    Per risolvere la faccenda, il Tiranno ricorse al sistema più semplice, sbrigativo e soprattutto in auge a quei tempi: esporre i due gemellini, sperando che tutti si dimenticassero di quel prodigio che… che dopotutto non era unico né il primo.
    Chiamato Tirezio, servo fidato ed incorruttibile,  gli affidò una cesta da abbandonare, attraversata l’ampia  pianura,  dall’altra parte del grande fiume. In quella cesta c’erano i due gemelli che egli aveva separato dalla madre.
    Faustolo porta i gemelli ad AccaLaurenzia

    Il Tiranno era certo che Dio-Ignis avrebbe evitato la morte  a suo figlio e così fu.
    La cesta fu raccolta e i gemelli tratti in salvo da una lupa, animale sacro a Marte, che provvide a nutrirli e proteggeeli. Dopo la lupa a nutrirli arrivò un altro animale sacro al Dio della Guerra, un picchio ed infine giunsero due umani: Faustolo e Plistino, i quali raccolsero la cesta e la portarono ad Acca Laurenzia, moglie di Faustolo.
    Fu propro costei, secondo la primitiva ed apocrifa versione del mito a dare i nomi ai due gemelli. Chiamò Romo, da “rumon”, ossia fiume, il primo: quello più bello, forte e robusto e Romolo, cioé “il Romo più piccolo”, il secondo, più piccolo e gracile.
    Romo e Romolo, dunque, non erano propriamente uguali  e  Romo, che la versione postuma dei Latini ribattezzerà Remo, era il più forte, il più audace e il più battagliero dei due.

    Come prosegue il mito?
    Ci adegueremo anche noi ed al gagliardo Romo cambieremo in nome in  Remo…  in tal modo, Romolo non sembrerà più “il piccolo Romo”  e Remo sarà semplicemente… Remo: entrambi ribelli e attaccabrighe.


    Il mito, così addomesicato, ci dirà che i due gemelli a capo di una banda di giovani altrettanto ribelli ed attaccabrighe attaccarono AlbaLonga e uccisero il despota Tarchesio, dopo di che, si dichiararono pronti a  gettare le fondamenta di una nuova città e si accinsero a sceglier il posto più adatto.

    segue:  “Quando  ROMO diventò REMO ?”

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    Quando ROMO... diventò REMO?

     

     

    Quando la leggenda italica dei "Gemelli Albani" divenne la leggenda latina di "Romolo e Remo".  Quando la vincitrice di Cartagine, la nuova potenza militare,  avvertì l'esigenza di procurarsi più nobili natali: il vecchio mito era così poco raffinato, così plebeo e anche così indecente che andava  rivisitato e nobilitato.
    E chi, fra quanti lo conoscono, ancor oggi non sarebbero d'accordo con Plutarco, Livio e perfino con Virgilio?  La "faccenda",  così com'é,  appare veramente sconcia ed inaccettabile ed é comprensibile averla voluto nobilitare.

    C'é una splendida leggenda che narra le peripezie di uno splendido eroe partito fuggiasco da Troia ed approdato in terra laziale, dove i discendenti fondano una città: AlbaLonga è il suo nome.
    Collegare i due gemelli ai destini di questa città  in qualche modo é possibile e perfino accettabile, soprattutto se é una versione sostenuta da storici greco-latini come Timeo o Peparezio.
    La mostruosa creatura ignea dell'antica leggenda italica si fa sostituire con il forte ed audace dio Marte ed al posto della schiava, troviamo una giovane vestale della famiglia Silvia: Rea.
    Anche il Tiranno cambia nome. Non é più Tarchezio, ma si chiama Amulio. Anche lui della famiglia Silvia, discendente di Enea Silvio, nipote di Enea, l'eroe troiano.
    Rea é nipote di Amulio, Tiranno-usurpatore di AlbaLonga, ma é anche figlia di Numitore, legittimo Sovrano della stessa città, detronizzato dal fratello e costretto all'esilio.
    Marte s'invaghisce della bella vestale e in spregio al fatto (come suo solito) che la fanciulla appartiene a Vesta ed é inviolabile, la violenta e la rende madre di due bei gemelli. Comportamento pur sempre riprovevole, ma non  scurrile come nella primitiva leggenda.

    In realtà, sia Dionigi che Livio non scartano l'ipotesi di uno stupro ad opera di un mortale.
    "... vi é chi dice che l'autore del misfatto fosse un corteggiatore della vestale, incapace di dominare la sua passione..." dice Livio e Dionigi:
    Rimasta incinta - racconta - Rea Silvia si rifugia in famiglia dalla madre dopo aver abbandonato la Casa delle Vestali con il pretesto di una malattia.
    Re Amulio, però, presta poca fede a quella giustificazione e insospettito sulla vera causa di quel prolungato allontanamento, manda medici a fare accertamenti.
    La ragazza mostra segni di gravidanza avanzata e il Tiranno convoca il Senato denunciando il fattaccio e chiedendo il supplizio  della vestale che con la sua condotta avrebbe potuto attirare sciagure e digrazie sulla città.
    Il povero Numitore, padre di Rea, tenta una disperata arringa in  sua difesa  davanti al Senato, chiamando a testimone dell'innocenza di sua figlia gli Dei tutti  e, prima che questo si pronunci, provvidenzialmente arriva la notizia che la ragazza ha dato alla luce due gemelli.
    Numitore gridò al prodigio: quell'evento non può essere che opera di un Dio... che solo un rapporto sessuale con una Divinità poteva concludersi con un parto gemellare e che se pure violenza umana c'era stata, uno dei due gemelli doveva essere per forza un Semi-Dio.
    Ad ogni rapporto, all'epoca, corrispondeva la nascita di un figlio... due figli, due rapporti e uno non poteva essere che concepito con un Dio:  come Castore e Polluce,...

     

    Sempre la stessa domanda, però: quale dei due era il figlio divino? Romolo o Remo?
    A giudicare dai racconti delle vicende che seguirono, pare che il favore degli storici propendesse proprio per quest'ultimo.
    Remo era bello, forte e coraggioso; entrambi un po' selvaggi ed attaccabrighe, era vero,  ma, a dire di Plutarco nella sua "Vita di Romolo":
    "... Romolo, però, sembrava più assennato e dotato di maggior intuito politico..."  e con queste parole, diplomatiche ma assai sibilline,  il grande storico riconosceva a Remo maggiori possibilità di accampare discendenze divine.
    "Intuito politico"  sottointendeva astuzia, diplomazia, furbizia che Romolo, peraltro, non tardò a dimostrare;  Remo, invece, possedeva forza, audacia e impeto battagliero: proprio di Marte, che neppure questi tarderà a dimostrare.
    Romolo acquisì i suoi talenti, probabilmente, frequentando le vicine popolazioni etrusche; le sue simpatie per la cultura etrusca è sempre stata più che evidente,  soprattutto in riferimento ad una liturgia religiosa. Sono molti gli storici che asseriscono che etrusco fosse egli stesso;  ne discutono ancora oggi senza mettersi d'accordo.
    Non si sa.
    Si sa invece che che etrusco fu il rito con cui fondò la città: scavò un solco con un aratro trascinato da un toro e una giovenca dal mantello immacolato, dopo aver fatto volteggiare nell'aria dodici avvoltoi, uccelli del buon augurio.

    Ma torniamo alle vidende dei due  fratelli che attraverso la narrazione di Dionigi, Plutarco e Livio ci arriva con qualche discordanza, sia pur di lievissima entità. Su un fattore, però, sono tutti e tre in perfetto accordo: la ripetuta ambiguità del comportamento di Romolo.
    A diciotto anni - racconta Dionigi - i due fratelli erano già a capo di una banda di pastori che  non disdegnavano di venire alle mani con altri pastori della zona. Se la prendevano regolarmente con tutti, ma soprattutto con i pastori del deposto Sovrano, Numitore, le cui greggi pascolavano lungo i colli dell'Aventino.
    Un giorno, continua il racconto, mentre Romolo era occupato nella cerimonia religiosa dei Lupercali, Remo si lasciò coinvolgere in una delle tante risse con i pastori dell'Aventino i quali erano riusciti a sottrargli degli armenti. Si  armò e con un gruppo di pastori partì all'inseguimento, ma finì in una imboscata e con i compagni fu condotto ad AlbaLonga e trascinato al cospetto di re Amulio.
    All'epoca l'amministrazione della Giustizia era  compito dal Sovrano, ma l'esecuzione della pena era rimandata all'offeso che in questo caso era l'ex Sovrano, ossia Numitore,
    E questo fece Amulio, il despota usurpatore del regno di Albalomga: consegnò i colpevoli nella mani del danneggiato.
    Reati come il furto di bestiame venivano puniti con la morte.
    Remo, dunque, era prigionero di re Amulio per aver difeso gli interessi comuni, suoi e di suo fratello,  mentre Romolo era tutto preso dalle celebrazioni dei Lupercali.
    I Lupercali,  il 15 febbraio, in onore del Fauno Luperco,  era una festa agrestre in cui si offrivano doni per propiziarsi i favori di Divinità campestri. Subito dopo l'offerta del sacrificio, i giovani, quasi nudi, ad eccezione delle parti intime coperte con le pelli degli animali sacrificati,  si misuravano in  una corsa rituale fra i campi.

    Ma proprio in questa occasione si fa manifesta l'ambiguità del comportamento di Romolo, soprattutto in una narrazione che ne fa un altro storico: Elio Tuberone.
    Si tratta di una versione dei fatti totalmente differente da quella resa dai tre storici citati, ma assai più verosimile agli occhi di storici moderni.
    Secondo questa versione tutto sembrerebbe calcolato e  organizzato  per catturare Remo allo scopo di toglierlo dalla circolazione.
    La schiera dei Luperci-Fabiani, i giovani pastori con cui gareggiava Remo, secondo Tuberone, era assai forte ed aggressiva, mentre  quella dei Luperci-Quintilii,  i sostenitori di Romolo,  assai meno battagliera  e competitiva  (la loro preferenza andava più alle pratiche divinatorie che  a quelle di forza e resistenza).
    Ad essere aggredita, però, non fu,  stranamente,  la debole schiera dei Quintilii,   ma quella dei Fabiani; catturati e trascinati ad Albalonga al cospetto di Re Amulio, Remo e i compagni si trovarono accusati di  razzia.
    Il fratello Romolo - prosegue il racconto di  Tuberone - invece di gettarsi all'inseguimento dei rapitori di suo fratello, perde tempo in inutili considerazioni insieme a Fautolo, (padre putativo) il quale per mettergli un po' di sollecitudine, pensa sia giunto finalmente il momento della grande rivelazione:  quella della nascita sua e del fratello.
    E mentre Romolo conversa e prende tempo, in un atteggiamento quanto meno sospetto, Remo é quello dei due che ruba la scena a tutti. Compreso il fratello.


    Lo troviamo di fronte all'ex sovrano, Numitore,  a cui re Amulio l'ha rispedito per la condanna.
    Ma Numitore resta  affascinato e soggiogato dalla personalità del suo giovane prigioniero, dalla sua fierezza, dal coraggio e dallo sprezzo per il dolore fisico: egli é arrivato alla Reggia ferito e sanguinante, ma senza un lamento.
    A Numitore piace quel ragazzo atletico e dalle proporzioni fisiche inconsuete, bello e dal nobile aspetto; sente per lui un istintivo trasporto. Gli chiede da dove arriva e qual é la sua famiglia.
    E Remo racconta. Racconta di sua madre (di cui ignora il nome), della condizione di esposto assieme al fratello gemello, della lupa,  del pastore che li ha allevati...  e mentre   il  ragazzo  racconta, Numitore si commuove poiché ha capito di avere di fronte uno dei figli della infelice Rea, sua figlia.
    A confermare l'emozionante racconto arriva ansante e trafelato il vecchio Faustolo con le prove: la culla di cannicci che Numitore ben conosce.
    Faustolo arriva trafelato proprio  a causa del ritardo nel soccorso da parte di Romolo... egli  aveva preso in mano la situazione e si era precipitato lungo i colli dell'Aventino  nella speranza di scongiurare una nuova tragedia in famiglia.

    Quando arriva Romolo, ogni cosa é stata chiarita e ogni cosa é satta sistemata: perfino la vendetta. La vendetta contro re Amulio, causa di tanti lutti e tragedie.
    Ed é stato  fu Remo ad incaricarsene mentre il fratello bighellonava ancora con i suoi lungo i colli.
    Con un gruppo di audaci, Remo aveva sorpreso il Tiranno che dall'alto della terrazza della reggia guardava di sotto incuriosito gli uomini di Romolo che avanzavano sparpagliati su verso la reggia.
    E' Remo,  dunque, il Semi-Dio,  forte e audace, bello e coraggioso. E' Remo che permette al nonno, lo spodestato Numitore, di tornare ad occupare il trono di Albalonga.. ma sarà Romolo a diventare il Re della città che non é ancora sorta.

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    S. P. Q. R.


    Quante volte abbiamo letto e sentito questa sigla?
    SPQR,  ossia "Senatus Populus-que Romanus", che vuol dire "Senato e Popolo Romano".
    Il Senato era quel che si dice un "Consiglio degli Anziani", costituito da un centinaio di persone, primogeniti di quelle famiglie di pionieri che con Romolo avevano fondato Roma.

    Secondo la tradizione, Romolo aveva diviso la città in tre Tribù corrispondenti alle tre popolazioni principali che la componevano: i RAMSENSES o  Romani, i  TITIENSES o Sabini
    e i LUCERES o Etruschi e tutti gli altri.  Le Tribù erano divise in 10 Curiae e  ogni Curia in dieci Centurie o Gens, ossia Famiglie, dal nome del fondatore: Giulia, Flavia, Livia, Manlia, Fabia, Claudia, ecc.
    Come si giunse all'istituzione del Senato?
    Le Curie si riunivano almeno due volte l'anno e tra le varie prerogative avevano anche quella di eleggere il  Re il quale eseguiva quanto deciso in quelle assemblee chiamate Comizi Curiazi.

    Con il sempre maggior afflusso di gente in arrivo nella nuova città, però, crebbero problemi ed esigenze e il Re da solo non potè più supplire a tutte le necessità, così si ricorse ad un organismo burocratico: il primo Ministero, ossia il Consiglio degli Anziani;  ossia il Senato.
    All'inizio il compito del Senato era solo quello di consigliare il Re, ma in seguito il suo potere e prestigio giunsero ad influenzarne le decisioni.

    Questo il Senato... e il Popolo?
    Il concetto di Popolo,  per l'epoca, non era certamente quello corrispondente al nostro!
    Vediamo da vicino da chi era costituito questo Popolo.
    Un bel giorno, neanche troppo lontano dalla sua fondazione, a Roma cominciarono ad afflluire gruppi più o meno nutriti di gente appartenente a popolazioni vicine: sabini, latini, ecc. i quali, con molta probabilità prima dovettero venire alle mani  con i residenti per conquistarsi un pur limitatissimo spazio, ma poi finirono per allearsi e lasciarsi inglobare nel tessuto romano, pur restando fuori dei "giochi politici" di questi.
    Vennero a formarsi "classi sociali" ben precise e assai ben distinte: I PATRES (discendenti dei fondatori della città) e i PLEBEI...  tutti gli altri,  che  politicamente  non contavano nulla;  i
    secondi sempre più  numerosi e i primi in numero sempre più esiguo, ma ben intenzionati a conservare ricchezze e privilegi.
    Quale la migliore strategia, per questi ultimi, per poterlo fare? Permettere l'accesso  a quella fortezza costituita dal Senato in cui si difendevano quei privilegi, anche ad una parte della "controparte" e cioé ai Plebei.
    Questa é vera Politica... quasi come la politica attuale. Ma, sarà proprio questa politica e cioé l'ascesa al potere di un nuovo tipo di cittadino, la  formula vincente del successo del modello romano.
    Che cosa era accaduto?
    Già ai tempi di Tarquinio Prisco in seno alla società plebea s'era formata un classe a sé, borghese e soprattutto di larghi mezzi economici: commercianti, bottegai, industriali, finanzieri... tutti con il sogno di diventare un giorno Senatori ed entrare in quella roccaforte di privilegiati politici... come succede ancor oggi, d'altronde.
    Riuscirvi non era così difficile, in realtà, se si disponeva di ingenti capitali per comprarsi il censo di EQUITES o Cavaliere e poter votare nei "Comizi Centuriati".
    Riuscire a sedersi su uno scanno tanto ambito (quello del Senato) non annullava, però, la differenza sociale: i PATRES restavano sempre Patrizi e i nuovi arrivati, gli EQUITES o Cavalieri, doventavano Conscripti, o nuovi istìcritti, felici di dilapidare il fresco denaro al fianco dei neghittosi e spesso spiantati Patrizi.
    SPQR: SENATO e POPOLO; quest'ultimo costituito da  Patrizi e Cavalieri da una parte e Plebei dall'altra.

    ROMOLO... I° Re di Roma

    ROMOLO….  Primo Re di Roma

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    Tutti gli scrittori latini hanno cercato di coprire la distanza cronologica esistente fra l’arrivo di Enea in terra laziale  e la fondazione  della  città di Roma: era indispensabile fornire il primo Re di Roma di mitologici natali.
    La nascita di Roma é stata fissata al 21 aprile del 753 a.C. ma si tratta di una data inesatta su cui ancora oggi si continua a discutere. La fondazione della Città Eterna non fu un evento improvvisato, bensì un processo espansionistico graduale, caratterizzato dalla presenza di  numerosi borghi, ognuno dei quali rappresentava un buon mercato di scambio, che finirono per confluire in un’unica “unità urbana”.
    Molta gente, latini, sabini, etruschi, ecc.. era affluita alle foci del Tevere, cosicché ai Latini dovette sembrare una buona decisione quella di fondare una nuova colonia nella zona dei Sette Colli, proprio  davanti all’isola Tiberina ed al porto fluviale che si erano costruiti gli etruschi (peraltro bene attrezzato).

    La leggenda affida ai due divini gemelli l’impresa e ci dice che fin da subito  fra i due  si accese aperta rivalità con tanto di seguito: i Fabii di Remo e i Quintilii di Romolo.
    Ci dice anche quanto distanti fossero le loro posizioni e tendenze politiche: spiccatamente etrusche quelle di Romolo e visceralmente latine, invece, quelle di Remo.
    Di diverso parere,  i due fratelli, furono anche nella scelta del posto su cui edificare la città: Remo propose l’Aventino, ottima postazione per fronteggiare le velleità etrusche; Romolo,  invece, scelse il Palatino, con il pretesto, come riporta Dionigi:
    “… per la fortuna che  quel luogo aveva portato ai gemelli che vi erano stati allevati…”
    Remo occupò subito l’Aventino, sostenuto dai Fabi e da Faustolo e Plistino, i gentori adottivi;  Romolo, da parte sua, occupò il Palatino con i suoi Quintili.

    Paliliae erano le Feste in onore di Pale, Dea degli armenti. Si celebravano il 21 aprile nei pressi del Palatino, consacrato proprio alla Dea e da cui il colle aveva preso il nome.
    Per l’occasione vi era affluito un gran numero di persone e animali e i due fratelli,  di comune accordo, avevano fissato quella data per dare inizio ai lavori per la  fondazione della propria città.
    In verità, Remo s’era messo già al lavoro e il fratello si accingeva a farlo, cosicché, tutta quella gran massa di gente si trovò ad assistere alla competizione dei due fratelli.
    Inevitabile che si creassero tensioni e confusione e si finisse per parteggiare per l’una o per l’altra delle due fazioni.  Le forze, però, erano pari, anche perché Romolo non aveva disdegnato, incoraggiandolo perfino, l’accesso a stranieri di ogni provenienza: ladri, schiavi fuggiaschi e chiunque altro si  era  presentato.

    Remo prese a tracciare la cinta di mura di quella che doveva essere la sua città e che si sarebbe chiamata Remonia, ma  Romolo non tardò contestarlo  e mandò ambasciatori ad AlbaLonga a chiedere disposizioni a nonno Numitore, il Re.
    Questi rispose consigliando di affidarsi a responsi divini per risolvere  la  faccenda e cioé, dice Dionigi:
    “… sarebbe stato Re della nuova colonia chi avesse visto per primo gli uccelli del buon augurio…”
    Che sarebbero i famosi avvoltoi.
    Si stabilì il giorno, si celebrarono riti propiziatori e si ritrovarono tutti al centro della Valle Murcia, nel più assoluto silenzio, aspettando che sull’Aventino, dove s’era piazzato Remo oppure sul Pallatino, occupato da Romolo, arrivassero gli avvoltoi.
    Come in ogni “partita” che si  rispetti, le versioni non furono concordi e nemmeno  lo  fu  il   tifo.
    Gli avvoltoi, raccontano le cronache (così come le conosciamo ancora oggi) , arrivarono per primi sull’Aventino ed in numero di sei e già Remo esultava. Giustamente!
    Ma ecco, a dire dei sostenitori di Romolo, arrivarne dodici sul Palatino.
    Con un po’  di ritardo, certo, sostennero gli amici, ma in numero maggiore.
    Vincitori tutti e due, dunque!
    No! Numitore era stato ben chiaro: sarebbe diventato Re soltanto il primo che avesse avvistato gli avvoltoi. E il primo era stato Remo.
    Ma non é tutto qui!
    In tutta la faccenda l’inganno di Romolo era sfacciatamente palese: egli aveva mandato messaggeri al fratello col falso messaggio di averli già avvistati.
    Riferisce Plutarco:
    “… come Remo venne a conoscenza della frode del fratello, si adirò…”
    Insomma, la nuova città già fondava sull’inganno.

    26 Carracci - affreschi di palazzo Magnani 2

    Nonostante le contestazioni, Romolo cominciò a porre in atto tutte quelle cerimonie che precedevano l’inizio della fondazione di una città; dall’alto del colle dell’Aventino, Remo trattenendo la collera, assisteva alla scena e con lui Faustolo e la sua gente.
    Seguendo il costume etrusco, Romolo, con un lembo della toga calato sul capo e sotto lo sguardo corrucciato del fratello, tracciò nel terreno il primo solco; guidava un toro e una giovenca aggiogati all’aratro e lo seguivano i suoi uomini, che rovesciavano  verso l”interno,  secondo l’usanza etrusca,  la terra rimossa.
    Remo assitette per un po’  alla scena e quando la misura fu colma, calò giù dal colle insieme ai suoi e sotto l’empito di una collera legittima ed intrattenibile, attraversò il solco tracciato dal fratello.
    Stramazzò immediatamente al suolo con il cranio fracassato da un colpo di zappa.

    Ancor oggi i pareri su chi inferse quel colpo sono discordi: fu Romolo oppure uno dei suoi?
    Ecco cosa dice Plutarco al riguardo:
    “… chi lo aveva colpito approfittando del disorientamento generale per darsi alla fuga, scese  a precipizio dal colle, passò a nuoto il fiume e riparò in Etruria.”
    In quel “disorientamento” erano provvidenzialmente  caduti anche Faustolo e Plistino, ultimi testimoni di tutta la faccenda.
    In realtà, su quella mano assassina si discusse fin da subito e si continuava a farlo anche a quasi novecento anni di distanza da quei fatti, cioé ai tempi di Plutarco, il quale chiaramente, ma diplomaticamente denuncia:
    “… che ancora oggi si discute su chi sia stato l’assassino, ma la maggior parte della colpa viene fatta ricadere non su Romolo, ma su altre persone..”
    Personalmente oppure su commissione, si trattava pur sempre di fratricidio.

    E così Romolo fondò la sua città e si fece Re di quella città.  Il suo regno all’epoca contava solo due o tremila sudditi; quasi tutti maschi. Ma durerà ben 38 anni.
    Gli esordi, però, come  ben sappiamo, non furono né felici né facili.
    Ripetutamente il   Re della nuova città  mandava messaggeri ed ambasciatori presso le vicine città in cerca di alleanze e donne (da sposare, ovviamente) e ripetutamente ogni richiesta veniva disdegnata: nessuno voleva allearsi  o  imparentarsi  con gente fratricida, fuggiasca e  strana.
    Come finì é noto a tutti: Romolo e i suoi, le donne se le presero con la forza.
    Per fortuna tutto finì bene… a parte lo stesso Romolo che per ben cinque anni dovette “accomodarsi” sul trono di Roma assieme a Tito Stazio, Re dei Sabini, che lo aveva battuto, sia pur con la scusante delle Porte aperte da quella “collaborazionista” di Tarpea, che gli stessi Sabini punirono seppellendola sotto i loro scudi.
    Morto Tazio, assassinato, naturalmente, le cose andarono meglio per Romolo che poté finalmente regnare: fino a quel momento aveva fatto  solo da “spalla” al vero Re.

    Le condizioni poste da Tito Stazio, infatti, erano state davvero pesanti sia in  campo civile  che in campo militare e soprattutto in campo religioso.
    Il Senato raddoppiò (con il partito di Tito in testa e ben compatto), l’esercito si modernizzò (con armamento ben più efficace) e la Religione si uniformò (con qualche comprensibile attrito per la supremazia, fra le Divinità).
    Anche sul territorio i due Re erano vissuti da “separati”: il Palatino e il Celio a Romolo, Campidoglio e Quirinale a Stazio.
    La morte di Tito Stazio, però,  risolvette tutto e la vera leggenda di Romolo, forse, comincia proprio adesso,

    Consolidato il mito della nascita divina e della leggendaria fondazione della città, molti furono gli avvenimenti e le opere a lui attribuiti  che possono ritenersi  storici.
    A lui si deve la divisione della città in Montes e Pagi, ossia villaggi in città e quelli al di fuori e successivamente inglobati; un’altra divisione che interessò la città appena sorta fu quella dei Vici, corrispondenti ai quartieri. Secondo la tradizione, inoltre,  egli divise la città in tre tribù: Ramsense o Romani, Titienses o Sabini(dal loro re Tito Stazio) e Luceres, ossia etruschi, albani ecc.. a loro volta divise in dieci Curie di dieci Centurie o Gens divise, queste ultime, in Famiglie.
    Quanto al cerimoniale, pubblico e religioso, vi era in esso netta inflenza etrusca, come la Sella-Curulis, il sedile del Re o la Toga-Praetexta dei Magistrati e nobili, vietata a servi e stranieri.
    Anche l’istituzione del Corpo di Guardia del Re, i Littori, era di provenienza etrusca.

    Gli avvenimenti successivi alla morte di Tito Stazio riguardarono  le guerre condotte contro le città vicine: Fidene, ma soprattutto Veio; città etrusche a cui probabilmente Romolo non avrebbe voluto muovere guerra, se Tito Stazio non ne avesse creato le premesse e se il Senato, in maggioranza di etnia sabina, non ve l’avesse sollecitato.
    La presa di Fidene fu un capolavoro di tattica guerresca che bisogna riconoscergli: “guerra lampo”, la definiremmo oggi  e gli guadagnò il favore del popolo, soprattutto latini e romani.
    Costretta Veio a ritirarsi ed a  lasciare molti prigionieri nelle sue mani, Romolo poté finalmente celebrare il suo trionfo per le strade della città.
    Commise, però, l’imperdonabile errore di concedere ai vinti una pace troppo lieve: lasciò liberi molti prigionieri senza riscatto e senza consultarsi con il Senato; concesse a molti di essi di restare a Roma con incarichi di prestigio e, soprattutto, stipulò con Veio una tregua di cento anni.
    Molti gli storici che sono concordi nell’affermare che proprio questa decisione sia all’origine della causa della sua morte, oltre al fatto che, come disse Dionigi:
    “… sembrava diventato un capo arrogante e tracotante, che governava non più da Re, ma da Tiranno…”

    Come fu ucciso?
    Leggenda e verità.
    Così come leggendaria era stata la nascita, altrettanto, per il popolo, soprattutto romano e latino, doveva essere la morte. Lo si fece “ascendere” al cielo e gli si donò l’immortalità.
    Al popolo si disse che si trovava in Campo Marzio a presiedere una rassegna militare  quando  si scatenò un violento temporale e una nube di fuoco lo rapì. Marte in persona, si disse, era sceso a rapire il figliolo divino per portarlo in cielo.
    Qualche riserva deve esserci stata, naturalmente, soprattutto da quella parte del popolo che lo aveva sempre seguito.  Ecco, secondo Tito Livio, come deve essere stata risolta la faccenda.  Riferendosi al senatore Giulio Proculo, che annunciava al popolo una miracolosa apparizione dopo la morte, ecco il racconto dello storico:
    “… Romolo, il Padre di questa città, stamane all’alba é calato dal cielo e mi é apparso…   Io rimasi immobile e pieno di timori…   – e prosegue   – Egli mi disse: va. Annunzia ai romani che gli Dei vogliono Roma capo del  mondo; che curino l’arte militare e sappiano e anche ai posteri tramandino  che nessuna umana potenza potrà resistere ai romani….  Ciò detto risalì in alto… – e  infine conclude – Io sono il vostro nuovo Dio-Quirino.”
    Questa la leggenda, a cui i romani, soprattutto la plebe che a Romolo era sempre stata  affezionata, credette subito e volle continuare a credere.
    La verità!
    Sono sempre gli storici a rivelarcela. Ce  la rivela Dionigi:
    “I patrizi cospirarono contro di lui e decisero di ucciderlo: avrebbero compiuto il delitto nel Senato, fatto a pezzi il cadavere e si sarebbero allontanati ciascuno con il proprio pezzo sotto le vesti…”
    Uno scenario davvero raccapricciante per una fine davvero ingloriosa, coperta da una apoteosi leggendaria costruita ad arte.

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    NUMA POMPILIO II° Re di Roma... e la Ninfa Egeria

     Numa Pompilio - II° Re di Roma... e la Ninfa Egeria
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    Numa Pompilio II° Re di Roma… e la Ninfa Egeria
    marzo 24, 2014 di Maria Pace in miti e leggende, Storia and tagged Antica Roma, Ersilia, etruschi, I Re di Roma, Ninfa Egeria, Ninfe, Numa Pompilio, Romolo, Sabini, Stazia, Storia, Tito Stazio | Modifica

    Numa ed Egeria

    Numa Pomppplio 0003 www.templodeapolo.net - Giani,_Felice_-_Numa_Pompilio_riceve_dalla_ninfa_Egeria_le_leggi_di_Roma_-_center_-_1806

    Se Romolo è passato alla storia come il Fondatore, il Dux,  Numa Pompilio, il suo successore é ricordato come un Re pacifico; durante tutto il suo regno non condusse né subì guerre.

    Ma é ai suoi due predecessori, però, Romolo e Tito Stazio, che bisogna riconoscere il merito di un tale status: il primo per aver stipulato un trattato di pace di cento anni con gli etruschi e il secondo per aver stabilito l’egemonia sabina su Roma. E Numa Pompilio era di origine sabina.

    Essere pacifici, però, non significa essere permissivi. Fu lui, infatti, a dare o ad introdurre istituzioni  religiosi e sociali,  molte delle quali con regole davvero assai severe. Come quella delle Vestali, condannate ad essere sepolte vive in caso di inadempienza al voto di castità.

    Un integralista religioso, lo definiremmo oggi. A lui si deve la costruzione del Tempio delle Vestali e di quello di Giano-Bifronte, con le due Porte: la Porta della Guerra e la Porta della Pace; durante il suo regno, la Porta della Guerra restò sempre chiusa. Uomo di pace e legislatore, a Numa pompilio  si deve anche la riforma del Calendario.

    Egli portò  l’anno a 355 giorni divisi in 12 mesi:

    7  di 29 giorni (gennaio, aprile, giugno, agosto, settembre,  novembre, dicembre)

    4 di 31 giorni (marzo, maggio, luglio, ottobre)

    1 di 28 giorni (febbraio)

    chiamò:   Calendae:   il 1° giorno di ogni mese Nonae:

    il   5° giorno dei mesi di 29 giorni  e il   7° giorno dei mesi di 31 giorni Idi:

    il    13° giorno  dei mesi di 29 giorni  e il    15° giorno dei mesi di 31 giorni

    Occupato quello che sarà il Gianicolo e il Trastevere (oltre il fiume), il nuovo Re ritenne opportuno delimitare i confini del nuovo Stato e distribuire le terre ai poveri, con il particolare per niente trascurabile, però, che si trattava di terre  sottratte a vecchi proprietari; forse etruschi.

    Quale, la condizione della donna sotto il regno di questo Re così pacifico? Se già ai tempi di Tito Stazio la donna s’era visto negare molte dei diritti che Romolo  le aveva riconosciuto con l’introduzione di una serie di Leggi “modernizzatrici” di stampo etrusco, con Numa Pompilio le condizione della donna precipitarono.

    Ecco cosa dice lo storico Dionigi al riguardo: “… impose loro grande riserbo…  tolse loro ogni influenza negli affari pubblici e le abituò a tacere…. In assenza del marito non potevano prendere la parola neppure sui casi urgenti.”

    Quale via percorse questo Re per farsi eleggere? All’epoca era il popolo ad eleggersi il Sovrano e si detto e ripetuto che la scelta  era caduta sulla sua persona perché il popolo era stanco di guerre e desiderava un periodo di pace. Non c’é motivo per dubitarne, ma bisogna riconoscere che egli era il più legittimato a ricoprire quel ruolo: era il marito di Stazia, figlia di Tito Stazio, Re di Roma assieme a Romolo; l’altra figlia di Stazio, Ersilia, l’aveva sposata lo stesso Romolo.

    Numa Pompilio, dunque, legittimo erede di Tito Stazio, di cui mostrò subito di voler riprendere la politica interrotta da Romolo sia in campo civile che religioso e per prima cosa sciolse il Corpo dei Celeri, la Guardia armata di Romolo ed istituì, invece,  il Corpo dei Salii, in onore di Marte,   il  Collegio dei Pontefici ed la Casa delle Vestali.

    Per quanto riguarda la sfera privata, rimasto vedovo Numa Pompilio  prese a condurre una vita ritirata e tranquilla… apparentemente tranquilla. Fu proprio in questo periodo della  sua  vita, infatti, che fece la sua comparsa la ninfa Egeria, sulla cui esistenza, probabilmente qualcuno aveva espresso le  sue riserve.

    Ecco cosa racconta lo storico Dionigi al riguardo: “Egli  invitò alcune persone nella sua modesta casa per un pranzo fin troppo frugale, ma li  invitò a tornare per cena. L’abbondanza di cibi, frutta, bevande ed ogni altro ben di Dio e la ricchezza degli arredi era tale da far gridare al miracolo… e al miracolo gridarono,infatti, i suooi ospiti e nessuno dubitò più dell’esistenza della misteriosa, divina creatura capace di compierlo.”

    La Ninfa Egeria! Fu lei la misteriosa ispiratrice del Re, la consigliera fidata che lo guidò nelle Riforme e nelle Istituzioni Religiose.

    Per i romani le ninfe erano divinità della natura, venerate come geni femminili di boschi, monti, laghi, sorgenti… Egeria, chiamata anche Camena perché cantava vaticinando, era proprio una Ninfa di Sorgente. Fonte di Egeria era chiamata la sorgente e Valle delle Camene era chiamata la valle in cui scorreva il fiume sacro, l’Almone. La Ninfa viveva in una grotta nascosta e occultata alla vista da un impraticabile sentiero nel mezzo di un boschetto ai piedi del Celio e  i suoi  convegni notturni con Numa Pompilio avvenivano proprio alla sorgente di quel fiume. Gli storici, oggi, son tutti d’accordo nell’affermare che questa Egeria altra non fosse che un’amante segreta del Re con grande ascendenza su di lui,  ascendenza che Dionigi giustifica così:

    “…  fu indotto dall’onore, di cui fu ritenuto degno, di sposare una Dea. Costei si concesse a lui e l’amò e Numa, uomo felice, vivendo con lei comunicava con Dio.”

    La leggenda narra che alla morte di Numa, Egeria si disperò così tanto da indurre la dea Diana a trasformarla in una fonte, nel bosco di Aricia, sui Monti Albani,  dove la ninfa si rifugiava per piangere il suo dolore.

    Un altro bel mistero, però, é legato alla morte del II°  Re di Roma. Contrariamente al costume locale che era quello di bruciare il cadavere su una pira, il corpo di Numa Pompilio fu sepolto in una tomba sul Gianicolo; due i sarcofagi: nel secondo furono depositati 12 libri, scritti di suo pugno, con cui dava istruzioni ai futuri Pontefici. Quando, però, nel 181 a.C. nel corso di lavori pubblici affiorò la tomba, il sarcofago che doveva contenerne i resti fu trovato vuoto e i libri contenuti nell’altro sarcofago furono portati in Senato per essere esaminati;  il loro  contenuto,  però, fu ritenuto così pericoloso, da indurre i Senatori a bruciarli.

    Un vero rompicapo!

    TULLO OSTILIO III° Re di Roma.... e gli Orazi e Curiazi

    Tullio Ostilio, il Re ricordato per il duello più celebre della storia di Roma Antica:quello fra  gli Orazi e i Curiazi.
    Nipote del latino Ostilio il Vecchio, uno dei fondatori di Roma, Tullio faceva fede al proprio nome: era rissoso ed attaccabrighe, provocatorio e testardo. E di certo non fu grande stratega politico se finì per inimicarsi tutte le popolazioni confinanti. Bisogna, però bisogna riconoscergli una certa audacia e spregiudicatezza militare: non si sottraeva mai nel confronto diretto con l'avversario.
    Ma veniamo alla leggendaria sfida tra gli Orazi di Roma e i Curiazi di Albalonga.

    Convinto che la "tregua dei cento anni" avrebbe tenuto lonatano gli etruschi di Veio, il nuovo Re di Roma, dallo spiccato spirito guerriero, brigò in tutti i modi per volgere le armi contro la latina Albalonga con cui, peraltro, c'era un Trattato in base al quale nessuna delle due città poteva dare inizio ad una guerra senza prima un tentativo di conciliazione e figurare quale parte lesa.
    Cluilio, però, Re di Albalonga, di fare guerra a Roma non ci pensava davvero, ma quando Tullo fece un'incursione in territorio albano con la scusa di fermare una banda di predoni, inviò subito anbasciatori a Roma per protestare.
    Alla provocazione, però, il re di Roma aveva fatto seguire immediatamente la frode: mentre un gruppo di romani "inseguiva" gli improbabili predoni, un gruppo di ambasciatori raggiungevano Albalonga;  cosicché, quando gli ambasciatori di Cluilio raggiunsero Roma, si sentirono dire che era troppo tardi. Per di più, ancor prima di scontrarsi in battaglia, il re di Alba morì d'infarto... o di veleno, assicurano alcune fonti.

    Se Cluilio s'era lasciato sorprendere dalle manovre di Tullo, il suo successore Fufezio gli rispose con la stessa moneta: prese tempo fino a quando Veio, l'eterna rivale di Roma, che evidentemente sperava di prendere con un solo amo sia Roma che Alba, non le arrivò alle spalle. Fufezio si rivelò subito ottimo stratega e propose a Tullo di allearsi con lui contro gli Etruschi, i nuovi nemici comuni.
    In primo momento Tullo rispose che non temeva affatto gli Etruschi, poi a sua volta fece una proposta davvero sorprendente: gli abitanti di Albalonga lascino la città e si spostino a Roma.

    Poteva, Mettio Fufezio accettare una tale proposta? Naturalmente no ed infatti  rispose con una controproposta: formare una Federazione con un unico Senato che, però, non fosse quello di Roma perché, spiegò:
    "... voi romani avete intaccato la purezza del vostro stato accettando barbari e vagabondi... e perché create Re stranieri... e perché - continua il lungo discorso -  se vi cederemo il potere, il figlio bastardo comanderò sul legittimo e lo straniero sull'indigeno..."
    Ma Tullo non  era certo tipo da accettare insulti senza reagire e  chiamando a testimoni i Santi Numi... e forse era la prima volta che lo faceva,  disse che  una sola cos  non restava da fare: affidare alle armi il contenzioso.
    "Bravo! - ironizzò Mettio - Così, mentre combattoiamo tra di noi, gli Etruschi ci verranno addosso."
    Al che, Tullo replicò:
    "Sarà sufficiente che ad affrontarsi siano due piccole schiere invece che i due eserciti."
    Così fu.
    Conosciamo tutti l'epilogo di quello scontro: fingendo la fuga. il superstite degli Orazi affrontò separatamente e uccise i tre fratelli albani, i Curiazi.

    Tullo Ostilio vincitore, dunque?
    Non proprio!
    Il clima che si respirava nella città vincitrice, però,  era di grande eccitazione,   al punto che al ritorno in patria dell'esercito,  al Re di Roma il Senato decretò il Trionfo. Era così  tanta l'eccitazione e l'esaltazione della vittoria che il popolo  perdonò all'Orazio trionfatore il suo delitto: l'aver ucciso la sorella Claudia, disperata per la morte del fidanzato... proprio uno dei Curiazi.
    E non bastò! Il padre della sventurata ragazza le rifiutò esequie e tomba e permise che la si seppellise là dove il fratellol'aveva uccisa e la si ricopresse di terra e sassi gettati dai passanti...  comportamento di spartana memoria!

    Questa figura, il superstite Orazio, che  ha esaltato tante generazioni sui banchi di scuola per il suo eroismo, è stato da molti storici riportato oggi alla sua goiusta dimensione.

    Chi fu, dunque il vero vincitore?
    Fu Mettio Fufezio che aveva evitato ad Albalonga la deportazione della città e ritardato la sua distruzione, poiché da uno scontro tra i due eserciti, i latini ne sarebbero usciti sicuramente sconfitti.
    Solo ritardato, però! La politica espansionistica dlla nascente potenza era cominciata proprio a spese dei Latini.
    Non avendo ricevuto, tre anni dopo, da Mettio Fufezio che, anzi,fece addirittura il doppio gioco,
    l'aiuto sperato contro l'estrusca Fidene, Tullo, bellicoso ma anche vendicativo, gli riservò un trattamento speciale. A guerra terminata lo invitò a festeggiare la vittoria, ma al culmine della festa, lo condannò ad una morte atroce e con lui condannò a morte  molti degli ufficiali e dei valorosi soldati albani.
    Per la popolazione di Alba, gente inerme e pacifica. Tullo ordinò la deportazione a Roma e per la città ordinò la distruzione totale.
    Ecco cosa scrive Tito Livio che, pure, nei suoi giudizi non é stato mai troppo severo:
    "... una cupa mestizia gravava su Alba... indecisi sulle cose da prendere o da lasciare, quei disgraziati restavano inebetiti sulle soglie o vagavano smarriti per la casa...... e già risuonava nelle parti esterne della città il fragore delle case che venivano abbattute...  Quando gli Albani furono usciti i Romani rasero al suolo gli edifici pubblici e privati..."
    E continua, nella speranza di mitigare i giudizi:
    "Tullo li aiutò a costruire case... e con azioni umanitarie si guadagnò la simpatia del popolo..."
    Vero é che questo Re si preoccupò molto dell'edilizia della città;  allargò le mura della città e fece costruire un grandissimo numero di case sul Celio.

    Tutto questo gli fece guadagnare un secondo Trionfo, ma anche una guerra ad oltranza da parte di tutte le città della Confederazione Latina, cosicché Roma si trovò  assediata a  sud dai Latini, a nord dagli Etruschi e ad est dai Sabini sostenuti nientemeno che da Veio.
    Tullo era riuscito a coalizzare contro Romadue popoli eternamnte avversari: Sabini ed Etruschi.
    Ma forse questo Re guerriero, che non pareva troppo impensierito, pensava già ad un terzo Trionfo, senonché, Giove in persona provvide a fermarlo con una delle sue folgori.

    Se la fine di Romolo fu tragica e quella di Numa Pompilio coircondata dal mistero, quella di Tullo Ostilio fu folgorante. Lo fu nel vero senso della parola, poiché morì folgorato da un fulmine. All'epoca a scagliare le folgori era sempre un Giove corrucciato.
    Perché mai Giove doveva essere corrucciato con il Re di Roma?
    Ecco com Livio spiega il fatto:
    "... la cerimonia non era stata condotta secondo le prescrizioni. Onde non soltanto non si manifestà a Tullo alcun segno divino, ma anche, sdegnato per le manchevolezze del rito, Giove lo fulminò e l'incenerì con tutta la sua dimora."

    Ma che cosa era accaduto?
    A seguito di una pestilenza sui Monti Albani dove risiedeva il tempio di Giove laziale, gli indovini suggerirono al Re di sacrificare al Padre degli Dei.
    Tullo, però, Re-guerriero, non si era mai preoccupato degli Dei, all'infuori di Marte  ed aveva sempre trascurato un pò il culto. Non aveva, dunque, nessuna preparazione religiosa e in un'epoca in cui la quotidianità era permeata di religiosità, era una grave manchevolezza davvero.
    Nel corso del rito - dice Livio e lo ribadisce Dionigi - Tullo sbagliò ogni cosa. Ma, sostiene Dionigi
    ad irritare Giove fu soprattutto l'arrogante tentativo  di voler ripetere in  casa sua ed in segreto il rito che sull'Aventino non gli era riuscito.
    "... e in quella giornata nella sua casa -racconta - si manifestò per volere di Dio un improvviso maltempo con pioggia, tempesta e tenebra e la folgore divina uccise il Re, i figli del Re e molti servi..."
    Cattivo affare trascurare gli Dei... soprattutto se esigenti!

     

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    ANCO MARZIO - IV Re di Roma... e il prestito "uxorio"


    La politica di conquista della nascente potenza si fa sempre più aggressiva: dopo la quasi  inattività vissuta ai tempi di Numa Pompilio, i cittadini della giovane Roma sembrano tutti felici di menare le mani...    Sì! Perché non si pensi all'esercito di Roma come ad una Armata militarmente ben organizzata ed equipaggiata, così come siamo abituati a vederla a cinema.
    I soldati romani del primo periodo della Monarchia erano contadini che lasciavano la vanga ed imbracciavano bastoni, pugnali e rozze spade, (quando ne avevano) ed ogni altro tipo di arnese capace di trasformarsi in oggetto da offesa. Raggruppati in decurie e centurie, partivano con indosso perfino la tunica che usavano nei campi.
    Possedevano,  però, un altissimo senso dell'onore, dell'appartenenza e  dell'amor  patrio e di conseguenza, una predisposizione all'obbedienza verso il capo, il quale era sempre qualcuno che si era distinto per valore e coraggio, che,  però,  non portava alcuna insegna di grado.

    Roma, dunque, si stava avviando a diventare il nemico comune di molte popolazioni e le molte campagne militari intraprese da questi Re bellicosi, concorrevano a produrre ricchezza e ad attirare sempre più gente, ma con essa anche maggiore delinquenza.
    Il risultato?
    Il risultato fu che, mentre il Re non aveva ancora un Palazzo Reale e continuava a vivere nella sua casa come ogni altro cittadino, si avvertì l'esigenza di creare un luogo di  detenzione. Nacque la prima prigione di Roma: il Carcere Tulliano.
    Deve il nome prosumibilmente ad un Tullus, o Cisterna, su cui il Re lo fece costruire.
    Era diviso  in due ambienti. In quello superiore, detto Carcer, erano tenuti in custodia  i prigionieri in attesa di giudizio. I i condannati, invece, venivano gettati nella cisterna sottostante dove erano anche eseguite le pene capitali; i cadaveri, poi, attraverso un corridoio laterale  venivano gettati nella Cloaca Massima che passava lì accanto.
    Se il nome del Tulliano non fosse associato a quello di Anco Marzio, di questo Re non ci sarebbe granché da riferire: nessuna leggenda, nessuno scontro epico e perfino una morte tranquilla.
    Ma sarebbe un errore dare di lui un giudizio affrettto, come qualche storico ha già fatto, solo perché la sua figura appare un po' grigia ed opaca rispetto a quella dei predecessori circondati di aloni di leggende.

    Nipote di Numa Pompilio, Anco Marzio, ad un  esame più attento si rivela grande stratega politico... di quelli che senza troppi strepiti e colpi di scena portano a casa i risultati.
    Anco Marzio é soprattutto un innovatore. Guarda in avanti ed alle innovazioni etrusche e riesce perfino a stipulare un Trattato d'Alleanza con la città di Tarquinia contro l'eterna rivale, Veio. Si  serve anche della cavalleria di Tarquinio il Tirreno per domare le rivolte delle città latine che non hanno ancora perdonato a Roma la distruzione di Albalonga.
    E qui brilla l'acume politico di questo uomo dall'apparenza scialba: egli non vuole il massacro dei vinti, ma il loro trasferimento a Roma per "risanare" un po' il malandato tessuto umano della città e accarezza l'antico progetto del fondatore di Roma, Romolo, che era quello  di dare alla nuova città una "multietnia".
    Esplose, perciò, proprio durante il suo regno, ci informa lo storico Plutarco, una assai particolare usanza che non era, però,  del tutto nuova. La grande pestilenza ai tempi di Tullo Ostilio e le continue guerre avevano assottigliato la popolazione, soprattutto   femminile ed infantile. Nemmeno il numerodelle donne forzatamente condotte via da Albalonga riuscì  a risolvere il problema.
    Donne... Donne... A Roma mancavano sempre donne.
    Plutarco ci parla del prestito "uxorio".
    "... il marito con prole sufficiente - scrive - poteva cedere la moglie ad un altro cittadino privo di discendenza, rimanendo, però, padrone di lasciarvela o di riprenderla dopo un certpo tempo..."
    Consuetudine che oggi farebbe inorridire, ma che i romani consideravano quasi atto di patriottismo.

     

    Non si sono create leggende, dunque, intorno alla figura di questo Re, ma fatti.
    Con lui si bonificarono i terreni, si intensificò  l'agricoltura, si introdussero alberi, soprattutto ulivi, si scavarono canali.
    Un grande innovatore, Anco Marzio e le innovazioni, si sa, non sono mai indolori.
    Ne fecero le spese pastori ed allevatori che si videro assottigliare sempre più i terreni destinati ai pascoli.  Una popolazione in particolare se ne sentì danneggiata: i Volsci, grandi allevatori i quali cominciarono ad arrivare a valle per aprirsi nuove vie per nuovi pascoli, ma... qui comincia un'altra storia che ha per protagonisti altre persone.

    TARQUINIO PRISCO - V° RE di ROMA... e la "Signora di ferro"

    Tanaquil! Questo il nome della Regina in questione: una emancipata ed ambiziosa  donna etrusca.
    "Dama di ferro" l'avremmo definita oggi. E,  se il detto "dietro un grande uomo c'é sempre una grande donna" corrisponde al vero, più che mai si addice a questa coppia inossidabile ed unita fino alla fine.
    Erano arrivati a Roma, Lucumone, ricchissimo armatore e mercante greco (non si chiamava ancora Lucio Tarquino) e la moglie Taniquill, dopo un breve soggiorno nella città di  Tarquinia.
    A convincere il marito a trasferirsi a Roma era stata l'ambiziosa Tanaquil e fu lei, alla morte di  re Anco Marzio, a spingerlo lungo un percorso che doveva condurre al trono e fu sempre lei a suggerirgli di cambiare il nome in Lucio Tarquinio... Prisco era un soprannome che gli venne dato in seguito e significa: l'Antico.
    Tutto questo, però, a seguito di un grande prodigio avvenuto sul Gianicolo.
    Si trovavano "per caso a passare da quelle parti", racconta Dionigi, quando un'aquila reale, planando nel cielo, si abbassò puntando su Lucumone e gli portò via il  copricapo all'etrusca, salvo poi riportarglielo dopo un ampio giro sopra le  teste di tutti i presenti e rimetteglielo sul capo.
    Un chiaro segno degli Dei!
    Tanaquil, donna pratica di arti divinatorie,  lo strinse a sé in maniera plateale  ed annunciò che quello era proprio un segno degli Dei: non  un avvoltoio "indigeno", uno dei tanti  che nidificavano a centinaia in zona, ma un'aquila, animale sacro a Giove ed agli Etruschi.
    La signora Lucumone a seguito dell'evento prodigioso organizzò una vera e propria  "campagna elettorale" rivolta a patrizi e plebei e  Lucumone non si mostrò da meno.
    I discorsi propagandistici che tenne  nelle piazze dovevano assomigliare davvero molto alle moderne " promesse elettorali" dei nostri politici;  promesse che i cittadini romani volevano sentirsi dire... proprio come gli elettori di oggi.   La maggior parte dei romani, infatti,  gli dette ascolto e credito e finì per eleggere lui come Re di Roma, Quinto Re di Roma e non i figli del defunto Sovrano.
    Diversamente dai moderni politici, però,   Tarquinio non mancò di mantenere le  promesse.
    Come primo atto nominò gli ulteriori cento Senatori promessi in campagna elettorale e poi si dedicò al risanamento delle finanze dello Stato... cosa che gli riusciva assai bene, essendo egli un avveduto "uomo d'affari" che considerava un po' lo Stato di Roma come una "azienda familiare". Un'azienda familiare allargata, però, i cui proventi  erano in parte destinati ai cittadini romani.
    Il mezzo per conseguire gli obiettivi era uno soltanto: la guerra. E questo egli fece.

    Il primo obiettivo fu la ricca ma indifesa Apioli, città volsca, che gli fruttò un abbondante bottino di oro e merci varie,  ma anche di uomini: al contrario dei predecessori  latini   i quali,   le popolazioni assoggettate le deportavano a Roma, questo Re etrusco li condusse ad Ostia, uomini, donne e bambini e li vendette schiavi ai pirati.
    A Roma, gente italica, questo non era mai successo prima, però,  i cittadini romani si adeguarono presto e volentieri al nuovo costume, già in uso in tutto il Mediterraneo. E si mostrarono ancora più soddisfatti e contenti  quando il nuovo Re utilizzò parte del ricavato di quel mercato di merce umana,  allestendo giochi circensi: nacque allora il Circo Massimo.

    Intanto la fama di Lucio Tarquinio, Quinto Re di Roma, aumentava sempre più e in egual misura aumentavano i timori delle vicine città latine le quali,  viste le conseguenze di quei modi sbrigativi e conoscendo la forza militare di cui disponeva, non avevano che da scegliere tra due  possibilità:  soccombere ad un attacco e finire venduti schiavi oppure dichiararsi "alleati".
    Qualcuno provò a fare resistenza: la popolazione della cittadina di Cornicoli, che finì sul mercato degli schiavi di Ostia e da esempio per altre città.

    E le eterne nemiche di Roma, come Veio o Chiusi, Volterra, Vulci ed altre ancora?
    Non restarono a guardare ed insieme alle poche città latine e sabine non ancora assoggettate,  formarono una coalizione contro l'"Asse" Roma-Tarquinia.  Non staremo a raccontare lo svolgimento della guerra e delle varie battaglie, ma un cenno al "fuoco greco" è d'obbligo.
    Il "fuoco greco", che il greco Lucumone, al secolo Lucio Tarquinio Prisco, doveva conoscere bene, era un composto di arbusti secchi impregnati di zolfo e pece. Con la complicità delle tenebre notturne e l'azione di un gruppo di audaci,  un gran numero di questi ordigni incendiari furono lanciati contro le postazioni nemiche con effetti disastrosi.

    Durante il regno del suo Quinto Re,  Roma conobbe un periodo di grande benessere e  prosperità. La città era in continua espansione ed evoluzione; le capanne si trasformavano in vere abitazioni e le strade sterrate in strade  lastricate e per la prima volta le  fogne corsero tutte in una sola direzione:  una cloaca che sboccava nel fiume.
    Anche Tarquinio ebbe il suo Trionfo. Gli fu riconosciuto dal Senato dopo l'epica battaglia di Ereto. Il   riconoscimento maggiore, però, Tarquinio Prisco, sempre nel corso di quel Trionfo, lo ricevette proprio dalla nemica Lega Etrusca:  gli ambasciatori di 12 città (Veio, Vulci, Fidene, ecc..) gli consegnarono i Fasci insegno di sottomissione.

    Questo era LucioTarquinio... e Tanaquill?
    L'abbiamo lasciata Regina di Roma mentre il Re conduceva le guerre per procurare fama e benessere alla città, riuscendo a farne la riconosciuta capitale di un Regno temuto e rispettato.
    Tanaquill! Intelligente, astuta, intrigante, ambiziosa, le cronache dell'epoca la definiscono anche bella e piena di fascino. Gli storici asseriscono tutti che  Lucio Tarquinio non le fu mai infedele, né la ripudiò, secondo l'uso romano, quando l'unico figlio maschio morì e lei non era  più in grado di dargliene un altro.
    L'intraprendente donna, però, aveva già provveduto a procurargli un erede adottando  colui che  sarebbe diventato il Sesto Re di Roma e che aveva dato in marito  ad una delle due figlie femmine, ma... ma questa é un'altra storia.

    Ai piedi del trono,  però,  già da un po' si stava tramando ed a farlo erano i figli del precedente sovrano. In verità, non erano i soli. Molte delle famiglie più  in vista avevano posato gli occhi su quel trono, ma i figli di Anco Marzio erano i più determinati a riacciuffare l'occazione che  in passato avevano perso a causa  della troppo giovane età. Adesso, però, erano cresciuti e pronti ad andare fin  in fondo.  
    Prepararono un agguato in cui   il Re restò ferito a morte, ma non tennero conto delle ambizioni della Regina la quale non aveva intenzione alcuna di farsi da parte e che prese in mano  la faccenda per gestirla a modo suo.
    Tanaquill fece credere che il Re non fosse morto, ma solamente ferito e istruì il genero, Servo Tullio, prima di spedirlo al cospetto del Senato per convincere i Senatori ad  affida rgli la Reggenza del Regno in nome dei propri  figli, nipoti del Re, ma... anche questo particolare fa parte di un'altra storia.
    Lucio Tarquinio Prisco, però, era veramente morto. Gli furono dedicati funerali trionfanti     e ai suoi assassini  fu imposto l'esilio perpetuo e la confisca dei beni.

    SERVIO TULLIO VI Re di Roma... e lo schiavetto dormiente

    Testo

    Lo schiavetto dormiente!… Si chiamava Servio Tullio e sarebbe diventato il VI° Re di Roma, ma per il momento era solo un fanciullo addormentato accanto alla fiamma di un focolare nella reggia di Tarquinio Prisco, Re di Roma. Quand’ecco uno straordinario prodigio, così come ce lo riferisce lo storico Tito Livio:
    “… un prodigio che fu veramente meraviglioso sia a vedersi che per gli effetti che ebbe…”
    Di che cosa si trattava?
    Intorno al capo del fanciullo addormentato erano venute a crepitare, d’improvviso, le fiamme del focolare.
    Richiamati dal trambusto, il Re e la Regina, Tarquinio Prisco e Tanaquilla, ne rimasero assai impressionati. Ad un servo accorso con dell’acqua per spegnere le fiamme, la Regina ordinò di non farlo, essendo, quello, un chiaro segno degli Dei. Attesero che il fanciullo si svegliasse e quando questo accadde, come per incanto, le fiamme si spensero.
    “E’ un chiaro segno degli Dei!” continuava a ripetere la Regina.
    Tanaquilla convinse il Re ad adottare quel bambino, chiaramente sotto la protezione divina, la cui presenza a corte, disse, avrebbe sicuramente guidato la benevolenza degli Dei anche sulla reggia e la città tutta. Senza trascurare il fatto, fece osservare ancora la Regina, che quel fanciullo, se pur schiavo era di stirpe reale, poiché sua madre era Ocrisia, principessa dei Cornicoli, popolazione latina assoggettata a Roma.

    Questa storiella, la regina Tanaquill la tirò fuori, come un coniglio dal cilindro di un moderno preestigiatore, quando propose al Senato ed al popolo romano la candidatura di Servio Tullio, ormai adulto, a “Reggente”, in attesa che i nipoti del Re, appena morto per mano assassina, fossero cresciuti. Nessuno, insisté la Regina, donna ambiziosa e dalle infinite risorse, avrebbe potuto ricoprire più degnamente quel delicatissimo ruolo.
    Se ciò non fosse bastato per convincere anche i più indecisi, la Regina aveva già, bella e pronta, un’altra storiella: le circostanze ancor più prodigiose in cui il fanciullo era giunto a questo mondo. La principessa Acrisia, sua madre, riferì Regina, era stata fecondata, ancora vergine, dal Dio-Ignis in persona che, sotto le sembianze di membro maschile, s’era staccato dal Focolare Sacro della Reggia e l’aveva avvolta in una spirale di fuoco.

    Riuscì Tanaquilla convincere il Senato?
    Ci riuscì e Servio Tullio, ormai adulto e sposato ad una delle sue figlie, assunse la carica di Reggente… non prima di aver promesso solennemente alla “etrusca di ferro” che non le avrebbe giocato alcun tiro mancino e che al momento giusto si sarebbe fatto da parte.
    Servio Tullio, però, non aveva affatto intenzione di abdicare. E non lo fece mai e diversi anni più tardi divenne, a furor di popolo, il VI° Re di Roma.

    Quando si parla di Re di Roma, comunemente si tende a classificare come “Latini” i primi quattro ed “Etruschi” i successivi tre. Lo si fa, forse, un po’ affrettatamente.
    Servio Tullio, in realtà, era di origine latina e non fece proprio nulla in favore degli etruschi. Al contrario, inasprì i rapporti con Tarquinia e mosse guerra alla gente etrusca.
    Fu Veio ad aprire le ostilità, ma seguirono ben presto Cere, Tarquinia ed altre città e la guerra si trascinò per anni procurando danno soprattutto ai proprietari di terre. I malumori di costoro, però, fornirono al Senato il pretesto per sbarazzarsi di lui con l’accusa di “Sovranità illegale”.

    Servio Tullio, però, batté i Senatori sul tempo. Convocò il popolo romano nel Foro e tenne un discorso dagli accenti vibranti, degno di un politico di due millenni più tardi: filo-democratico e filo-proletario.
    Che cosa promise di così straordinario da far risuonare il Foro di scroscianti applausi quali quelli di un pubblico di scatenati fans di nostrane star del rock?
    Prima di tutto promise l’abolizione della “nexum”, ossia l’abolizione della schiavitù per debiti ( ed a Roma, all’epoca, di cittadini poveri e carichi di debiti ce n’erano davvero tanti) e si offrì egli stesso, nella misura in cui era possibile, di pagare debiti.
    Fece ancora di più. Contrariamente ai politici di oggi, egli mantenne le promesse e per prima cosa fece stilare un elenco documentato di cittadini poveri: era nata la categoria dei “Nullatenenti”.

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    Promise anche la “Manumissio” o liberazione con denaro dalla schiavitù; in casi meritevoli, anche con denaro pubblico. Chiese, infine, la restituzione di terre pubbliche accaparrate illecitamente.
    Tutte queste manovre e cambiamenti, però, finirono per alienargli l’appoggio del Senato.

    Giungevano, intanto, a Roma voci secondo cui i figli detronizzati di Anco Marzio accarezzassero progetti di rivalsa su un trono praticamente vacante.
    Da grande “animale politico”, il buon Servio si presentò ancora una volta al Foro per annunciare al popolo che lo gremiva, d’essere pronto a levare le tende.
    Una folla sovraeccitata ed osannante, però, lo pregò di restare ed egli non si fece pregare a lungo e promise che si sarebbe presentato presto in Curia per chiedere d’essere eletto Re, secondo la “volontà del popolo romano”.
    Il Senato respinse la richiesta, ma il popolo lo appoggiò e Roma ebbe il suo VI° Re il quale passò immediatamente all’azione ed attuò tutte quelle riforme e cambiamenti che ai precedenti Sovrani era stato impedito di fare: portò il numero delle Tribù da tre a trenta, e ripartì il popolo in Centurie (in base al censo) che, oltre ad offrire fanti e cavalieri, assicuravano anche voti nelle assemblee.

    Oltre alla Politica, Servio si interessò anche alla Religione. Confermò e sostenne il culto di Giove, Giunone, Marte e Minerva, ma introdusse ed appoggiò anche il culto di una Dea molto amata, soprattutto dalle donne: Diana, per cui fece costruire, con il contributo di tutte le città, un imponente Tempio sull’Aventino.

    Servio Tullio, dunque, schiavo di stirpe reale, affermò il proprio potere non con l’appoggio del patriziato, ma con quello del popolo, ossia, della parte più debole del tessuto sociale.
    Rancori e tentativi di congiura da parte della nobiltà, erano, di conseguenza, più che prevedibili.
    Ma non fu la mano di un patrizio a colpire a morte il VI° Re di Roma.
    Servio Tullio aveva due figlie: Tullia Minore e Tullia Maggiore, sposate ai nipoti di Tanaquilla, Arunte e Lucio Tarquinio. Sarà la loro mano a togliergli la vita e sarà fatto nel modo più feroce che si possa immaginare, ma… ma questa tragedia appartiene ad un’altra pagina di Storia.

    TARQUINIO IL SUPERBO -Ultimo Re di Roma... e il cocchio di Tullia


    TARQUINIO il SUPERBO - Ultimo Re di Roma... e il cocchio di Tullia Minore

     

    La scena é raccapricciante.
    Un vecchio giace in mezzo alla strada in una pozza di sangue, trafitto da un pugnale. Un cocchio con a bordo una donna giunge a gran velocità e travolge di proposito il ferito. Quel vecchio é Servio Tullio, VI° Re di Roma e la donna é sua figlia, Tullia Minore.
    Ecco come lo storico Tito Livio riporta l’episodio:
    “…mentre faceva voltare il cocchio per raggiungere il colle Esquilino, il cocchiere trattenne le redini mostrando alla padrona il giacente trucidato Servio…. resa forsennata dalle Furie – continua il racconto – Tullia fece passare il cocchio sul corpo del padre e portò sul cocchio insanguinato, lorda ed aspersa essa stessa, le tracce dell’eccidio paterno…”
    I romani chiamarono “scellerata” quella via che prima si chiamava Urbia.

    Ma non era quello il primo orrendo delitto che quella donna violenta ed ambiziosa consumava in seno alla famiglia.
    Servio Tullio, VI° Re di Roma, aveva due figlie, tutte e due due di nome Tullia: Maggiore e Minore. Egli le dette in moglie ai due Tarquinii, figli del defunto Re, Arunte e Lucio, per conto dei quali continuava a tenere la Reggenza del regno.
    I due, però, non erano più bambini. Erano cresciuti. Erano già uomini.
    Lucio Tarquinio aveva superato la quarantina ed aveva figli già soldati e non aveva alcuna intenzione di aspettare un giorno di più per occupare un trono praticamente vacante, senza contare il suo carattere violento, ambizioso e privo di scrupoli.
    Al contrario, sua moglie Tullia Maggiore era una donna mite e gentile, assolutamente priva di qualsiasi ambizione.
    Afflitta da “muliebris pavor” – l’accusava la sorella, Tullia Minore, che la disprezzava profondamente – e priva “muliebris audacia”.

    Di certo quest’altra Tullia, la Minore, era proprio il contrario della sorella: astuta, ambiziosa e implacabile.
    Due coppie assai male assortite, dunque e non sappiamo per quali reconditi progetti la Tullia violenta era finita sposa del mite Arunte e la mite Tullia faceva coppia con il violento Tarquinio. Una “miscelanza esplosiva” che poteva scoppiare da un momento all’altro, proprio come accadde.

    Sostenuti dal comune ed ambizioso progetto di raggiungere quel trono vacante e di occuparlo, Lucio e Tullia Minore si sbarazzarono degli incomodi coniugi e convolarono a giuste nozze, facendo quale unico scopo di vita, quello di eliminare ogni ostacolo si frapponesse fra le loro ambizioni e quel trono.
    Non era facile, però, sbarazzarsi del vecchio Re le cui riforme sociali e politiche gli avevano guadagnato le simpatie del popolo e il suo appoggio: sia dei nuovi ricchi, ma anche dei soliti poveri cui era stato concesso qualche privilegio. Non era facile neppure avvicinarsi alla sua persona, sempre attorniata da una incorruttibile ed agguerrita Guardia del Corpo.

    La posta in gioco, però, si faceva ogni giorno più alta, il clima sempre più avvelenato e Lucio Tarquinio non era proprio più disposto ad aspettare; per di più, i rimbrotti della moglie si facevano sempre più accesi e le giustificazioni sempre più convincenti.
    Ecco le parole che Dionigi mette in bocca alla figlia di Servio Tullio:
    “Uno può anche esitare a compiere delitti a fronte di obiettivi umani. Ma quando la posta in gioco è il trono, allora bisogna osare tutto e non si può essere giudicati per questo…”
    I delitti consumati, però, erano tre: l’ingenuo Arunte, la mite Tullia Minore e il tenace Servio Tullio.

    Sete di potere, spinta alla rivalsa, vocazione per l’intrigo… Tutte cause che possono spingere al delitto. Eppure, non ci sembra ancora abbastanza.  Il Re era vecchio; al principe ereditario bastava pazientare ancora solo un po’ prima di poter sedere su quel trono. Qualcosa di importanza vitale doveva esserci stato per giustificare un comportamento delittuoso così aberrante e mostruoso. Soprattutto da parte di Tullia che di Servio era la figlia.

    Che cosa di tanto importante può  essere accaduto per spingere la diabolica coppia ad anticipare i tempi? Che cosa può giustifiare  un comportamento delittuoso così aberrante e mostruoso. Soprattutto da parte della figlia di Servio Tullio?.
    Il motivo, forse, ce lo fornisce ancora una volta lo storico Dionigi. Egli riferisce un discorso  fatto al Senato dal  Re:
    “…per quanto riguarda il Regno, io restituirò il potere al popolo che me lo ha dato… Io mi spoglierò del potere per restituirlo al popolo….”
    Servio Tullio intendeva, forse, porre fine alla Monarchia per instaurare una Repubblica?
    Se così fosse, tutto diventa più chiaro e perfino comprensibile. Sempre deprecabile, ma comprensibile. Compresa la feroce determinazione di quella figlia snaturata il cui sogno doveva essere sempre stato quello di diventare Regina di Roma.

    Assicuratosi l’appoggio, sia pur riottoso dei patrizi, Lucio Tarquinio anticipò le mosse del suocero e si presentò davanti al Senato, (presso cui, in verità, non godeva di gran popolarità né stima) ed in un veemente discorso accusò il Re di detenere illegittimamente un potere che spettava invece ai legittimi eredi, nipoti del defunto Sovrano.
    Avvertito dell’incalzare degli eventi, il Re si precipitò in Senato.
    Lo scontro verbale fra suocero e genero fu durissimo e Tarquinio vi pose fine scagliandosi sul vecchio Re con un pugnale e scaraventandolo giù dalla scalinata della Basilica del Senato.
    Il Re, però, non era ancora morto. Ferito e rantolante, si trascinava in mezzo alla strada quando soggiunse un cocchio che lo travolse e uccise e la tragedia romana si trasformò in una tragedia greca: c’era la figlia a bordo di quel carro ed aveva intimato al suo cocchiere di non fermarsi e di travolgere di proposito il padre.

    Il vecchio Re é morto. Viva il nuovo Re!
    Lucio Tarquinio era diventato VII° Re di Roma. Lo era diventato, in realtà, contro la volontà del popolo e di buona parte dello stesso Senato, ma egli non se ne curò e per mantenere un potere acquisito con la violenza fu proprio con la violenza che continuò ad esercitarlo, guadagnadosi il titolo di: Superbo.
    Titolo meritatissimo.
    Al vecchio Re egli negò funerali pubblici ed alla Regina, una fine alquanto misteriosa: Tanaquilla morì subito dopo le esequie del marito; una morte su cui si continua ancora a discutere.
    Tarquinio mostrò immediatamente i muscoli: spazzò via avversari ed oppositori, sciolse ogni tipo di Assemblea e ridimensionò il potere dei Senatori. Soprattutto, però, regnò come un vero Despota, prendendo autonomamente ogni decisione su guerre, alleanze, Trattati di Pace senza prima consultarsi con il Senato.

    Nel clima di guerre ed alleanze che venne a crearsi, Tarquinio, in verità, si mostrò ottimo stratega: strinse alleanza con i Sabini ( al nobile Ottavio Tuscolano diede in moglie una figlia), strinse Trattati di non belligeranza con Equi ed Etruschi, mosse guerra a Volsci ed Hernici e conquistò con uno stratagemma la città di Gabi. Fu proprio a causa della sua politica espansionistica che la potente Cartagine propose e strinse un Trattato Commerciale con Roma.
    Per procurarsi denaro ricorse ad ogni tipo di espediente, lecito ed anche illecito: confisca di beni, sequestro di persone, ecc… Giunse perfino ad imporre una tassa del tipo “una tantum”, che una-tantum non era: era continuativa e presentata sotto vari nomi, con il risultato che, coloro i quali non potevano pagare finivano per indebitarsi con lo Stato e lavorare gratis per Esso.
    Bisogna riconoscere, però, che il Superbo utilizzò bene quella enorme risorsa umana gratis o a buon mercato: diede impulso alla edilizia aprendo numerosi cantieri o proseguendo su quelli aperti dal predecessore: il Circo Massimo, numerosi Templi distribuiti in tutta la città, la grande cinta di mura fatte innalzare da Servio Tullio, ecc..
    Con il Superbo i confini del regno si erano notevolmente allargati; sempre in guerra con qualcuno,  egli conquistò la Sabina, l’Etruria e si spinse fino a Gaeta ed alle foce dell’Arno.
    Roma, però, mordeva il freno e malsopportava quella tirannia nonostante avesse raggiunto grande fama e notevole benessere. Roma voleva liberarsi di un tiranno filo-etrusco e per giunta poco rispettoso degli Dei… e soprattutto degli Dei Latini e attese. Attese che facesse un errore e Tarquinio lo fece.

    Tarquinio commise un errore che solo la propria natura di superbo poté avergli suggerito e che gli alienò completamente il favore dei romani e segnò l’inizio della sua caduta: ordinò di sgomberare il Campo Marzio e di seminarvi del grano.
    Una coincidenza che proprio da quel momento le fortune militari cominciarono ad abbandonarlo?
    I romani non avevano dubbi: Marte gli negava i suoi favori.

    Correva l’anno 524 e il Superbo si trovava ad Ardea, capitale dei Rutuli, stretta d’assedio.
    Tarquinio una notte sognò che alcuni avvoltoi avevano distrutto un nido di aquile.
    Avvoltoi sacri alla gente Latina e aquile sacre alla gente etrusca! Altri sogni e segni strani lo avevano inquietato nei giorni scorsi, ma quello gli parve davvero un messaggio divino e lo spinse a chiedere lumi ad un oracolo.
    Quali messaggeri, egli inviò a Delfi i due figli minori, Tito e Arunte e con loro anche un nipote un po’ “sciocco”, Giunio Bruto, bersaglio delle birbonate dei due fratelli.
    Il responso dovette essere stato davvero catastrofico per il VII° Re di Roma, se i figli chiesero all’oracolo a chi sarebbe andato il Regno.
    L’oracolo rispose: “A colui che bacerà sua madre per primo”
    I due fratelli decisero che l’avrebbero fatto insieme, ma Giunio Bruto, il cugino “sciocco”,  il solo ad aver compreso il messaggio contenuto nell’oracolo, appena giunto in suolo italico si chinò a baciare la terra: Madre di tutti gli uomini.

    Ma Tarquinio non era solo superbo e superstizioso (la sua corte ospitava maghi ed indovini) , era anche arrogante e prepotente .
    Un giorno giunse a corte una donna con un carico assai particolare: uno scrigno pieno di libri in cui, affermava , vi erano scritti oracoli dettati alla sua Profetessa, da Apollo in persona.
    Quella donna veniva da Cuma ed era una Sibilla.
    Roma era in guerra con Cuma e una volta ancora Tarquinio mostrò la sua natura arrogante.
    Respinse l’offerta, alla qual cosa la Sibilla rispose bruciando tre dei nove Libri Sacri prima di  ripeté l’offerta. Seguì un nuovo rifiuto. La Profetessa ne distrusse ancora tre e solo allora il Superbo si decise ad acquistare, al prezzo di nove, i rimanenti tre, che sottopose allo studio di fidatissimi esperti.
    L’andamento della guerra, però, nonostante riti e pratiche magiche, continuava a peggiorare e la città di Ardea continuava a resistere. Porsenna, Re di Chiusi, entrò in guerra e mandò il figlio a cingere d’assedio Aricia: dall’esito di quella battaglia dipendevano le sorti di tutta l’Italia centro-meridionale, compreso quelle della monarchia romana che crollerà di lì a poco. A darvi una bella spinta, però, contribuirà un’ulteriore tragedia familiare dei Tarquinii, che funzionerà da causa scatenante

    Di questa tragedia si sono occupati proprio tutti: storici e scrittori classici, storici e scrittori moderni, pittura, cinema, ecc…
    I protagonisti! Sesto Tarquinio, figlio maggiore del Superbo, Lucio Tarquinio Collatino, parente del Re e la bellissima Lucrezia, moglie di quest’ultimo.
    La vicenda, che qualche moderno storico tende a considerare come semplice “melodramma” , é narrata sia da Tito Livio che da Dionigi, pur con qualche piccola divergenza, ed eccola qui:
    Un giorno, Sesto e Collatino, mentre erano sotto la tenda da campo militare, per ammazzare la noia cominciarono a discutere delle proprie consorti ed a scommettere sulla loro virtù.
    Inforcati i cavalli, i due decisero di fare loro una visitina a sorpresa. Trovarono la moglie di Sesto che godeva della compagnia di alcuni spasimanti, mentre Lucrezia, la moglie di Collatino, era occupata a tessere e filare.
    Sesto prese la cosa assai male: cornificato e perdente, decise di vendicarsi. Riuscì con minacce e lusinghe, più minacce che lusinghe, nel suo sordido intento.
    Il giorno dopo, però, Lucrezia riunì tutti i parenti e dopo aver raccontato la violenza subita ed essersi trafitto il petto con un pugnale, chiese di essere vendicata.
    Alla tragedia era presente anche Lucio Bruto; egli prese il pugnale ancora insanguinato con cui la donna s’era trafitta e giurò che avrebbe fatto di tutto per vendicarla e per abbattere il potere dei Tarquinii, poi portò il corpo della donna nel Foro e alla folla riunita, tenne un vibrante discorso sulla virtù di Lucrezia e le scelleratezze dei Tarquinii.
    La città, che aspettava solamente un pretesto, insorse.
    Il Superbo, sotto le mura di Ardea, avvertito dei fatti si dette alla fuga e trovò rifugio a Chiusi presso re Porsenna.
    Correva l’anno 509 a.C. e Roma proclamava la Repubblica.

     

    SESTO TARQUINIO ... e i "Papaveri" di Gabii

     

     


    La vita di Tarquinio il Superbo e sua moglie Tullia, divenuti i nuovi Signori di Roma contro la volontà del popolo e di buona parte del Senato, non poteva essere né facile né felice.
    Innegabili, però, le machiavelliche "virtù"  di questo Sovrano, che consentirono a Roma di estendere la propria influenza oltre i confini del Lazio.  Si  manifestarono in più occasioni. La  conquista della strategica roccaforte etrusca di Tuscolo, ad esempio,  ottenuta con macchinoso raggiro.  La comandava un certo Ottavio Mamilio, che il Superbo si affrettò a  dare come marito a sua figlia.
    Ecco come avvenne il fatto.
    Durante un'assemblea presso il Santuario di Ferentino, il Superbo fu accusato, sul piano morale e personale,     da un certo Erodonio. Tarquinio non rispose subito alle accuse, ma rimandò al giorno seguente la difesa.
    Durante la notte, però, riuscì a far introdurre sotto la tenda del suo accusatore un certo numero di armi.  Poiché era proibito presentarsi armati ad un'assemblea religiosa, il povero Erodonio fu messo a morte per il suo imperdonabile gesto sacrilego mentre il Superbo  usciva  rafforzato da quel confronto. Così rafforzato, da  riuscire ad esercitare sulla Lega Latina un severo controllo ed a ricondurre all'obbedienza  città ribelli come Pomezia o Gabii.
    Proprio in questa circostanza si manifestò il machiavelllico ingegno che il Superbo aveva trasmesso a Sesto, il figlio maggiore.
    Gabii  era per Roma un baluardo quasi inespugnabile di una   resistenza estrema messa in atto da "dissidenti" latini refrattari agli usi e costumi etruschi così cari al Superbo; in migliaia vi avevano trovato rifugio ed aspettavano l'occasione buona per agire.
    L'occasione gliela fornirono proprio il Superbo e suo figlio Sesto.

    Giunse a Gabii la voce di una rivolta popolare contro il Re di Roma, capeggiata proprio da suo figlio Sesto; scoperta la congiura, il colpevole fu sottoposto a vessazione ed umiliazioni di ogni sorta ed al supplizio delle verghe.
    Nessuno a Gabii dubitò   dell'inimicizia fra padre e figlio quando Sesto inviò   messaggeri per  chiedere asilo   per sé  e un nutrito gruppo di amici "disertori" pronti a volgere le armi contro  il Re di Roma. Nessuno   dubitò, poiché la tortura delle verghe era tra le  punizioni più terribili.
    Così fu.
    Ignari del tranello,   poiché di tranello si trattava, ben congegnato tra padre e figlio,  i cittadini di Gabii furono lieti di offrire ospitalità a Sesto ed ai suoi uomini. Appena, però, se ne presentò l'occasione, questi si impadronirono dei punti strategici della città senza troppa fatica.
    Si inserisce a questo punto l'episodio passato alla Storia come "i papaveri di Gabii".
    Sesto inviò un messaggero a Roma per chiedere al Superbo istruzioni sulla condotta da tenere con i maggiorenti ed i capi della città.
    Tarquinio il Superbo, diffidente per natura ed in particolare con gli ambasciatori,  condusse il messaggero in giardino e mentre questi gli esponeva i fatti, egli cominciò a tagliare i papaveri con la punta di un bastone, senza  dire nemmeno una parola.
    Il messaggero   tornò a Gabii piuttosto  seccato a causa dell'atteggiamento del Re, inqualificabile e superbo, a suo dire.
    Sesto, però, aveva capito perfettamente   l'ordine contenuto in quel silenzioso  messaggio: liberarsi  dei capi e dei maggiorenti della città. Così fece. Li mandò a morte o in esilio.
    I loro beni furono distribuiti a plebe e  nullatenenti e Gabii si arrese a Roma contenta e soddisfatta.

     

     

    Testo

    I cambiamenti epocali non sono mai indolori e sono accompagnati spesso da confusione, incertezze e perfino equivoci ed a volte anche da  qualche enigma. L'opinione dei vincitori,  infine, é   sempre quella   corretta e,   se la vittoria arriva dopo una sconfitta,  giustificazioni non mancano mai, né tentativi di manipolazione.
    Il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, nella storia dell'Antica Roma,  fu un evento di cambiamento epocale: la Monarchia aveva fissato le fondamenta di quella che sarà una delle più grandi potenze del Mediterraneo, ma  la Repubblica, agli inizi,  faticherà un po'  a costruirvi sopra.
    Porsenna, Re di Chiusi, città etrusca, sarà il grande enigma di questo cambiamento.

    Di questo leggendario Re conosciamo troppo e troppo poco. Non sappiamo nemmeno se era davvero un etrusco: insigni studiosi ipotizzano che le sue origini fossero umbre.
    Etrusco oppure umbro, fu proprio a lui che il deposto Tarquinio il Superbo si  rivolse per riprendersi il trono, invitandolo a prendere le armi contro Roma.
    Cambiamento epocale, abbiamo detto: che anche gli Etruschi stavano tentando fi fare.  Fu  proprio durante questo delicato periodo della storia di Roma, infatti, che si verificò  la massima espansione etrusca verso il sud dell'Italia e il regno di Tarquinio il Superbo rappresentò  l'apice dell'egemonia  dell'elemento etrusco sul Lazio.
    A spese di Latini e Sabini, precedentemente favoriti, invece, dalla politica di Servio Tullio.
    Ecco cosa dice in proposito Dionigi:
    "... egli (il Superbo)  volle rimescolare  e distruggere  costumi, leggi  e tutto l'ordinamento   tradizionale   con   cui   i Re precedenti avevano formato lo Stato, trasformando il suo potere in vera e propria tirannide."
    Il Superbo non aveva mai nominato Senatori, aveva assunto mercenari etruschi come Guardia personale e soprattutto, aveva dissanguato i suoi cittadini con numerose tasse "una tantum", costringendoli,  praticamente, a lavorare gratis ai suoi grandiosi progetti: Circo Massimo, Templi, Fori, ecc... Esistevano, dunque, tutte le premesse per una insurrezione.
    Una rivolta sollecitata da un atto di violenza contro una donna... Lucrezia Collatino, hanno cercato di far intendere storici come Dionigi e Livio.  La storia, però, ci ha  informati che quella fu solamente la miccia che innescò l'incendo, ma  che la vera causa era da ricercarsi nell'insofferenza della popolazione nei confronti della dittatura del Superbo.

    Ma chi era Porsenna? Quali erano le sue vere intenzioni?
    Egli sostenne e finanziò il Superbo sia economicamente che militarmente e lo stesso fecero città nemiche di Roma come Veio, Cere o Tarquinia. Ma davvero a re Porsenna importava rimettere il Superbo sul trono di Roma?  Davvero faceva differenza per lui  combattere contro una Roma monarchica o una Roma Repubblicana? E duque: quali interessi, oltre al fatto di essere un etrusco come il Superbo ( appartenenza in nome   della    quale il Superbo gli si era appellato fin dall'inizio),   potevano sollecitarlo a muovere guerra a Roma?
    Quali altri interessi potevano spingere questo enitgmatico Sovrano a partire alla volta  di Roma e ad accamparsi col suo esercito alle Porte del Gianicolo?
    Per scoprirlo occorre  conoscere i suoi disegni politici e di conquista oltre che la situazione generale del territorio.
    La posizione di Roma era strategica e lo sapevano tutti: lo sapeva Roma, lo sapeva Porsenna e lo sapeva Aristodeo da Cuma, che degli etruschi cercava di ostacolare in tutti i modi  l'avanzata verso il sud.
    Qual era la posta in gioco?  Erano tutte le strade di transito che collegavano l'Etruria alla Campania,  spingendosi  fino a Capua; Roma ne era il punto nevralgico e strategico.
    E mentre Porsenna faceva guerra  a  Roma, Aristodemo cercava in tutti i modi di aiutarla a resistere.
    L'impresa, però, era assai difficile: Roma, assediata, era destinata ad arrendersi per fame.
    Fu proprio quello che accadde: Roma si arrese a Porsenna.
    Porsenna, però, vincitore di quella battaglia, sappiamo bene,  non sarà il vincitore della guerra. Egli cadrà.
    Sarà Roma la vincitrice, alla fine. Sarà Roma a cancellare definitivamente il disegno etrusco di espansione e sarà Roma ad avere l'ultima parola.
    E Roma si comporterà come  tutti i vincitori:  esalterà se stessa anche nelle sconfitte. Metterà sotto silenzio le virtù del nemico ed esalterà le proprie virtù anche nelle sconfitte.
    Non potrà negare, però, le proprie sconfitte. Sconfitte  pesanti.  Allora  le "infarcirà" di  piccoli   e grandi episodi di eroismo, coraggio ed abnegazione. Piccoli e grandi  eroi enfatizzati e circondati di un'aureola di immortalità,  che tutti abbiamo conosciuto sui banchi di scuola ed imparato ad amare. Eroi ed episodi enfatizzati dagli antichi storici, ma  anche da storici moderni, per coprire una "macchia" che per ben due anni  farà ombra  alla storia di Roma Antica
    Due anni, infatti, durò l'occupazione di Porsenna sul territorio romano e  trasformò   valorosi  soldati   in  innocui contadini cui era proibito perfino usare la zappa perché di ferro;  proibito, infatti, l'uso di qualunque strumento di ferro: era questa una delle pesanti condizioni del Re di Chiusi.

    Ma Porsenna  viene definitivamente sconfitto ad Aricia e la precedente sconfitta romana diventa esaltazione di  episodi di eroismo. Ed ecco comparire i nomi di Clelia, Orazio Coclite, Caio Muzio, Larcio ed Erminio,  capaci   di far dimenticare l'onta della sconfitta.
    Ma vediamoli da vicino questi eroi che abbiamo conosciuto ed imparato ad amare fin dai banchi di scuola e  di cui siamo davvero molto fieri.
    Cominciamo con Orazio Coclite.
    Porsenna si appresta ad entrare in città attraverso il Ponte Sublicio, ma il  giovane  soldato romano, da solo, respinge l'attacco nemico, consentendo ai compagni, alle  sue spalle, di distruggere il ponte ed impedire al nemico  di avanzare.
    La situazione in Roma, però, si fa sempre più pesante ed ecco un altro eroe affacciarsi   alla ribalta.  
    Il suo nome é Caio Muzio e notte tempo egli penetra nell'accampamento nemico con l'intenzione di uccidere re Porsenna.  Sbaglia persona. Condotto in presenza del Re, egli non aspetta   la punizione.   Si punisce    da sé: pone la mano su un braciere di carboni ardenti.
    "Punisco la mano che ha sbagliato il colpo." dirà e poi aggiungerà che altri 300 giovani sono pronti a prendere il duo posto. Da quel giorno lo conosceremo con il nome di Muzio Scevola.
    L'episodio é raccontato sia da Livio che Dionigi, pur con qualche lieve discordanza.
    L'esito finale é che Porsenna, impressionato, decide di restituire dei territori e di chiedere l'invio di  ostaggi.
    Ed é qui che si inserisce un altro episodio, quello  di Clelia.
    Clelia é una delle fanciulle di nobili famiglie che Porsenna ha richiesto come ostaggio.  La ragazza, però, intraprendente e coraggiosa, convince alcune compagne a fuggire con lei ed a  tornare a Roma attraversando  a nuoto il Tevere.  Le ragazze, però,  vengono  rimandate indietro, per tener fede ai patti.
    Porsenna è  impressionato da tanta determinazione  e lealtà e  decide di  concedere  la libertà alla ragazza    ed   alle compagne.
    Si potrebbe inserire fra questi anche un altro episodio: quello degli ufficiali Larcio ed Erminio,   accaduto   durante l'assedio, quando Roma pativa la fame; i due ufficiali, in una notte senza luna, riescono a far risalire il fiume, partendo dal mare,  ad un certo numero di barche cariche di viveri, sfidando i controlli nemici.

    Il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica fu, dunque, epocale, ma gli inizi della nuova era furono bui ed oscuri: gli ultimi due secoli di  conquiste  e splendori, testimoniati dai Templi, Fori, Basiliche, Arene... per un breve tempo parvero essere stati cancellati.
    Come un'Araba-Fenice, però, Roma era pronta a risorgere da lì a poco.