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S.P.Q.R.

S P Q R


Quante volte abbiamo letto e sentito questa sigla?
SPQR,  ossia "Senatus Populus-que Romanus", che vuol dire "Senato e Popolo Romano".
Il Senato era quel che si dice un "Consiglio degli Anziani", costituito da un centinaio di persone, primogeniti di quelle famiglie di pionieri che con Romolo avevano fondato Roma.

Secondo la tradizione, Romolo aveva diviso la città in tre Tribù corrispondenti alle tre popolazioni principali che la componevano: i RAMSENSES o  Romani, i  TITIENSES o Sabini
e i LUCERES o Etruschi e tutti gli altri.  Le Tribù erano divise in 10 Curiae e  ogni Curia in dieci Centurie o Gens, ossia Famiglie, dal nome del fondatore: Giulia, Flavia, Livia, Manlia, Fabia, Claudia, ecc.
Come si giunse all'istituzione del Senato?
Le Curie si riunivano almeno due volte l'anno e tra le varie prerogative avevano anche quella di eleggere il  Re il quale eseguiva quanto deciso in quelle assemblee chiamate Comizi Curiazi.

Con il sempre maggior afflusso di gente in arrivo nella nuova città, però, crebbero problemi ed esigenze e il Re da solo non potè più supplire a tutte le necessità, così si ricorse ad un organismo burocratico: il primo Ministero, ossia il Consiglio degli Anziani;  ossia il Senato.
All'inizio il compito del Senato era solo quello di consigliare il Re, ma in seguito il suo potere e prestigio giunsero ad influenzarne le decisioni.

Questo il Senato... e il Popolo?
Il concetto di Popolo,  per l'epoca, non era certamente quello corrispondente al nostro!
Vediamo da vicino da chi era costituito questo Popolo.
Un bel giorno, neanche troppo lontano dalla sua fondazione, a Roma cominciarono ad afflluire gruppi più o meno nutriti di gente appartenente a popolazioni vicine: sabini, latini, ecc. i quali, con molta probabilità prima dovettero venire alle mani  con i residenti per conquistarsi un pur limitatissimo spazio, ma poi finirono per allearsi e lasciarsi inglobare nel tessuto romano, pur restando fuori dei "giochi politici" di questi.
Vennero a formarsi "classi sociali" ben precise e assai ben distinte: I PATRES (discendenti dei fondatori della città) e i PLEBEI...  tutti gli altri,  che  politicamente  non contavano nulla;  i
secondi sempre più  numerosi e i primi in numero sempre più esiguo, ma ben intenzionati a conservare ricchezze e privilegi.
Quale la migliore strategia, per questi ultimi, per poterlo fare? Permettere l'accesso  a quella fortezza costituita dal Senato in cui si difendevano quei privilegi, anche ad una parte della "controparte" e cioé ai Plebei.
Questa é vera Politica... quasi come la politica attuale. Ma, sarà proprio questa politica e cioé l'ascesa al potere di un nuovo tipo di cittadino, la  formula vincente del successo del modello romano.
Che cosa era accaduto?
Già ai tempi di Tarquinio Prisco in seno alla società plebea s'era formata un classe a sé, borghese e soprattutto di larghi mezzi economici: commercianti, bottegai, industriali, finanzieri... tutti con il sogno di diventare un giorno Senatori ed entrare in quella roccaforte di privilegiati politici... come succede ancor oggi, d'altronde.
Riuscirvi non era così difficile, in realtà, se si disponeva di ingenti capitali per comprarsi il censo di EQUITES o Cavaliere e poter votare nei "Comizi Centuriati".
Riuscire a sedersi su uno scanno tanto ambito (quello del Senato) non annullava, però, la differenza sociale: i PATRES restavano sempre Patrizi e i nuovi arrivati, gli EQUITES o Cavalieri, doventavano Conscripti, o nuovi istìcritti, felici di dilapidare il fresco denaro al fianco dei neghittosi e spesso spiantati Patrizi.
SPQR: SENATO e POPOLO; quest'ultimo costituito da  Patrizi e Cavalieri da una parte e Plebei dall'altra.
Una non facile convivenza, si vedrà subito!

I giorni della merla... - la leggenda


La Leggenda di  MERLA e TIBALDO


Da sempre chiamiamo “Giorni della merla” gli ultimi, rigidissi tre giorni del mese di gennaio.
Molte leggende sono sorte intorno a questo fenomeno atmosferico e in questa sede ne presento una: forse, la più romantica e triste insieme.
Viveva, nel ‘500, nella Rocca di Stradella, in provincia di Pavia, una nobile famiglia di gastaldi di nome Merli.
Tibaldo, un giovane della famiglia, fu inviato a Pavia a studiare. Terminati gli studi, il giovane  ritornò nel contado.
Qui incontrò una giovanissima ragazza di nome Merla e se ne innamorò; Merla era talmente bella, che in tutto il contado  si diceva: “Bella come la Merla”.
La ragazza ricambiò immediatamente il sentimento di Tibaldo, ma un grosso ostacolo separava i due innamorati: il grado di parentela.
Merla e Tibaldo, infatti, erano cugini stretti.
Per un po’ i due innamorati riuscirono a tenere segreta la loro relazione, infine, dovettero rendere pubblico quel loro amore senza speranza.
Sembrava, ai due giovani innamorati, che non ci fosse per loro altra soluzione che un romantico suicidio.
Quel sentimento, però, così forte, profondo e sincero, finì per attirare su di loro simpatia, benevolenza e comprensione.
Lo stesso vescovo di Pavia, parente dei due giovani, si mosse  a commozione e riuscì ad ottenere una dispensa papale che consentisse loro di sposarsi.
Le nozze furono celebrate in pompa magna e i festeggiamenti si protrassero per tre giorni: gli ultimi, tre gelidi giorni del mese di gennaio e tutto il paese vi partecipò.
Il festoso evento, però, finì in tragedia.
Per raggiungere Pavia, i due sposi attraversarono il Po gelato a bordo della loro carrozza.
Durante il viaggio, la superficie gelata del fiume si ruppe e i due giovani sposi finirono tragicamente annegati.

ANTICA GALLIA - Caractato... Re della Guerriglia

Caractato! Il "barbaro" che anche da sconfitto "conquistò" Roma.
Tacito ne parla nel Libro XII dei suoi "ANNALI"  con accenti di sincera ammirazione.
Siamo nel 51 a.C. - Galles Meridionale.
I Siluri, popolo ostile e bellicoso, sono per anni la spina nel fianco dei Romani. Comandati da re Caractato, tengono in scacco le Legioni Romane da ben nove anni, conseguendo più vittorie che sconfitte.

Fiero, ed irriducibile, non si riesce a sottometterlo né con la forza, né con le promesse. Perfettamente consapevole della inferiorità  numerca  del suo esercito,  questo barbaro ribelle riesce a sottrarre al servaggio la sua gente tenendo in scacco l'avversario con una tecnica assolutamente sconosciuta ai Romani..
La sua strategia militare è nuova ed insolita per i Romani, abituati a fronteggiare l'avversario. Ma Caractato ha inventato un nuovo modo di combattere: la guerriglia. Non affronta il nemico a viso aperto e con tutte le forze, ma lo coglie di sorpresa con un manipolo di uomini, favorito dalla impraticabilità del territorio su cui si muove.

Per la battaglia decisiva il grande guerrigliero sceglie un territorio assai impervio, uno spazio in cui l'accesso è difficile quanto l'uscita:  alle spalle ci sono ripide montagne e davanti un fiume con difficili guadi.
Dall'altra parte, i Romani spiegano la Legione di Publio Ostorio Scapola.
Dopo un combattimento violentissimo, che costerà ad Ostorio un vero massacro, i valorosi "guerriglieri"  sono costretti a  soccombere al valore dei Romani ed alla invincibile "Testuggine" romana.
Caractato riesce a fuggire, ma la moglie e la figlia sono fatte prigioniere.  Egli, allora, cerca rifugio e protezione presso il popolo dei Briganti, ma la regina Cartimandua, appena lo ha sotto la sua tenda, cerca di sedurlo; il grande guerrigliero la respinge e la donna  lo consegna ai Romani.

A Roma, il nome del principe dei Siluri é ben noto; le imprese  del ribelle invincibile ed invisibile sono già leggenda e tutti attendono impazienti l'arrivo dell'uomo che per quasi dieci anni si é beffato di Roma.
Lo stesso imperatore Claudio é impaziente di incontrarlo e, come ebbe a sottolineare Tacito,
nei suoi " Annali",    "per esaltare la propria dignità, aumentò la gloria del vinto."
L'Imperatore organizza un vero spettacolo per il popolo di Roma durante il quale fa sfilare, legato al  carro, re Caractato e la sua famiglia.
E ancora una volta, il grande "guerrigliero" mostra il suo valore.   Invece di implorare clemenza, giunto sotto la tribuna imperiale, egli tiene un vibrante discorso:
".................. Se fossi trascinato davanti a te - dice all'Imperatore - senza opporre resistenza, né la mia sorte, né la tua gloria avrebbe acquistato splendore: al mio supplizio seguirebbe l'oblio, ma se mi lasci vivere, sarò per sempre un esempio della tua clemenza."
Caractato ha salva la vita e con lui la sua famiglia e gli altri.
Bello, affascinante, la parola facile,  il principe dei Siluri non tarda  a conquistare   Roma ed a diventare l'ospite più desiderato dei "salotti" delle nobili matrone e   la  bellissima figlia,   con   il nome romanizzato di Claudia, viene fatta sposare ad uno dei figli del  nobile Pudente.

 

ANTICA GRECIA... le origini: Pelasgo, il primo uomo della Terra

ANTICA  GRECIA... le origini: Pelasgo, il primo uomo della Terra

Si racconta che Filippo il Macedone a chi gli rimproverava di essere un "barbaro"  domandava:  "Che cosa intendete voi per Grecia?"
Il primo territorio designato con questo nome pare essere stato Dodona,  città della Trespozia, nell'Epiro; in precedenza tutto il territorio era chiamato "Terra degli Elleni", da Hellas o Ellade, regione della Tessaglia e con questo nome, a partire dal VI secolo a.C. si identificarono tutte le popolazioni: dal Peloponneso all'Illiria, dall'Attica alla Macedonia, ecc.
Come e quando assunse quel nome? In realtà non si sa bene.
Secondo gli scrittori della Grecia classica ad arrivare per primi nel territorio furono i Lelegi, provenienti dalla Caria, ma vi trovarono un nucleo etnico arcaico, una popolazione autoctona: i Pelasgi, che pare si siano insediati nel Peloponneso partendo dalla Palestina intorno al 3500 a.C. e che in età classica dettero origine a quella che fu chiamata la "questione pelasgica".
E' con questo termine, infatti, che  furono indicati tutti gli abitanti della Grecia pre-ellenica.

Appartiene proprio a questo periodo il mito  greco più antico della Creazione; un mito complesso in cui non vi sono Dei, ma solo una Dea-Universale di nome Eurinome.
E' il mito pelasgico della Creazione, d'età matriarcale, quando la donna dominava l'uomo.

Era il Caos.
Eurinome,  Dea-Universale, emerse dal Caos, ma non trovò nulla di solido su cui posare i piedi e allora separò il cielo dal mare e per scaldarsi si mise a danzare sui flutti. La sua frenetica danza attirò Borea, il Vento-del-Nord,  che cominciò a turbinare alle sue spalle.
La Dea si voltò e pensò che avrebbe potuto servirsi di lui per dare inizio alla creazione della  vita.  Afferrato il vento,  lo strofinò tra le mani e  quello si trasformò in un grande serpente, Ofione, che, acceso dal desiderio, l'avvolse  e la fecondò.
Eurinome, rimasta incinta, assunse la forma di una colomba e volò sul mare per andare a deporre l'Uovo-Cosmico, poi ordinò ad Ofione di covarlo e il Serpente-Cosmico lo arrotolò in sette spire  aspettò che si aprisse.
Dall'Uovo uscirono le Figlie della Dea:  Sole, Luna, Pianeti, Stelle e Terra con monti, fiumi. alberi ed esseri viventi.

Eurinome, il cui nome significa "Lunga Perenigrazione" ed Ofione si stabilirono sul Monte Olimpo, ma quando Ofione si vantò d'aver creato lui l'Universo, la Dea si irritò e gli fracassò i denti prima di  rinchiuderlo nel seno oscuro della terra.
A questo punto  la Dea decise di assegnare  una coppia di Titani e Titanesse, "Signori" e "Signore", ad ognuna delle Sette Forze Planetarie: Tia e Iperione furono i Signori del Sole - Febe e Atlante furono i Signori della Luna -  Dione e Crio, del pianeta Marte -  Meti e Ceo, del pianeta Mercurio - Temi ed Eurimedonte, del pianeta Giove - Teti ed Occeano, di Venere -  Rea e Crono, di Saturno.
In età classica, però, queste Forze furono assegnate a: Elio - Selene - Ares -  Ermete oppure Apollo - Zeus - Afrodite e Crono.
Ad ognuna delle coppie di Divinità Planetarie  la Dea-Universale assegnò un potere associandolo al corpo celeste: Il Sole fu associato alla Luce - la Luna agli Incantesimi - Marte alla Crescita - Mercurio alla Saggezza -  Giove alla Legge  - Venere all'Amore -  Saturno alla Pace .

Eurinome  non si fermò qui.  Dalla terra d'Arcadia, nel cuore del Peloponneso, fece emergere Pelasgo, il primo uomo vivente, subito seguito da altri uomini. A lui la Dea  insegnò l'arte della caccia, della raccolta di ghiande e  altri frutti e della concia delle pelli.

ANTICA GRECIA - Il Paredro della Regina... ossia il Principe Consorte

Il Paredro della Regina... ossia il Principe Consorte.

L'epoca  era quella matriarcale e il potere era nelle mani della Ninfa-tribale o, come si dirà più tardi, Regina. La successione al trono avveniva, dunque, per via femminile e matrilineare e il trono apparteneva alla figlia della Regina-Madre.
Per giungerere ad occupare  quel trono le vie erano due:  diritto di successione della più giovane delle figlie della Regina oppure disputa di una gara di corsa fra le ragazze più giovani e nobili.
Non esisteva un vero Re, poiché la Regina non aveva un vero  sposo, ma solo amanti che si sceglieva fra le più bella e forte gioventù.  Questi diventava  Re-Sacro o Paredro, in quanto "marito" della Regina ma era destinato ad una morte rituale dopo un periodo di regno di 13 mesi, affinché il suo sangue fecondasse la terra.
Il sacrificio annuale del Re-Sacro si consumava nel giorno che seguiva il giorno più corto dell'anno terrestre (e non dell'anno lunare) e le modalità erano varie nelle diverse località. In Tracia, ad esempio, veniva fatto a pezzi da  donne invasate e drogate; a Corinto era fatto sbalzare dal suo cocchio, preventivamente  sabotato  e  moriva schiacciato dalle ruote e dagli zoccoli dei cavalli;  in Tessaglia, invece,  era fatto precipitare giù da una rupe.  E ancora: gli si scagliava contro, all'altezza del tallone, una freccia avvelenata oppure lo si finiva a colpi di ascia.
Con le invasioni elleniche, qualcosa cominciò a cambiare nella società matriarcale locale, ma, con quelle, spietate e dure, che le seguirono, doriche ed achee, i costumi locali  mutarono e si indebolirono radicalmente.
Dori ed Achei,  pastori-guerrieri, giunti con Divinità maschili come Mitra e Varuna, vi  trovarono Divinità femminili come Era ed Atena. Vi trovarono anche Regine, a capo della società, Sacerdotesse della Dea-Luna,  mentre essi avevano per capi Re, adoratori di Zeus ed Apollo, che identificarono presto  con le loro divinità. 
Col tempo il Re-Sacro cominciò ad acquisire sempre maggiori poteri, giungendo perfino a sostituire la Regina in cerimonie rituali ed in alcune sue funzioni; in quelle occasioni indossava le vesti della Regina e i suoi ornamenti ed impugnava la "Falce Sacra" a forma di mezzaluna, simbolo della Dea-Luna.
Si spiegano così gli antichi bassorilievi che ritraggono il Re in abiti femminili.
Aumentando di prestigio e potere, il Re-Sacro si vide riconosciuto un periodo di regno superiore a 13 lune e precisamente un periodo di 100 lunazioni, pari a otto anni, alla fine dei quali, l'anno solare coincideva con l'anno lunare. Giunta quella data, però, il Re-Sacro doveva essere sacrificato.  Qualcun altro,   però, alla fine di ognuno degli otto anni all'interno delle 100 lunazioni,  prendeva il suo posto  nel sacrificio rituale: l'INTERREX, ossia il Sostituto. Di solito era un fanciullo nobile o addirittura figlio dello stesso Re; in seguito fu sostituito da un schiavo od ostaggio e infine da un animale, di preferenza un capretto.
Al tramonto del giorno  in cui si celebrava il sacrificio, il Vecchio-Re fingeva di morire e si faceva interrare in un'urna e l'Interrex prendeva il suo posto. Per un giorno intero, questi ne assumeva tutte le cariche, giungendo prerfino  sposare la Regina. Al tramonto del giorno successivo, però, egli veniva ucciso e il Vecchio-Re "sorgeva" dalla tomba, saliva sul cocchio accanto alla Regina e iniziava un nuovo regno di un anno accanto a lei, fino all'anno seguente in cui si ripeteva il rituale. Il cocchio dell'infelice fanciullo veniva distrutto e fatto a pezzi.

Spesso leggiamo di miti che parlano di amori tra Dei e Ninfe; molto probabilmente si tratta di riferimenti a matrimoni tra i principi conquistatori e le principesse o regine locali. 
Era iniziato il Patriarcato e verso questi matrimoni dev'esserci stata ferrea opposizione da parte delle vecchie Regine; le principesse ereditarie, però, si mostrarono più benevoli verso i nuovi arrivati e li accettarono come "Figli della Dea-Luna",    prendendoli come Paredri o Re-Sacri.
Questi nuovi Re-Sacri, però, non  erano  per nulla disposti a sacrificarsi e si mostrarono assai restii a sottomettersi alla propria sorte. Si ritiene che a rifiutarsi di morire sia stato per primo Enopione, re di Iria, che  per otto anni si fece sostituire da un sostituto  e alla fine uccise il suo successore, evitando la morte.
La vittoria e la conquista da parte del popolo Acheo pose termine a questa barbiaria: la Doppia Ascia Sacra della Dea-Luna  Artemide e della Dea-Terra Rea, divenne la Folgore-Sacra di Giove e di Poseidone che, successivamente si trasformò nel Tridente-Sacro, nelle mani  del Dio del Mare.

ANTICA GRECIA - La cruenta fine del Sostituto


ANTICA GRECIA  – La cruenta fine del SOSTITUTO

 

Il termine sostituto indica oggi semplicemente una persona che svolge mansioni al posto di un’altra.

Nelle antiche culture, però, all’epoca del Matriarcato, il Sostituto era una figura assai tragica ed infelice.

Era al centro di una consuetudine davvero cruenta: così in Egitto come in Mesopotamia o Hattusa… Roma si salvò solo perché la sua storia è più recente.

Il Grecia il Sostituto si chiamava Interrex ed era quasi sempre un ragazzo sui dieci anni, perché tanti erano gli anni di regno del Paredro.

Oggi diremmo: Principe Consorte.

Secondo i costumi dell’epoca la Regina si sceglieva, tra i giovani più forti e gagliardi, un Re-Sacro, il Paredro, per l’appunto, per procreare e regnare con lui fino a che questi avesse conservato forze e vigore. Dopo egli veniva ucciso e il suo sangue sparso sui campi per renderli fecondi.

Dieci anni. Tale era il tempo concesso ad un Paredro.

Questo fino a quando non arrivò qualcuno che si rifiutò di sottostare al sacrificio e pretese una vittima in sua “sostituzione”.

Quel qualcuno si chiamava Enapione e pare fosse uno dei nipoti del famoso Minosse.

Egli si rifiutò di morire, nonostante che il nuovo pretendente della Regina avesse, secondo le Leggi, superato le prove a cui era stato sottoposto e lo avesse vinto in regolare combattimento. (lotta libera, presumibilmente).

Enapione si nascose in una cripta facendosi credere morto, ma “resuscitò” opportunamente (con l’aiuto di sostenitori) e in sua vece  pretese il sacrificio di un fanciullo: l’ Interrex , ossia il Sostituto.

I Sostituti erano sempre fanciulli sui dieci anni, schiavi, prigionieri o ragazzi dotati e, non raramente, erano addirittura i figli dello stesso Re-Sacro in carica.

Questo potrebbe dar luce a qualche mito o casi di parricidio da parte di principi-eroi, che ci appaiono incomprensibile, ma di cui la storia della Grecia Arcaica e perfino Minoica e Micenea, abbonda.

 

L’Interrex veniva insediato sul trono con una cerimonia assai festosa. Regnava per un giorno, durante il quale gli era permessa ogni cosa, poi veniva drogato e ucciso.

Il Paredro tornava sul trono al fianco della Regina (il cui potere, però, cominciava a mostrare primi segni di debolezza)… fino a quando un nuovo pretendente, più forte e vigoroso, non fosse riuscito a toglierlo di mezzo.

Non si sa per quanto tempo tale cruente costume abbia continuato a  mietere fanciulli. Ad un certo momento della storia, però, il sacrificio dei fanciulli verrà sostituito da quello di un animale: capro o toro.

O, come accadde in Egitto, da una cerimonia detta Zed o Giubileo: un rituale magico attraverso cui il Sovrano ritrovava energia e vigore.

 

A proposito di Giubileo, la regina Elisabetta II d’Inghilterra ha celebrato da poco il suo e il Papa si appresta a celebrare il proprio.

 

Pratiche moderne, dunque, che affondano le radici in pratiche antiche.

L'astuto ODISSEO, da chi ereditò il suo particolare "talento"?

L'astuto ODISSEO...  da chi ereditò la  sua proverbiale "virtù"?

Odisseo figlio di Laerte? No! Odisseo non era affatto figlio di Laerte l'Argiva, bensì di Sisifo di Corinto, quel vero maestro di inganni e raggiri che riuscì ad imbrogliare perfino Plutone, Signore del'Ade. Sisifo, maestro di finezza perfino nel concepire quel prodigio di figlio passato al mito come l'uomo più astuto.
Come accadde il fattaccio?

Accadde che Autolico, un vicino con il vizio del furto, portò via a quella volpe di Sisifo gran parte della mandria di buoi; Sisifo lo denunciò, ma , proprio quando tutti erano nelle stalle dell'accusato occupati a controllare le bestie, l'ineffabile Sisifo si intrufolò nella casa di Autolico e gli sedusse la bella figlia Anticlea,  incurante del "trascurabile" particolare che lei fosse già sposata con Laerte.

A causa dei suoi straordinari "talenti", Odisseo si vide ben presto affibbiare dei soprannomi: Ipsipilo e Rabbioso.
Il primo, per la straordinaria abilità con l'arco: Ipsipile era l'appellativo della Dea-Luna che percorreva il cielo descrivendo un arco.
"Rabbioso", invece,  che è proprio il significato del nome Odisseo, ad  imporglielo  fu il nonno, Autolico, presente al banchetto per la sua nascita e invitato da Anticlea a dare un nome a suo figlio.
"Lo chiamerò Odisseo, cioé il Rabbioso,  - disse Autolico - a causa dei nemici di suo nonno che egli dovrà rabbiosamente combattere, ma, in compenso, gli lascerò parte dei miei beni,  appena salirà sul M. Parnaso."
Appena cresciuto, il ragazzo  andò a riscuotere e durante una battuta di caccia si procurò quella ferita alla coscia... che ben tutti conosciamo dal racconto dell'Odissea.
Odisseo dette mostra  in varie occasioni  dei talenti di cui era dotato.
Primo fra tutti,  l'inganno del  "Cavallo di Troia", anche se alcuni studiosi ritengono si trattasse di una macchina da guerra ricoperta di pelli animali. Ma forse abbiamo dimenticato l'episodio in cui la bella Elena, a passeggio intorno al "cavallo", ben sapendo della presenza dei guerrieri al suo interno, per provocarli imitò le voci delle spose lontane e che fu Odisseo a trattenerli dall'impulso di balzare di fuori.
Finemente astuto si mostrò, invece, con re Tindareo, patrigno della bella Elena, quando si presentò con tutti gli altri eroi a chiederne la mano, ma avendo in mente, invece, di impalmare la altrettanto bella Penelope.
Per averla, egli elargì a Tindareo il famoso consiglio di cui tutti siamo a conoscenza: ammettere alla gara per conquistare Elena solo quelli che avessero giurato fedeltà e protezione nei confronti del fortunato prescelto. Sappiamo che il consiglio funzionò, anche se costò la rovina di Troia: per difendere l'onore di Menelao, lo sposo di Elena, cornificato dal principe troiano Paride, gli Achei tutti partirono alla volta di Troia...  benché  le motivazione di tanta mobilitazone fossero ben altre.
Astuto ed infido. Odisseo era anche questo e lo dimostra il colpo basso inferto a Diomede insieme al quale aveva portato via da Troia il Palladio, la statua della Dea Atena,  per prendersene tutto il merito... sappiamo, però, come finì.
Astuto, ma vulnerabile negli affetti, come dimostrò a Menelao ed Agamennone a cui voleva far credere di essere pazzo per non partire in guerra.   Si era fatto trovare dai due eroi che stava seminando sale, ma quando quelli gli misero davanti all'aratro il figlioletto, ritornò immediatamente savio.
L'astuzia, però. non lo salvò dalla morte avvenuta per mano di uno dei suoi figli... ma questa è un'altra storia.

ANTICA BABILONIA - L' Amore libero


L'istituzione della famiglia e del matrimonio, con la sua stabilità e continuità, era rionosciuta  in Babilonia come in ogni altro Paese dell'antichità,  soprattutto per assicurarsi la  procreazione: un contratto studiato e firmato quasi sempre dai genitori degli interessati.
Essendo una società fortemente patriarcale, all'interno di questa famiglia la donna era completamente sottomessa all'uomo che, in caso di sterilità femminile (quella  maschile non era neppure contemplata) poteva tranquillamente ricorrere al ripudio. Salvo scappatoie quali  l'utilizzo di una  "sostituta", una donna, cioè, che mettesse al mondo figli al posto della moglie. (solitamente una schiava)
Si capisce, dunque, che il matrimonio non fosse monogamo e che la poligamia fosse, invece, riconosciuta e praticata.
L'uomo potvea avere più mogli e concubine;  tutte, però, subordinate alla prima moglie.
Il fatto che il matrimonio fosse un contratto non escludeva, naturalmente, coinvolgimento erotico, emotivo o di innamoramento, ma, in mancanza, questo  lo si poteva trovare tranquillamente al di fuori e senza problemi. Non c'erano freni morali o religiosi e non esisteva il concetto di peccato. 
Esisteva, naturalmente, un Diritto che tutelava le norme all'interno dell'istituzione matrimoniale, ma bisogna riconoscere che era alquanto discriminatorio: tutto quello che si accordava all'uomo, si vietava alla donna, la quale, però, riusciva sempre a trovar qualche scappatoia.
L'esempio, in realtà, veniva già dalla Religione. Dei e Dee erano stati creati ad immagine e somiglianza degli uomini e con gli stessi pregi e gli stessi difetti ed avevano spose, concubine ed amanti. Esisteva, perdipiù, una Dea, Ishtar, in cui si finì per identificare tutti gli aspetti dell'Amore, facendone una Divinità predominante e dedicandole un culto assai particolare , il cui rituale chiamava sempre in causa Amore e Sesso.
Amore e sesso libero. Non sancito da clausole contrattuali come l'isitituzione del matrimonio e praticato sia da uomini che da donne.
La prostituzione, poiché di prostituzione si tratta, aveva, però, caratteri molteplici e differenti e una prima distinzione possiamo farla in:  prostituzione sacra e prostituzione profana.
Alla prostituzione religiosa, divisa in gruppi e categorie, appartenevano, fra le altre,  le   "Qadistu"  o Consacrate e le "Ishtaritu" o Votate-a-Ishtar,  le quali,  con molta probabilità, vivevano nei Santuari della Dea o in congregazioni  e centri chiusi.
Si trattava di donne che  esercitavano il mestiere dell''Amore-libero per scelta ma anche per consacrazione alla Dea fin dalla tenera età, ma non era raro neppure il caso di donne sposate che abbandonavano il marito per entrare in una di quelle strutture.
Benché la loro prestazione fosse riconosciuta ed apprezzata, a queste donne vennero imposte delle regole per farsi riconoscere. Soprattutto per strada.
L'uso del velo era loro interdetto e dovevano, invece, acconciarsi in maniera vistosa e particolare, sì da farsi riconoscere immediatamente.
Quelle che non vivevano in centri chiusi, avevano obbligo di residenza in periferia ed era in  locali come taverne che era facile incontrarle.
Qui si incontravano anche prostituto maschi, ma era facile incontrarli anche nei Santuari  o  nelle congregazioni,  nonché  presso case private.
Sacerdoti della dea Ishtar, li definì abusivamente qualche storico; in realtà si trattava di prostituti o travestiti che concedevano prestazioni sessuali in cambio di denaro.
Costoro venivano anche impiegati in cerimonie sacre e processioni come attori, mimi, cantori, ecc..  senza alcuna implicazione morale o infamante.
Nessuna disapprovazione, dunque, nei confronti dell'Amore libero, ma tolleranza ed aperta approvazione ad una istituzione considerata indice di   alto  livello di civiltà e cultura:  Amore libero, uguale  progresso e  benessere psico-fisico.

Questa l'opinione per  chi  "beneficiava" dell' amore libero.  Ma per chi, invece,  "vendeva" l'amore  libero? Soprattutto quello praticato non nel santuario, ma nella taverna?
Ecco quale giudizio ci tramanda in proposito l'antico babilonese.
"Vieni,   cortigiana, ché ti dica il tuo destino.
Mai ti formerai un focolare felice.
Mai ti introdurrai in un Harem.
Vivrai nella solitudine.
Risiederai accanto alle mura della città.
Ubriachi e ubriaconi potranno oltraggiarti."
I professionisti dell'amore libero, donne e maschi, le cui prestazioni erano cercate e  apprezzate   quale  testimonianza di un alto livello culturale, erano in realtà disprezzati ed emarginati.
Sarebbe sbagliato, però, pensare che lo fossero per motivi di moralità. La morale era un concetto totalmente assente. Era, piuttosto, l'opportunità e la convenienza:  una  prostituta  non sarebbe mai stata una buona madre e una buona madre non sarebbe diventata mai una prostituta. 
Era soprattutto il Destino, che assegnava ad ogni creatura un ruolo fin dalla nascita e il ruolo della donna era quello di fare la moglie e la madre. Erano gli Dei, che programmavano  la  vita   e il suo funzionamento.
La creatura che si sottraeva al proprio destino o al programma divino, sminuiva se stessa e destinava se stessa ad una esistenza inferiore e disprezzata: la donna che rifiutava il suo  ruolo di sposa e madre,  era detinata a diventare un essere inferiore.
Tutto logico, per gli antichi babilonesi, artefici di una società profondamente maschilista sotto l'influenza del "Destino".
 

I SUMERI - Il Pozzo della Morte


Il viaggio verso l'eternità, l'ultimo viaggio, i re Sumeri non lo compivano da soli, ma si portavano dietro l'intera corte.
Quando l'archeologo Leonard Woolley scoprì la necropoli reale di Ur dei Caldei, in Sumeria, riportandone alla luce le tombe, ne fece un resoconto dagli accenti impressionanti.  Tra le tombe di cui riferì, c'era quella di re Abargi e della regina Shubad, che rivelarono al mondo la aberrante pratica.
Aberrante per noi, certamente,  ma, forse,  esaltante per persone sostenute dalla convinzione  di seguire il loro signore nell'altro mondo per continuare a servirlo: Re e Regine erano considerati  Semidei.
La tomba,  un pozzo di nove metri per otto, conteneva un incredibile numero di corpi.
Il primo macabro rinvenimento, subito dopo l'esaltazione della scoperta,  furono cinque corpi di soldati allineati  l'uno accanto all'altro. Seguirono altri corpi, sparsi dovunque, allineati oppure no, ma nessuno apparentemente "composto" per la sepoltura: tutti conservavano atteggiamenti  che potremmo definire  "normali".
Erano soldati armati di lance e spade, palafrenieri con i loro animali, ancelle e dame di corte... Queste portavano parrucche elaborate, gioielli d'oro, di lapislazzulo e di corniola ed indossavano abiti da cerimonia sfavillanti di preziosi e colori: predominava il rosso.
Non riusciremo mai ad immaginare l'atmosfera venuta a crearsi in fondo a quella "fossa" nel  momento in cui la porta della cripta venne murata con pietre e mattoni ed intonacata all'esterno.
Erano ancora vivi e coscienti? Come vissero gli ultimi attimi prima di essere uccisi o di uccidersi con il veleno contenuto nelle ciotoline rinvenute loro accanto? Le due "dame di corte",  accovacciate accanto al sarcofago su cui era stato adagiato il corpo della Regina, avevano scelto spontaneamente  quella sistemazione o era stata loro assegnata? E la terza "dama", si era, forse, allontanata dalle altre due?
Possiamo immaginare l'inizio del macabro rito e la processione di persone, uomini e donne,  mentre scendeva,  lungo il sentiero addossato alla parete,  per raggiungere il fondo  della grande fossa ancora aperta. 
Sapevano di andare incontro alla morte e lo facevano indossando le vesti più preziose, esibendo le insegne dei corpi di appartenena, reggendo gli strumenti musicali; sei arpiste sono state trovate adagiate l'una accanto all'altra ed una di loro aveva ancora le dita  sulle corde dell'arpa.
Possiamo presumere che, adunandosi su fondo di quel pozzo,  tutta quella folla di "morituri" abbia messo in atto una cerimonia funebre con suoni e canti:  inquietante, ma sicuramente suggestiva; uno spettacolo che, ad avere la possibilità di guardare dall'alto,  doveva risultare   sfolgorante e scintillante, per l'enorme numero do gioielli e preziosi  esibiti dalle 64  "dame di corte"  che  ne facevano parte.
Deve essere stata una cerimonia interminabile e complessa, che non porta, però, tracce di violenza o della brutalità del massacro: al contrario,  la posizione dei corpi appare tranquilla e serena. Senza traumi.
Probabilmente,  ognuna di quelle persone aveva occupato il proprio posto, lo  stesso,   forse,  che occupava a corte e si era addormenta   bevendo la droga contenuta nelle ciotole che aveva portato con sé.
Poi il silenzio.
Possiamo supporre, a questo punto della Cerimonia, che altre persone siano scese a controllare che tutto fosse compiuto e in ordine, prima di  gettare terra e sommergere ogni cosa: persone ed oggetti.
Il macabro rituale, però, non finiva qui.
Chiusa la cripta, il  rituale  prevedeva  libagioni in onore del  Re defunto e degli  Dei Funerari  e   solamente allora si riempiva  la fossa con  vari strati di argilla pressata, ad ognuno dei quali  si offriva una vittima in sacrificio. Almeno cinque,   i corpi ritrovati tra uno strato di argilla e l'altro e l'ultimo doveva appartenere a persona di  rango più elevato degli altri.
Raggiunta la sommità del pozzo veniva, infine, collocata una cappella funeraria nella quale, si pensa, avesse termine l'intero rituale.
In realtà, prima della scoperta della necropoli reale di Ur,  nessun cenno a sacrificio umano era stato trovato, ma dei Sumeri si sapeva e ancor oggi  si sa ben poco. Ne nacque, però, un dibattito che si trascina ancora oggi: secondo alcuni studiosi  quelle sarebbero vittime sacrificate in onore del Dio della Fertilità e non di un rituale funebre reale.

 

ANTICO EGITTO - La Maledizione dei Faraoni


 

LA MALEDIZIONE dei FARAONI

 

Qualcuno crede ancora nella “Maledizione dei Faraoni”? Probabilmente sì!
C’è qualcosa di vero? Naturalmente no!
Come e quando è sorta questa leggenda? Che cosa l’ha alimentata così a lungo?
Tutto cominciò quando l’archeologo inglese Haward Carter scoprì la tomba del celeberrimo faraone Thut-ank-Ammon, durante una spedizione archeologica finanziata dal magnate americano

Rimanderemo ad altra occasione la straordinaria e clamorosa scoperta di questa tomba e resteremo nell’ambito della più colossale “bufala” (così la chiameremmo oggi), architettata ad arte per sfruttare un’inaspettata ingenuità, dilagante nel momento intero.
Innanzitutto bisogna riconoscere l’uso che nel Mondo Antico si faceva di formule di maledizione per colpire o annientare un nemico. (uso che purtroppo persiste ancor oggi: basta seguire qualche programma televisivo)
Una delle forme più comuni di Maledizione, presso l’antico popolo egizio, era quello di scrivere una formula magica su un vaso o un coccio, facendola seguire dal nome del malcapitato: una formula con cui, naturalmente, si augurava ogni sorta di sciagura. Nel corso di una cerimonia si mandava in frantumi il vaso, accompagnando l’atto con le Parole Magiche: le He-kau.
Studiosi ed archeologi moderni, sia quelli seri che quelli che seri non erano affatto, conoscevano perfettamente l’uso di quelle pratiche.

Una di queste tavolette maldicenti fu trovata da un assistente di Carter. Fu dapprima  catalogata come tutti gli altri reperti, ma in seguito, ripulita del terriccio, venne decifrata.
I geroglifici recitavano così:
      “la morte colga con le sue ali
       chiunque disturberà il sonno del Faraone.”
Fra il personale addetto agli scavi si diffuse un’immediata inquietudine: consapevoli delle paure ancestrali degli uomini del posto (manovali, sterratori, portatori) in primo momento si cercò di tenere  segreta la notizia di quel ritrovamento e si fece perfino scomparire il reperto. Ancora oggi non si sa dove sia… né se sia davvero esistito.
Si trattava, però, di una notizia davvero ghiotta; impossibile da nascondere. Non passò molto tempo, perciò, prima che arrivasse a gente di pochi scrupoli e con conoscenze archeologiche e scientifiche praticamente nulle: avventurieri,  truffatori e, immancabilmente, esoterici.
Quasi ad avvalorare le teorie di costoro, che sostenevano l’esistenza di una “maledizione”, una seconda iscrizione maldicente comparve all’interno della camera principale del sepolcro e recitava pressappoco così:
     “Io respingo i ladri di tombe
      e proteggo questa hut-ka (sepolcro)”
La notizia fece il giro del mondo e la leggenda della “Maledizione di Thut-ank-Ammon” ebbe inizio.
Come resistere a quell’affascinante storia di fantasmi e mistero?
Tredici, delle ventidue persone che componevano la Spedizione-Carter, persero la vita, si disse. Si disse e si ripeté per anni in tutto il mondo e in tutte le lingue, alimentando una superstizione che aveva il fascino del più profondo mistero. Si alimentò ad arte un’inquietudine ed una paura sempre crescente.
“Chiunque entri a contatto – si diceva – con la tomba del faraone Thut-ank-Ammon, resta vittima della sua Maledizione.”
Quel che si ometteva di dire, però, era il fatto che tutte quelle mori erano spiegabili, perché provocate da fattori naturali (cattiva igiene, malaria, morsi di serpenti, ignoranza). Si omise, ad esempio, di precisare che molte di quelle morti erano avvenute in tempi molto successivi e per cause tutt’altro che misteriose.
La leggenda della Maledizione, però, era estremamente affascinante e quel fascino catturava molti… Troppi, forse. Catturò letteratura e cinema. Soprattutto il cinema, che girò una pellicola dal titolo suggestivo: “La Mummia”, che fece da battistrada ad un filone di genere nuovo e accattivante: il “fantasy”.
Cos’è, dunque, la “Maledizione dei Faraoni”?

Gli studiosi conoscono perfettamente la profonda religiosità dell’antico popolo egizio: religiosità permeata di magia e superstizione, prodigi e misteri.
Una elite di persone, però, si staccava dalla moltitudine e nella misura in cui la Conoscenza cresceva (Scienza, Astronomia, Matematica, Medicina, Architettura, ecc) crescevano anche il loro sapere e il divario con un popolo lasciato nell’ignoranza. ( come in tutte le culture, naturalmente. Non esclusa la nostra)
Gli studiosi conoscono anche lo sforzo costante degli antichi Sacerdoti egizi per proteggere le tombe da profanatori e saccheggiatori, in azione fin dai tempi più remoti.
Congegni, trabocchetti, trappole: nulla di tutto ciò avrebbe tenuto lontano ladri audaci e con nulla da perdere.
Una sola forza poteva trattenerli e fermarli. I Sacerdoti egizi la conoscevano bene: la paura. La paura alimentata ad arte dalla superstizione; la paura dell’inspiegabile e dell’ignoto. In altre parole: la paura di una “maledizione”.
Per farlo, però, bisognava rendere credibili ed efficaci le minacce di una “maledizione”.
Quali mezzi avevano, gli antichi Sacerdoti egizi, per farlo? Possedevano conoscenze scientifiche e tecniche totalmente ignote al popolo e che custodivano assai gelosamente.
Un esempio? Gli antichi Sacerdoti egizi conoscevano gli effetti (ignorandone la causa) di sostanze radioattive come il radio o l’uranio; soprattutto quest’ultimo, che trovavano in profondità nelle miniere d’oro. Conoscevano le proprietà allucinogene o letali di certe piante e sostanze: oppio, aconito, cicuta, arsenico, i cui fiori dai petali colorati rallegravano i famosi “giardini di Hathor”… e non solo quelli.
Nessun congegno, per quanto pericoloso, poteva essere efficace quanto un’allucinazione o una morte inspiegabile. Se ancora oggi esistono persone ingenue che credono nelle maledizioni e si affidano a responsi, (lo attesta la numerosa clientela di santoni, veggenti e chiromanti) come stupirsi che in un passato così remoto ne fosse vittima gente ignorante e superstiziosa?
Ed ecco la domanda cruciale: che cos’è, in realtà, la famosa “maledizione dei Faraoni”?
Sono le conoscenze scientifiche e tecniche che gli Antichi Egizi possedevano e mettevano in pratica per proteggere le loro tombe.
Com’è nata, in tempi moderni, quella leggenda?
Nacque dall’incredibile interesse mondiale sorto intorno a quella tomba, la più ricca mai scoperta prima, e fu alimentata da una stampa irresponsabile e da fantasiosi narratori, i quali cavalcarono l’emotivita, l’ignoranza e quell’inconscio desiderio di favole che è in fondo allo spirito di ognuno di noi. Esoterici e pseudo-studiosi fecero il resto, proponendo le più stravaganti ed improbabili fantasie e spacciandole per teorie che… se non sbaglio, sono cose che vanno dimostrate.
La “maledizione dei Faraoni” non è neppure una teoria, ma solo una fantasia per tutti quelli che credono in quel genere di favole.

 

HERMANN e TUSNELDA


"Varo... Varo, rendimi le mie Legioni!"
Chi non ricorda il celebre lamento di Augusto mentre si aggirava  disperato per  le stanze del Palazzo.
Anno 9 d.C.
Hermann (Erminio) capo della tribù dei Cherusci, in Germania, aveva attirato in un'imboscata e distrutto, nella selva di Teutoburgo, le tre Legioni romane del Legato Varo, dopo una strenua e feroce battaglia. Con tutte le Insegne.
Hermann per anni tenne in scacco le Legioni romane anche dopo la disfatta di Varo e trascinò nella lotta contro Roma molte altre tribù.
Costrinse anche Segeste, capo dei  Catti, a prendere le armi contro Cesare, ma i rapporti fra i due erano assai ostili: Hermann, profondamente innamorato di Tusnelda,  figlia  di Segeste, la rapisce e la sposa nonostante che questa fosse già promessa ad un altro uomo.
Tusnelda, però, corrispondeva appassionatamente il sentimento del marito e condivise totalmente anche il suo sogno di rivolta contro Roma.
Nel 15 d.C.,  dopo alcuni anni di durissimi scontri, Germanico riuscì a prendere prigioniero Segeste e sua figlia Tusnelda, incinta di Hermann.
Anche Herman venne catturato, ma subito dopo fu liberato dai suoi uomini e riparò nella foresta di Teutoburgo da dove condusse per anni una guerriglia assai insidiosa per le Legioni romane.
Tusnelda mise al mondo il suo bambino, Tumelico, in stato di schiavitù e questo accese di furore sempre crescente Herman,  che si fece ogni giorno più audace e temerario,  riuscendo a trascinare nella lotta un numero sempre maggiori di tribù.
Al suocero Segeste che aveva chiesto ed ottenuto il perdono di Cesare, faceva arrivare tutto il suo disprezzo,  dicendo che Roma aveva impegnato tante forze solo per catturare una donna indifesa ed incinta.
Tusnelda, però, al contrario del padre, non chiese mai pietà, non implorò il perdono dei vincitori, non pianse, ma si teneva la veste,  come dirà Tacito nei suo i "Annali",  che non riusciva a nascondere i segni della gravidanza avanzata.  Si dimostrò sempre forte, fiera e fedele al suo grande amore.
Nel 17 d.C. sfilò per le strade di Roma assieme al figlioletto di tre anni dietro il carro di Germanico vincitore.
Le fu risparmiato lo stato di schiavitù e fu inviata a  Ravenna con il figlio, dove visse  fino alla morte. Subito dopo l'arrivo a Ravenna, però, madre e figlio furono separati e  Tumelico diventato ragazzo, fu rinchiuso in una Scuola Gladiatoria  dove si mostrò non meno fiero e coraggioso del padre. Morì  nel 30 d.C. ucciso in uno dei sanguinosi Giochi Gladiatori.

Hermann morì, invece, a 37 anni e dopo 12 di comando e battaglie e non per mano dei romani, ma della sua stessa gente. Le Legioni romane avevano lasciato la Germania ed Hermann aspirava a diventare Re. Tradito, cadde in un agguato e fu ucciso.
Intorno alla sua figura, però, le leggende fiorirono subito e ne fecero il simbolo della  lotta contro Roma e il dominio straniero.
Lo stesso Tacito nei suoi "Annali" non esita a definirlo il "Liberatore della Germania", riconoscendogli  il merito di non aver mai subito, nel corso dei 12 anni di rivolta contro Roma,  una vera sconfitta, ma solo "alterne fortune".
Ancora oggi, in Germania, Hermann è considerato eroe nazionale  e il suo mito non è inferiore a quello di Sigfrido.

Heinrich von Kleis  nel suo "La Battaglia di Erminio"  ne esalta le gesta eroiche e  l'amore per la sua donna e ne fa addirittura uno scontro di civiltà fra romani e germanici.

Storie d'Amore e di Morte - Alcmeone, Arsinoe e Calliroe - l'eterno "triangolo"

Alcmeone era un giovane guerriero perseguitato dalle Furie per essersi macchiato di matricidio.
Non che Erifile, così si chiamava la madre, fosse uno stinco di santo. Al contrario. Per entrare in possesso di una Collana e di un Velo appartenuti a Venere, la donna aveva causato la morte del marito, Anfiorao e per poco anche quella dello stesso Alcmeone.
Il giovane andò peregrinando per il mondo scacciato da tutti fino a quando non giunse in Arcadia dove Tegeo, il Re, non lo purificò della colpa. Non solo: gli dette anche sua figlia Arsinoe in moglie.
A lei, Alcmeone fece dono della Collana e del Manto di Venere che aveva portato con sé.
Nonostante la purificazione, però, le Furie continuarono a perseguitarlo e il giovane dovette ripartire.
Raggiunse un’isola alla foce del fiume Archeolao e qui formò una nuova famiglia con la bellissima e vanitosissima Calliroe, di cui si’innamorò così profondamente da dimenticare Arsinoe.
Quando Calliroe gli chiese di riprendere Collana e Manto di Venere donati all’altra moglie, Alcmeone non ebbe esitazione.  Tornò in Arcadia e raccontando un sacco di frottole alla ingenua Arsinoe ed a suo padre, si fece restituire i gioielli.
Ripartì subito, assicurando la donna che sarebbe ritornato appena deposti i gioielli sull’altare di Apollo.
Ma un servo svelò l’inganno e i fratelli di Arsinoe inseguirono il fedifrago e lo uccisero, poi tornarono dalla sorella e poiché questa si arrabbi e non voleva sentir ragione, pensarono bene di metterla a tacere per sempre.
Ma non finisce qui…
Calliroe, venuta a conoscenza della morte del marito, incarica i due figlioletti (cresciuti nel giro di una notte per intercessione di Giove) di vendicare il padre e portarle i gioielli maledetti.
I due pargoli partirono subito, raggiunsero l’Arcadia ed uccisero il padre e i fratelli di Arsinoe.
A questo punto, però, la maledizione e la persecuzione delle Furie si spostò su di loro e cessò soltanto quando i gioielli maledetti furono depositati sull’altare del Tempio di Apollo.

Edificante!

Storie d'Amore e di Morte - Antigone ed Emone - il sopruso e la tirannia

Antigone ed Emone, rispettivamente figli di Edipo e Creonte, erano profondamente innamorati e legati da una promessa matrimoniale.
Creonte, zio di Antigone oltre che spasimante respinto, era riuscito a mettere le mani sul trono di Tebe dopo che i legittimi eredi, Eteocle e Polinice, fratelli di Antigone, si erano affrontati in un duello mortale per entrambi.
Spinto dalla propria natura empia e malvagia, il Tiranno aveva ordinato di non dare sepoltura ai corpi dei due caduti.
Contravvenendo a quell’ordine, però, Antigone innalzò una pira e vi adagiò sopra il corpo di Polinice, cui la principessa era legata da profondo affetto.
Dall’alto di una terrazza, Creonte vide il bagliore delle fiamme del rogo e si precipitò sul posto, sorprendendo Antigone.
In preda alla collera per essere stato disubbidito e cogliendo in quella, l’occasione per potersi vendicare del rifiuto di Antigone, Creonte ordinò al figlio, il principe Emone, di seppellire viva la ragazza nella tomba di Polidice.
Emone finse di ubbidire. In realtà sposò l’amata e la mise in salvo affidandola ad un gruppo di pastori, tra i monti.
Antigone ebbe un figlio che, come tutti nella sua famiglia, portava impresso sul corpo il segno del serpente. Quando, molti anni dopo, ormai cresciuto, il ragazzo si presentò ad una gara con l’arco, Creonte lo riconobbe dal segno, lo catturò e lo fece mettere a morte.
Invano Emone tentò di salvare il figlio; alla fine uccise se stesso e l’infelice Antigone.

(questo personaggio ha dato materia a molte delle Tragedie Greche)

 

Storie d'Amore e di Morte: Calliroe e Coreso - la "prova" d'amore.


Coreso, sacerdote di Bacco, era stato preso da travolgente passione per Callireo, una bellissima ragazza di Caledone. Costei, invece, non sentiva nessun trasporto per l’ardente innamorato.
Fu così che Coreso finì per chiedere l’intervento di Bacco, affinché lo vendicasse di tanta indifferenza.
Quel gaudente di Bacco si prestò al gioco senza alcun indugio e lo fece nel modo a lui più congeniale: facendo prendere una bella sbronza a tutto il Paese. Una sbronza così forte da togliere il bene dell’intelletto a tutti i Caledonesi.
Per recuperarlo, spiegò l’Oracolo, bastava sacrificare a Bacco l’insensibile fanciulla in questione oppure una persona che fosse disposta a morire al suo posto.
Calliroe era bellissima e non c’era giovanotto che non spasimasse per lei ed a tutti loro, lei chiese la grande “prova” d’amore. Nessuno, però, si fece avanti disposto a sacrificarsi.
Fu così che la bella Calliroe, agghindata di tutto punto, fiori, foglie e gioielli, fu condotta all’altare sacrificale, ma…. ecco il colpo di scena.
Coreso, il Gran Sacerdote di Bacco, innamorato respinto, già pronto ai piedi dell’altare con il coltello sacrificale in mano, invece di conficcarlo nel petto della ragazza, ormai rassegnata alla morte, lo volse contro di sé.
Toccata da tanta “prova” d’amore, Calliroe sentì di colpo infiammarsi il cuore per quel giovane più volte respinto e si trafisse il petto con lo stesso coltello.
Impietositi, gli Dei trasformarono i due in una sola fonte: la Fonte di Atene, alla foce dell’Ilisso, fiume dell’Attica.
 

Storie d'Amore e di Morte: Procri e Cefalo - il dramma della gelosia

Procri, figlia del Re di Atene e Cefalo, Re di Cefalonia, valenti cacciatori, erano profondamente innamorati, ma tormentati dai rispettivi sentimenti di gelosia.
Si erano scambiati promessa di eterno amore ed eterna fedeltà, ma ad insidiare la promessa, arrivò Eos, la rosea Aurora.
Il giovane respinse le profferte amorose della Dea, ma questa insinuò in lui il dubbio sulla fedeltà della bella sposa.
“Al contrario di te, - gli disse - la tua bella Procri non sarebbe capace di resistere alla tentazione in cambio di un ricco dono.”
Stretto nelle maglie della propria gelosia, il giovane decise di mettere alla prova la bella sposina. Si trasformò in un’altra persona e con la promessa del dono di una preziosa corona d’oro, riuscì a sedurla.
Amareggiato e deluso, rivelò alla bella e fedifraga sposa la sua vera identità poi l’abbandonò, accettando le offerte d’amore della Dea.
Pentita, ma anche umiliata, Procri lasciò Cefalonia per raggiungere Creta dove re Minosse, invaghitosi di lei, le fece dono di una freccia infallibile e di un cane che non mancava mai la presa.
Minacciata da Pasifae, però, moglie di Minosse, Procri si dovette cercare un nuovo rifugio; travestita da ragazzo, tornò ad Atene dove assunse una nuova identità e diventò per tutti Pterelao il Cacciatore.
Ma il Destino volle fare nuovamente incontrare i due innamorati che si ritrovarono fianco a fianco durante una battuta di caccia.
Cefalo non la riconobbe, ma quando Procri gli si rivelò, i due finirono per riconciliarsi e tornare insieme.
Procri, però, continuava ad essere tormentata dalla gelosia ed era convinta che quando Cefalo andava a caccia, ogni mattino prima dell’alba, era per incontrarsi con Eos.
Una notte volle seguirlo e Cefalo sentendo un fruscio tra i cespugli, scagliò l’infallibile freccia che non mancò di cogliere il bersaglio.
Tormentato dal rimorso e dal dolore, il giovane, inconsolabilmente innamorato, si gettò dall’alto di una rupe invocando il nome dell’amata.

 

Storie d'Amore e di Morte: Fillide ed Acamante: la leggenda del mandorlo fiorito

Come sempre i miti hanno più di una versione e questo non sfugge alla regola. Qui è stata scelta quella più romantica, benché triste e amara.

Acamante, uno dei guerrieri Achei di ritorno da Troia, durante il viaggio si ferma in Tracia.
Qui conosce la bellissima Fillide, figlia del Re e se ne innamora, ricambiato appassionatamente.
I due si sposano, ma la nostalgia della terra lontana afferra ben presto il guerriero che fa un patto con la sposa: si recherà ad Atene, ma sarà di ritorno un anno dopo.
Prima della partenza, Fillide gli consegna un misterioso scrigno raccomandandogli di aprirlo solo nell’impossibilità di tornare da lei.
Acamante parte, ma, spinto da spirito di avventura, si ferma a Cipro, dove finisce per restare… forse al fianco di un’altra principessa.
Fillide si reca ogni giorno sulla spiaggia a guardare il mare, nella speranza di vedere una vela spuntare all’orizzonte, infine, trascorso il tempo stabilito e non vedendo tornare l’amato, decide di porre fine alla sua vita.
Impietosita, la dea Atena trasforma il suo corpo in un mandorlo.
Acamante arriva il giorno dopo e non può fare altro che abbracciare il tronco nudo dell’albero.
Ecco, però, che sotto le sue carezze, il mandorlo si copre di fiori e non di foglie… come accade ancora oggi!
A questo punto, Acamante decide di aprire lo scrigno, ma resta sconvolto da quello che è custodito al suo interno: i segreti della Madre-Terra.
Atterrito da quella visione, il giovane fugge, ma inciampa nella propria spada e si trafigge a morte.

 

HERMANN e TUSNELDA


"Varo... Varo, rendimi le mie Legioni!"
Chi non ricorda il celebre lamento di Augusto mentre si aggirava  disperato per  le stanze del Palazzo.
Anno 9 d.C.
Hermann (Erminio) capo della tribù dei Cherusci, in Germania, aveva attirato in un'imboscata e distrutto, nella selva di Teutoburgo, le tre Legioni romane del Legato Varo, dopo una strenua e feroce battaglia. Con tutte le Insegne.
Hermann per anni tenne in scacco le Legioni romane anche dopo la disfatta di Varo e trascinò nella lotta contro Roma molte altre tribù.
Costrinse anche Segeste, capo dei  Catti, a prendere le armi contro Cesare, ma i rapporti fra i due erano assai ostili: Hermann, profondamente innamorato di Tusnelda,  figlia  di Segeste, la rapisce e la sposa nonostante che questa fosse già promessa ad un altro uomo.
Tusnelda, però, corrispondeva appassionatamente il sentimento del marito e condivise totalmente anche il suo sogno di rivolta contro Roma.
Nel 15 d.C.,  dopo alcuni anni di durissimi scontri, Germanico riuscì a prendere prigioniero Segeste e sua figlia Tusnelda, incinta di Hermann.
Anche Herman venne catturato, ma subito dopo fu liberato dai suoi uomini e riparò nella foresta di Teutoburgo da dove condusse per anni una guerriglia assai insidiosa per le Legioni romane.
Tusnelda mise al mondo il suo bambino, Tumelico, in stato di schiavitù e questo accese di furore sempre crescente Herman,  che si fece ogni giorno più audace e temerario,  riuscendo a trascinare nella lotta un numero sempre maggiori di tribù.
Al suocero Segeste che aveva chiesto ed ottenuto il perdono di Cesare, faceva arrivare tutto il suo disprezzo,  dicendo che Roma aveva impegnato tante forze solo per catturare una donna indifesa ed incinta.
Tusnelda, però, al contrario del padre, non chiese mai pietà, non implorò il perdono dei vincitori, non pianse, ma si teneva la veste,  come dirà Tacito nei suo i "Annali",  che non riusciva a nascondere i segni della gravidanza avanzata.  Si dimostrò sempre forte, fiera e fedele al suo grande amore.
Nel 17 d.C. sfilò per le strade di Roma assieme al figlioletto di tre anni dietro il carro di Germanico vincitore.
Le fu risparmiato lo stato di schiavitù e fu inviata a  Ravenna con il figlio, dove visse  fino alla morte. Subito dopo l'arrivo a Ravenna, però, madre e figlio furono separati e  Tumelico diventato ragazzo, fu rinchiuso in una Scuola Gladiatoria  dove si mostrò non meno fiero e coraggioso del padre. Morì  nel 30 d.C. ucciso in uno dei sanguinosi Giochi Gladiatori.

Hermann morì, invece, a 37 anni e dopo 12 di comando e battaglie e non per mano dei romani, ma della sua stessa gente. Le Legioni romane avevano lasciato la Germania ed Hermann aspirava a diventare Re. Tradito, cadde in un agguato e fu ucciso.
Intorno alla sua figura, però, le leggende fiorirono subito e ne fecero il simbolo della  lotta contro Roma e il dominio straniero.
Lo stesso Tacito nei suoi "Annali" non esita a definirlo il "Liberatore della Germania", riconoscendogli  il merito di non aver mai subito, nel corso dei 12 anni di rivolta contro Roma,  una vera sconfitta, ma solo "alterne fortune".
Ancora oggi, in Germania, Hermann è considerato eroe nazionale  e il suo mito non è inferiore a quello di Sigfrido.

Heinrich von Kleis  nel suo "La Battaglia di Erminio"  ne esalta le gesta eroiche e  l'amore per la sua donna e ne fa addirittura uno scontro di civiltà fra romani e germanici.

La Leggenda di Katia e Styr

LEGGENDA  NORDICA

 

Katia la Dolce, figlia del saggio Magnus, secondo una leggenda nordica, era ritenuta la ragazza più bella di tutta l’Islanda e per questo era da tutti corteggiata e ammirata.
Fra i pretendenti c’era anche il feroce guerriero Styr, capo degli Sturle , un gruppo di guerrieri-banditi che terrorizzavano villaggi e contrade costringendo la popolazione ad ogni sorta di angherie.
La bella Katia rifiutò le sue profferte amorose, ma Styr non era tipo da accettare un rifiuto. Violento e prepotente, abituato ad ottenere o prendersi con la violenza tutto ciò che voleva, case, castelli e terreni e altro, non gradì per nulla quel rifiuto.
Con alcuni compagni, fra i più violenti e sanguinari della banda, irruppe nella casa di Magnus.
Magnus fu subito ridotto all’impotenza e i due giovanissimi fratelli, Gunt e Thor, accorsi in aiuto della sorella, furono barbaramente uccisi.
La povera ragazza venne trascinata via con la violenza e costretta a partecipare ad un orgiastico banchetto in suo onore.
Nel momento, però, in cui Styr, in preda ai fumi dell’alcool, si avventava sulla ragazza per violentarla, qualcosa di straordinario lo fermò: gli spettri di Gunt e Thor, che si frapposero fra lui e la sorella.
La faccia sconvolta dal terrore e dallo smarrimento, il feroce bandito barcollò e si accasciò ai piedi della ragazza.
Costretto, infine, secondo le usanze del tempo, a comparire davanti ad un Tribunale e condannato a sostenere un duello con un Guerriero-Campione, Styr,  in preda alla follia più cupa, si detta alla fuga e vagò a lungo nelle brughiere brumose d’Islanda, fino a che la morte non lo colse in maniera assai misteriosa.

 

 

Il fascino della creatura mostruosa: CHIMERA


Il fascino della creatura mostruosa: CHIMERA
CHIMERA

Veramente  mostruosa  quest’altra creatura mitologica, figlia di Echidna e Tifone: testa di leone, corpo di capra e coda di serpente… e poiché il gusto per l’orrore era spiccato già a quei tempi  quasi quanto ai nostri giorni, il mito la dotò anche di alito infuocato e pestilenziale.

Il mostro seminava terrore in territorio di Licia e Giobate,  Re di quelle contrade, si vide costretto a chiedere aiuto ad un suo ospite: un certo Bellerofonte di Corinto.
“Il Re di Caorte, Stenobearnia, mio nemico, - gli disse – tiene in casa quel mostro come se si trattasse di un animale domestico.”

Ma perché mai il baldanzoso figlio di Poseidone si trovava ospite di Giobate?
Come spesso accade nei miti greci, le  avventure e disavventure di un eroe si incrociano con quelle di  altri eroi: Perseo, in questo caso, (alcuni affermano  fosse,  invece,  Preto, re  di Tirinto) e la di lui poco fedele consorte,  Stenobea, che Omero chiama Antea.
Costretto a lasciare Corinto per aver provocato la morte del tiranno Bellero (da cui il nome), il nostro eroe cercò rifugio a Tirinto dove fu gentilmente accolto da Perseo e ancor più gentilmente... troppo gentilmente, dalla consorte, Stenobea, colpita dal fascino tenebroso dell'ospite di suo marito.
Fermamente respinta dall'eroe, la donna lo accusò di tentata violenza e Perseo, non potendo farsi giustizia da sé, essendo Bellerofonte suo ospite, lo spedì da Giobate con la preghiera di cercare la maniera di spedirlo il più velocemente e  platealmene possibile  all'Olimpo,  da suo padre, Poseidone.
Una scappatoia c'era per salvare le apparenze e fare le cose per bene: affidare al giovane la gloriosa quanto disperata impresa di liberare la terra di Licia dalla mostruosa creatura che seminava terrore.

Bellerofonte  non si fece ripetere l'invito e partì subito per l'impresa.  Per prima cosa domò Pegaso, il cavallo alato, nato dal sangue della Medusa, la Gorgone uccisa da Perseo.
Domare Pegaso fu impresa relativamente facile.
Bellerofonte lo trovò che stava abbeverandosi ad una delle fonti che lo stesso Pegaso faceva sgorgare battendo il suolo con uno degli zoccoli, ma catturarlo non era così  facile, non essendo ancora state inventate le briglie.
La dea Atena, però, gli venne in aiuto mostrandogli come confezionare delle briglie d'oro  con quelle Bellerofonte  catturò Pegaso ed affrontò la Chimera.

Riuscire ad uccidere la Chimera, però,  fu  tutt’altra impresa.
Bellerofonte  le piombò addosso in groppa a Pegaso e solo dopo ripetuti tentativi  riuscì   a colpirla con la sua lancia dalla punta di piombo che le conficcò in bocca. L’alito di fuoco della mostruosa creatura fece sciogliere il piombo che scivolò giù attraverso la gola causandole la morte.
 

Il fascino della creatura mostruosa: MEDUSA

MEDUSA

Pegaso, il cavallo alato, inevitabilmente richiama un altro nome, quello della madre: Medusa, l’orrendo mostro.
Medusa, in realtà, era una fanciulla bellissima, la più bella delle sorelle Gorgoni:
- Steno, la Forte
- Curiale, la Spaziosa
- Medusa, la Dominatrice.
Delle tre sorelle, Medusa era la sola a non essere mortale, ma commise l’errore di accoppiarsi con Immortale,  nientemeno che con Poseidone e lo fece in un Tempio dedicato ad Atena.
Atena si risentì tanto a causa di quell’oltraggio, che per punirla la tramutò in un essere mostruoso: occhi di brace, enormi zanne al posto dei denti, in testa una selva di serpenti al posto dei capelli, gambe e braccia artigliate. Il suo aspetto era così orribile che, a guardarla negli occhi, si restava pietrificati dal terrore.

Polidette, re del Seride, nell’Egeo, affidò a Perseo, figlio di Danae e di Zeus, la rischiosa e quasi impossibile impresa di uccidere la mostruosa creatura.
Ad aiutare l’eroe, però, provvide la stessa dea Atena, con l’apporto di suo fratello, il dio Mercurio.
Le due Divinità fornirono l’eroe  di tutto quanto potesse aiutarlo nella disperata impresa.
Per affrontare Medusa senza restare pietrificato dal suo sguardo, Atena gli consegnò il suo scudo da usare come specchio attraverso cui guardarla, evitando il contatto diretto con il suo sguardo
La Dea gli fece dono anche di una sacca magica in cui riporre la testa del mostro, i cui poteri continuavano a sussistere anche dopo la morte.
Anche Mercurio fu generoso nei suoi doni: gli consegnò un ricurvo pugnale dalla magica proprietà di penetrare qualunque materiale. Gli mise ai piedi i suoi calzari per renderlo velocissimo negli spostamenti ed in testa un casco che rendeva invisibili chi lo indossava.

L’eroe si recò nella terra degli Iperborei, dove vivevano le GORGONI.
Le trovò che stavano dormendo e sorprese Medusa nel sonno, tagliandole di netto la testa con il magico pugnale.
Dal corpo della Medusa balzarono fuori i figli concepiti a Poseidone:  Pegaso, il cavallo alato e il guerriero Crisaore.
Prima di darsi alla fuga con la sacca contenente la tesa del mostro, Perseo si fermò a raccoglierne il sangue dalle magiche proprietà. Quello sgorgato dalla vena destra resuscitava i morti mentre quello della vena sinistra procurava la morte.
Il primo fu donato, fra gli altri, ad Esculapio, dio della Medicina; del secondo, invece, assai velenoso, Perseo ne fece dono ad Atena. La Dea tenne per sé anche la testa della mostruosa creatura che posa sopra il suo scudo per terrorizzare i nemici.

Mettersi in salvo, appena ucciso la Medusa, però, non fu facile per Perseo, inseguito da Pegaso, Crisaore e dalle altre due Gorgoni. L’elmo e i calzari di Mercurio, però, gli favorirono la fuga.

I miti greci erano sempre simbolici… Quale  significato nascondeva questo mito?
La Medusa, con il suo sguardo pietrificatore, rappresentava l’ammonimento all’uomo che voleva avvicinarsi troppo al Mistero Divino per volerlo scrutare o, addirittura, servirsene.
In tutte le Antiche Religioni, a volersi avvicinare troppo alle “Questioni Divine”, c’era il rischio di restarne sopraffatti. Sempre nelle antiche credenze delle varie Religioni, eroi come Gilghemesh, Adamo e altri, furono puniti per essersi avvicinati troppo ai Misteri-divini.
 

Nell’antichità, i fornai greci usavano dipingere una testa di Medusa sui loro forni per impedire che qualcuno aprisse lo sportello e danneggiasse la cottura del pane.
Ancora nell’Antichità, durante i riti pagani in onore della dea Luna, le sue sacerdotesse si coprivano il volto con orrende maschere allo scopo di tenere lontano i curiosi.

 

 

Il fascino della creatura mostruosa: SFINGE GRECA

SFINGE  GRECA

Al contrario della Sfinge egizia, la cui funzione era quella di proteggere, la Sfinge greca era una figura terrorizzante, inquietante e tragica. Come in molti dei miti greci. Lo fu la sua stessa nascita: il frutto di un rapporto incestuoso tra la bestiale Echidna e suo figlio Ortro, cane a due teste.
Chi o cosa potevano generare due mostruose creature, se non un altro mostro? Sfinge era un ibrido alato con testa di donna e corpo di leonessa.


Il mito narra che fu mandata a Tebe per vendicare la morte del bel Crisippo, ucciso da Laio, Re della città, che aveva approfittato sessualmente di lui, contro natura.
Il mostro si appostò sul Monte Ficione; secondo altre versioni, addirittura su una  colonna nel bel mezzo della piazza della città.


Il mostro chiedeva a tutti i passanti di sciogliere indovinelli… pena la morte.
L’enigma più ricorrente era:
“Chi è quell’animale che al mattino cammina a quattro zampe, a mezzogiorno su due ed a sera fa uso di tre?”
Per liberare la città da quel flagello, Laio stava recandosi a Delfi per chiedere responso al Tempio, quando si scontrò con un certo Edipo.
La strada era stretta e il Re gli chiese di farsi da parte.
Quell’Edipo, però, era un giovane dotato di arroganza più che di rispetto e, ignorando che l’uomo che gli stava di fronte era nientemeno che suo padre, non solo non gli dette la precedenza, ma passò alle mani… anzi, alla spada e fece fuori lui e il suo araldo… anche perché uno dei cavalli gli aveva pestato i piedi.( i piedi di Edipo, vedremo in altra sede, avevano un buon motivo per stare in scena in questo mito…).
Giunto a Tebe, il giovane affrontò la Sfinge e al suo indovinello rispose così:
“E’ l’uomo! Egli cammina a quattro zampe da bambino, su due piedi da adulto e si appoggia al bastone da vecchio.”
Sconfitta e sconvolta, la Sfinge si gettò dalla rupe (o dalla colonna), sfracellandosi.

 

CENTAURI - la leggenda degli Uomini-cavallo

Letteralmente il termine Centauro significa: “colui che trafigge il toro”, dall’etimo classico Kentauroi; un altro etimo suggerisce, invece: “gruppo armato di cento uomini”.
Qualunque sia il significato del termine, il mito li vuole d’aspetto davvero singolare: uomini fino all’ombelico e cavalli per il resto del corpo. Il mito li vuole anche rissosi, lussuriosi e sempre pronti a saltare addosso alla prima donna che capitava loro davanti.
Omero li chiama: “villose bestie selvagge”, per il loro aspetto e le attività orgiastiche ed erotiche.
La leggenda sulla loro origine farebbe arrossire gli autori di erotismo più audace. Vediamo perché.
Il capostipite fu un certo Issione, re dei Lapiti, tipo poco raccomandabile, per giunta  assassino.
Giove, re degli Dei, pur contro il parere degli altri Immortali, non solo non lo punì per il suo reato, ma lo invitò alla sua tavola.
A Issione piacevano molto le donne, proprio come a Giove; per questo, forse, non mancò di fare certe proposte addirittura a Giunone, sposa del suo divino ospite.
Giove scoprì presto le intenzioni del suo ingrato ospite e per metterlo alla prova dette ad una nuvola le sembianze di Giunone.
Annebbiato dal vino e dalla lussuria, Issione sfogò le sue brame sul simulacro di nuvola; dall’inconsueto rapporto nacque Centauro che, diventato adulto, dette sfogo alle sue insane tendenze sessuali e si accoppiò con le cavalle del Monte Pelio, che gli generarono i Centauri, creature metà uomini e metà cavalli.
Questo il mito. La realtà, naturalmente, era un’altra.
I Centauri erano uomini barbuti e selvaggi, appartenenti a tribù delle montagne della Grecia orientale, i quali vivevano in tale simbiosi con i loro cavalli, da sembrare una sola cosa con il proprio animale.
Nacque così la leggenda degli Uomini-cavallo.

Centauri

Letteralmente il termine Centauro significa: “colui che trafigge il toro”, dall’etimo classico Kentauroi; un altro etimo suggerisce, invece: “gruppo armato di cento uomini”.
Qualunque sia il significato del termine, il mito li vuole d’aspetto davvero singolare: uomini fino all’ombelico e cavalli per il resto del corpo. Il mito li vuole anche rissosi, lussuriosi e sempre pronti a saltare addosso alla prima donna che capitava loro davanti.
Omero li chiama: “villose bestie selvagge”, per il loro aspetto e le attività orgiastiche ed erotiche.
La leggenda sulla loro origine farebbe arrossire gli autori di erotismo più audace. Vediamo perché.
Il capostipite fu un certo Issione, re dei Lapiti, tipo poco raccomandabile, per giunta  assassino.
Giove, re degli Dei, pur contro il parere degli altri Immortali, non solo non lo punì per il suo reato, ma lo invitò alla sua tavola.
A Issione piacevano molto le donne, proprio come a Giove; per questo, forse, non mancò di fare certe proposte addirittura a Giunone, sposa del suo divino ospite.
Giove scoprì presto le intenzioni del suo ingrato ospite e per metterlo alla prova dette ad una nuvola le sembianze di Giunone.
Annebbiato dal vino e dalla lussuria, Issione sfogò le sue brame sul simulacro di nuvola; dall’inconsueto rapporto nacque Centauro che, diventato adulto, dette sfogo alle sue insane tendenze sessuali e si accoppiò con le cavalle del Monte Pelio, che gli generarono i Centauri, creature metà uomini e metà cavalli.
Questo il mito. La realtà, naturalmente, era un’altra.
I Centauri erano uomini barbuti e selvaggi, appartenenti a tribù delle montagne della Grecia orientale, i quali vivevano in tale simbiosi con i loro cavalli, da sembrare una sola cosa con il proprio animale.
Nacque così la leggenda degli Uomini-cavallo. 

 

La vera storia del MINOTAURO

Pasifae e il Minotauro

Conosciamo tutti la leggenda del Minotauro di Creta, ma, per chi l’avesse scordata, eccola, così come ci è stata tramandata dalla mitologia tradizionale.
Minosse, figlio di Giove, per legittimare il  suo diritto di successione al trono di Creta, chiese a Poseidone, Dio del Mare, una degna vittima da sacrificare durante la Cerimonia.
Dalle onde del mare, Poseidone fece emergere uno splendido toro bianco, così bello che Minosse volle tenerlo per sé e offrire in sacrificio, al suo posto, un toro comune.
Brutto affare, offendere la suscettibilità di una  Divinità: Poseidone, infatti, se la prese così tanto, che per vendicarsi dell’affronto, ne escogitò una davvero bella: scatenò in Pasifae, sposa di Minosse, (donna non propriamente fedele, come anche il marito, d’altronde), una passione contro natura per lo splendido animale.
Ah… questi popoli antichi!
Come fare per soddisfare l’insano desiderio?
Semplice! Ci pensò quel geniale di un architetto, ospite del Re, che allietava la corte con i suoi giocattoli meccanici.
Parlo del famoso Dedalo, noto a tutti.
L’ingegnoso artista trovò subito il sistema: costruì la sagoma di una mucca in cui fece sistemare quella pazza della Regina; la rivestì di pelle bovina e la fece porre in bella vista sul prato dove pascolava il bel Tauros. (questo il nome imposto allo splendido toro).
Quel che accadde, lo lasciamo all’immaginazione. Quello che accadde invece alla Regina dopo nove mesi, fu di mettere al mondo un bel bimbo con la testa di toro: il Minotauro, per l’appunto, a cui fu imposto il nome di Asterione.
L’increscioso fatto dispiacque così tanto a Minosse (cornificato già troppo spesso dalla moglie, ma mai prima con un toro) che impose a Dedalo di costruire un Labirinto in cui fece rinchiudere il Minotauro, la regina Pasifae e lo stesso Dedalo, che in seguito riuscì a fuggire, ma… quella è un’altra storia.
Il Minotauro era nutrito con carne umana, procurata dagli Ateniesi fino all’arrivo di un eroe di nome Teseo… ma anche questa è un’altra storia.
Interessante, invece, è sapere chi era davvero il Minotauro, tenendo presente che sul bacino Mediterraneo si affacciavano Popoli nella cui cultura era sempre presente il “culto del toro”: ricordiamo l’orientale Mitra, l’egiziano Hapy, ecc…
Già ai tempi di Plutarco, quella figura da “Sodomia”, era stata riscattata.
Il Minotauro, ossia Asterione, in realtà, era nato da una relazione tra la regina Pasifae e il bel Tauros, generale di re Minosse e atleta di tauromachia. (spettacolo con i tori)
Sempre di corna si trattava, ma non di corna animali!
Secondo questa più accettabile versione dei fatti, poco conosciuta perché non piccante come la prima e per questo meno capace di catturare quel “lato oscuro” che è sempre stato in ogni essere umano, Teseo combattè non con il mostruoso Minotauro, ma con suo padre Tauros e lo vinse in un regolare incontro.
Le leggende, soprattutto quelle nere e scabrose, sono lunghe a morire. Ecco perché oggi tutti conoscono il Minotauro, figlio di un toro, e ignorano Asterione, figlio di un atleta.
 

La cara PENELOPE... fu davvero così casta?

Penelope

La figura di Penelope, casta e fedele, che aspetta trepidante il ritorno dello sposo vagabondo per il mondo con la scusa della guerra, che imbroglia i pretendenti con una tela interminabile, piace molto agli uomini.
Li rassicura.
Piace molto questa figura di donna in eterna attesa: è rassicurante. Viene presa come esempio anche in culture assai, ma proprio assai, posteriori.
Perfino oggi.
Ma era davvero così casta e fedele, la cara Penelope?
L’epoca in cui visse era quella di un Matriarcato in declino e un nascente Patriarcato. Lo testimoniano le vicende legate alle sue nozze con Odisseo, meglio conosciuto come Ulisse.
Questi conquistò la sua mano all’antica maniera matriarcale, vincendo, cioè, una gara di corsa.
(secondo altre versioni, di tiro con l’arco)
Penelope era figlia di Icario, re di Sparta, e della ninfa Peribea e, secondo le antiche usanze, era la sposa che accoglieva lo sposo nella sua casa e non il contrario. (Menelao era diventato Re di Sparta per averne sposato la principessa ereditaria, Elena).
Ulisse, invece, infranse le regole e si portò via la sposa contro la volontà del padre di lei.
Re Icario, infatti, li fece subito inseguire e Ulisse costrinse  Penelope a scegliere fra lui e suo padre.
Penelope scelse Odisseo: senza una parola si calò il velo nuziale sul volto e lo seguì ad Itaca, lasciando la casa paterna e la terra di Sparta.
La figura di Penelope, in realtà, non è solamente emblematica, ma anche un po’ enigmatica, per quello che fu in seguito il suo comportamento.
Omero (ma sarà stato proprio Omero a scrivere l’Odissea? Ormai sono in molti a nutrire dei dubbi) ci parla di lei in tono brillante, bucolico ed un po’ ingenuo. Ben diverso dal tono ruvido e tagliente che si riscontra nell’Iliade, la cui paternità di Omero è indiscutibilmente accettata.
Omero ci lascia con Penelope ed Ulisse riuniti dopo venti anni di separazione: dieci di guerra a Troia e dieci di peripezie attraverso il Mediterraneo.
Penelope, però, si rivela donna prudente e diffidente, oltre che paziente e fedele: prima di concedersi al marito, vuole certezze e per questo lo sottopone alla prova del talamo nuziale e della sua posizione nella loro casa. Dopo, lo premierà generandogli un altro figlio: Polipartide; il primo era Telemaco, poco più che ventenne al ritorno a casa del padre.
Penelope è anche una donna forte e di infinite risorse. Lo ha dimostrato tenendo a freno i suoi pretendenti con vari espedienti prima del ritorno di Ulisse e lo dimostrerà pure dopo la morte di questi.
Sia Ulisse che suo figlio Telemaco, infatti, subito dopo la strage dei Proci (i pretendenti) erano stati esiliati.
Ulisse partì per la Tesprozia, per espiare la sua colpa; qui, però, sposò la regina Callidice che gli diede un altro figlio, Polirete.
Telemaco, invece, raggiunse Cefallenia, poiché, secondo un oracolo, Ulisse sarebbe morto per mano di suo figlio.
Così fu!
L’eroe fu ucciso proprio da uno dei suoi figli, ma non era Telemaco, bensì Telegono, il figlio avuto dalla maga Circe durante il viaggio di ritorno da Troia.
Telegono, che dal padre aveva ereditato lo spirito d’avventura, andava scorrazzando per i mari e finì per raggiungere Itaca.
Ulisse si preparò a respingere l’attacco, ma Telegono lo uccise.
Proprio come aveva predetto l’oracolo: in riva al mare e con l’aculeo di una razza, un aculeo di razza infilato sulla punta della lancia di Telegono.
E ancora una volta Penelope ci sorprende: trascorso l’anno di lutto previsto dalla tradizione, la Regina di Itaca sposa Telegono… proprio così! Sposa l’uccisore di suo marito, figlio della rivale, la maga Circe.
E non è tutto. Raggiunta l’isola di Circe, madre del fratellastro Telegono, Telemaco, a sua volta, impalma la rivale di sua madre.
Edificante!

 

SACRA BIBBIA: Eva... primo clone umano?

Adamo ed Eva

EVA in ebraico significa: Madre dei viventi.

EVA, secondo la Bibbia (Genesi – III) fu la prima donna
che Dio formò con una costola di Adamo mentre questi dormiva: un clone, dunque.
Formata e non creata.
Questo dicono le Sacre Scritture.
Sono io che non ho capito?
Sono gli interpreti delle Scritture a non aver capito?… La Bibbia, si sa, è frutto di racconti tramandati oralmente e scritti solo intorno al IV secolo prima di Cristo.
Se è questo che io ho capito leggendo la Bibbia e la mia è un’errata interpretazione, qualcuno mi smentisca.
Lo faccia, per favore, perché, io, discendente di quella “donna”, non mi sento un clone.
Al contrario!
E aggiungo: Dio, forse, non aveva argilla sufficiente per “creare” due esseri e cioè, l’uomo e la donna?  
O, forse aveva in spregio la parte femminile dell’umanità  per pensare di utilizzarne anche per lei?
Smentitemi, per favore e spiegatemi l’arcano.

Spiegatemi perché in culture più antiche, chiamate pagane, come quella Egizia, ad esempio, PTHA, il Dio della Creazione, utilizzò argilla per entrambe le sue creature,  ne plasmò la forma con il Torchio Sacro e ne infuse l’alito della vita con la LINGUA, ossia il VERBO, attraverso le narici.

Spiegatemi perché qualche migliaio di anni più tardi si ebbe il bisogno di ridimensionare la parte femminile partecipante alla Creazione della vita.
Il Dio delle moderne religioni non ha, forse, in dovuta considerazione la donna?
E’ il Dio degli uomini? E’ il Dio degli Eserciti?

Ptha non era solo il Dio della Creazione, ma non era neanche il Dio degli Eserciti ed era invece il Dio delle Scienze e delle Conoscenze… dell’Arte e della Cultura…
Era il Protettore di quelli che oggi chiameremmo INTELLETTUALI.

 


 

Antica Roma: lo stupro che causò la fine della Monarchia

Naturalmente, quell’atto di violenza su una donna fu solo la scintilla scatenante di un fuoco che bruciava sotto la cenere.
Come andarono i fatti e chi furono i protagonisti di quella tragedia?
Regnava Tarquinio il Superbo, uomo assai superstizioso, oltre che assai superbo.
Un inquietante prodigio aveva sconvolto la superstiziosa corte etrusca: un enorme serpente era comparso nella Reggia provocando scompiglio e terrore.
Il Re consultò maghi ed indovini, ma, alla fine, decise  di inviare a Delfi, (dove sorgeva il Santuario di Apollo) per un responso, due dei suoi figli: Tito e Arrunte, accompagnati dal nobile romano Lucio Giunio, detto Bruto, cioè: “stolto”.
Questi, che stolto non era, ma solo assetato di rancore verso la famiglia reale, responsabile della morte del fratello, li accompagnò di buon grado, ma dimostrò, sulla via del ritorno, di che pasta era fatto.
L’oracolo, infatti, s’era espresso così:
“… il potere su Roma, spetterà a colui che per primo bacerà la Madre.”
Fu così che, giunti in patria, mentre i due fratelli discutevano su chi di loro avesse più diritto a quel privilegio, Giunio il “Bruto” finse d’inciampare e cadendo, baciò il suolo, cioè la Madre-Terra, facendo fede alle parole dell’oracolo.
Qualche giorno più tardi, nel corso di un banchetto, un certo Lucio Tarquinio Collatino, parente del Re, si vantava dell’onestà di Lucrezia, la bellissima moglie, ed invitava nella sua casa Sesto Tarquinio, il primogenito del Sovrano.
Questi accettò l’invito e provò a sedurre la bella Lucrezia. La donna, però, lo respinse e quegli, in preda alla collera, la stuprò.
Prima di togliersi la vita, la virtuosa Lucrezia informò dell’accaduto marito, amici e parenti e chiese loro di vendicarla.

 

Fu proprio Giunio Bruto, animato dal suo odio verso la famiglia Tarquinia, ad occuparsi della faccenda. Cavalcando l’onda della grande emozione suscitata  da quell’episodio, egli spinse la popolazione alla rivolta.
Al cospetto delle spoglie della virtuosa patrizia, egli tenne un vibrante discorso funebre che infiammò il popolo: elogiò  la virtù di Lucrezia e denunciò i delitti della famiglia Tarquinia.
Fu la fine della Monarchia: Tarquinio il Superbo e la sua famiglia furono cacciati via a furor di popolo e in sua vece fu invocata la Repubblica.  Proprio Giunio e Collatino, furono i primi due Consoli eletti.
 

GLI ORACOLI

L'Oracolo


L’ Oracolo, recita il dizionario, è la risposta profetica data da Sacerdoti e Sacerdotesse pagane, in nome di una Divinità, ai fedeli che domandavano consigli o pronostici sulle loro imprese. Il Dizionario dice anche che una Divinazione è una verità rivelata.
Fin dai tempi più remoti, l’uomo ha cercato sempre, ed in tutti i modi, di conoscere il proprio futuro… in realtà, lo fanno anche gli uomini moderni, nell’era tecnologica.
Coloro che possedevano il dono della Divinazione, uomini e donne di grande sapere ed autorità, godevano di grande prestigio e perfino di potere politico decisionale.
Profeta, Indovino, Pizia, Sibilla, Pitonessa: questi i l loro nome.
Il misterioso, l’oscuro, l’incomprensibile è definito Sibillino, proprio dalla Sibilla: donna che conosceva la volontà divina.

 

La Sibilla Cumana

Apollo e la Sibilla

La Sibilla cumana è una delle figure più inquietanti, misteriose ed affascinanti della mitologia greco-romana.
Sibille, erano chiamate le sacerdotesse di Apollo, il bellissimo Dio del Sole, in possesso di poteri divinatori concessi loro dalla Divinità.
Vivevano in grotte oscure o in prossimità di fonti sacre  e sul significato del loro nome, c’è la stessa oscurità e lo stesso  alone di mistero  che circondava la loro figura.
“Vergine Oscura”,  secondo alcuni, il significato del termine Sibilla, proprio perché vivevano in luoghi oscuri e misteriosi; inaccessibili. E proprio per questo, e per i loro infallibili responsi, le Sibille erano assai temute e rispettate.
La Sibilla era “posseduta” da potere divino che acquisiva attraverso il respiro di vapori che uscivano da fenditure del terreno nei pressi della grotta in cui viveva (l’Antro della Sibilla) e con libagioni di acqua  di Fonte Sacra. 
Masticava foglie di lauro, pianta sacra al dio Apollo, atto con cui suggellava la sua unione con la Divinità.
Come ogni altra Sacerdotessa, la Sibilla era la “sposa” del Dio, ma non si trattava di amplesso fisico: la Sibilla, infatti, conservava intatta la sua verginità, poiché “l’amore” di Apollo nei suoi confronti era solamente un “soffio” trasfuso in lei, conservandola nello stato di verginità.
(il concetto di Vergine-feconda ha sempre affascinato l’uomo)
La Sibilla cumana, però, conobbe un ben altro destino: beffardo e crudele.
La leggenda narra che una di queste Sibille giunse a Cuma, in Campania, nei pressi dei Campi Flegrei, dalla città greca di Eritre. Il suo nome era  Deifobe.
Era così bella, che Apollo se ne innamorò follemente e le promise, in cambio di sesso, che avrebbe esaudito ogni suo desiderio.
La Sibilla si chinò a raccogliere un pugno di terra e chiese ad Apollo di concederle di vivere tanti anni quanti erano i granelli di terra raccolti.
Apollo acconsentì, ma la ragazza gli si rifiutò.
La vendetta di Apollo fu terribile: le concesse di vivere, ma le negò la giovinezza: settecento anni.
Con il passar degli anni, Deifobe divenne sempre vecchia e più piccola; quanto una cicala.
A chi le chiedeva quale fosse il suo desiderio, rispondeva con voce triste e sconsolata:
“La morte!”
Apollo, infine le concesse di morire.
Morale?…  Forse che una vecchiaia troppo lunga è anche troppo triste!

 

 

 

 

 

I LIBRI SIBILLINI


Una leggenda racconta che Apollo, il bellissimo Dio del Sole, innamorato di Deifobe, la bella  Sibilla da cui era stato respinto, ciò nonostante, le concesse di  vivere molto più a lungo del previsto, a patto che lasciasse la Grecia e si stabilisse a Cuma, in zona partenopea.
Qui, un giorno, la Sibilla apparve a Tarquinio il Superbo, ultimo Re di Roma (vedere articolo: “Lo stupro che causò la fine della Monarchia nell’Antica Roma) e gli offrì i suoi nove Libri Sibillini in cui erano riportati oracoli e profezie.
Il Sovrano reputò eccessivo il prezzo richiesto e la Sibilla, allora, ne distrusse tre.
Re Tarquinio, ritenne ancora più alto il prezzo richiesto per quei soli sei Libri e a quel punto, la Sibilla ne distrusse altri tre.
Solo di fronte a tanta determinazione, il Re di Roma si decise ad acquistarli, proprio mentre la Sibilla faceva l’atto di distruggere gli ulteriori tre rimasti.
Il prezzo, però, rimase quello relativo a tutti e nove.

Tarquinio il Superbo ordinò di custodire i tre Testi Sibillini nel Tempio di Giove, a Roma.
Purtroppo, nell’ 83 a.C., essi andarono distrutti in uno dei tanti frequenti incendi che affliggevano la città.

LE AMAZZONI

l'Amazzone ferita

Le Amazzoni erano donne guerriere, figlie di Ares (Marte) e Armonia, una delle Naiadi.
All’inizio vissero lungo il fiume Tanai, conosciuto anche con il nome Amazzonia, dal nome di Tanai, figlio dell’amazzone Lisippa, una delle matriarche.
Costei era talmente smaniosa di battaglie e combattimenti, da disprezzare l’istituto del matrimonio al punto da suscitare in Afrodite (Venere) il desiderio di punirla. La punizione che la Dea dell’Amore scelse per lei, in verità, fu assai severa e particolare: indusse il figlio Tanai ad innamorarsi della madre, ma il ragazzo, per non cedere ad un passionale atto di incesto, preferì gettarsi in un fiume ed annegare.
L’ombra del ragazzo, però, seguiva ovunque la madre e per liberarsene, Lisippa decise di spostarsi con tutta la sua gente lungo le rive del Mar Nero, fino a raggiungere la pianura del fiume Termadonte, in Cappadocia.
Qui si stabilì e, secondo l’usanza matriarcale, divise la sua gente in tre tribù, ognuna delle quali fondò una città; Smirne era una di queste.

Le Amazzoni erano abilissime nel cavalcare e nel tiro con l’arco; secondo la leggenda, per meglio maneggiare l’arco e il piccolo scudo a forma di mezzaluna, arrivavano perfino a sacrificare il seno destro (da cui il nome amazzone: priva di un seno)
Vivevano da sole e senza il maschio e per  perpetrare la stirpe, cercavano brevi contatti con i maschi delle tribù vicine. I figli maschi che nascevano da quei rapporti sessuali erano rimandati alle tribù; le femmine, invece, venivano allevate secondo rigida educazione guerresca.
Parche nel mangiare, queste donne davvero uniche, indossavano tuniche di pelli di animali feroci trattenute in vita da cinture, sempre in pelli, dalla particolare e complicata fattura.
Fiere e coraggiose, esperte nell’arte della guerra, vincerle in battaglia non era impresa facile. Ci riuscirono solo eroi come Eracle, che ne sposò la regina Ippolita e come Teseo che si portò come preda di guerra la regina Antiope… ma delle loro storie parleremo in seguito.

LE VALCHIRIE

LA VALCHIRIA

Valchiria!  E’ un nome che evoca oggi, soprattutto nell’immaginario maschile, la figura di un’avvenente ragazza di origine nordica.
Le Valchirie appartengono proprio alle leggende ed alla mitologia nordica; della Scandinavia, per la precisione.
Erano davvero bellissime: corpo statuario e lunghissimi capelli biondi. Bellissime, vergini e guerriere.

Le Valchirie erano inviate da Odino, Re degli Dei, nei luoghi dove infuriava la battaglia ad accendere i combattimenti ed a scegliere i guerrieri destinati ad una morte gloriosa: gli Einherii.

Dai cambi di battaglia, le Vergini-guerriere, dalle corazze di cuoio e gli elmi piumati, guidavano gli spiriti dei valorosi caduti in battaglia fino al Walhalla, la dimora di Odino, in Asgard.

Il termine Walkyrie  trae la sua origine da wal, che significa  battaglia e da kryan, che vuol dire scegliere.

Terminata la battaglia, le Valchirie guidavano gli spiriti dei valorosi guerrieri attraverso la Selva-d’Oro di Glasor e li conducevano fino al cospetto di Odino, nel Walhalla.

Qui, per fortificarsi e rendersi invincibili, i Guerrieri si cibavano del verro Sadhrimmnir (maschio di maiale dalle carni illimitate) e si dissetavano con idromele della capra Heidrun.
Ogni giorno, sotto la guida delle Valchirie, i Guerrieri si esercitavano in diversi tornei per essere  pronti alla grande battaglia finale, dura e senza quartiere, che dovevano affrontare quando sarebbe giunta la fine del mondo.

Lo stesso Odino partecipava a quelle tenzoni in sella al suo cavallo, Sleipnir e con la sua grande lancia Gungnir.

Di numero non ben definito, i nomi di queste Vergini-guerriere erano di carattere assolutamente guerresco:Gun, Hild,Hrend,…

Più noto, certamente, il nome di Brunilde, ma solo perché nato dal genio di R. Wagner che per la sua splendida opera “Le Valchirie” compose musica e libretto, ispirandosi alla mitologia del popolo dei Nibelunghi.

 

La leggenda di Brunilde e Sigfrido

Brunilde  mentre si lancia sulla pira di Sigfrido

Brunilde era una delle più belle Valchirie, vergini-guerriere inviate, secondo la mitologia nordica, sui campi di battaglia a scegliere i combattenti destinati a morte gloriosa.
Era, però, anche la più testarda ed orgogliosa e con attitudine alla disobbedienza.
Proprio a causa di quel suo carattere, per punizione Odino, Re degli Dei, la relegò sulla cima di un monte circondato di fiamme.
A salvarla arrivò l’eroe di stirpe divina, Sigfrido.
Tra i due scoppiò l’amore. Reciproco e totale che, come spesso succede, attirò sui due innamorati, invidie e gelosie.
Il cattivo di turno era il mago Hayen, vero genio del male, segretamente e follemente innamorato della bella Valchiria.
Egli riuscì con un incantesimo a dividere i due amanti.
Con un filtro magico, fatto bere con l’inganno a Sigfrido, ospite del Re dei Burgundi, fece accendere d’amore e di passione il cuore dell’eroe per la bella Crimilde, figlia del Re.
Sotto l’effetto dell’incantesimo, l’eroe abbandonò Brunilde e sposò Crimilde.
E non si accontentò di questo. Brigò e ci riuscì, a far sposare Brunilde con Gunther, fratello di Crimilde
Umiliata e offesa, la bella Valchiria finse di accondiscendere alle richieste dell’ ex-innamorato: sposò Gunther, ma dentro di sé covò una terribile vendetta: rivelò al perfido Heyen il punto vulnerabile dell’eroe.
Sigfrido, infatti, in una delle tante sue imprese, aveva affrontato ed ucciso il drago Fafnir e si era bagnato nel suo sangue, rendendosi invulnerabile. Ad eccezione della spalla sinistra, su cui si era depositata una foglia.
Proprio in quel punto della spalla fu scagliata la freccia che lo uccise.
Quando apprese dell’inganno del filtro, Brunilde, non reggendo al dolore e al rimorso, si lanciò con il cavallo sulla pira che Crimilde aveva fatto innalzare per adagiare il cadavere dell’eroe, e vi trovò la morte.
Le fiamme si alzarono e raggiunsero il Walhalla, la residenza degli Dei, Odino l’accolse a braccia aperte e dove gli spiriti dei due amanti vissero uniti e per sempre.

 


 

La leggenda di Crimilde e Sigfrido

Crimilde e Sigfrido

Questa storia fa parte della mitologia nordica del popolo dei Nibelunghi. Inizia quando l’eroe Sigfrido giunge alla corte del Re dei Burgundi.
Sigfrido è un grande eroe, che ha compiuto  grandi imprese: ha combattuto, vinto e ucciso il drago… nel cui sangue si è bagnato rendendosi invulnerabile, salvo una spalla su cui si era posata una foglia.
Ha conquistato la Spada Magica, la cui lama uccide al solo tocco ed ha ricevuto in dono da una maga un anello che moltiplica le forze.
Riesce anche a salvare la Valchiria Brunilde, vergine-Guerriera inviata da Odino, Padre degli Dei, a scegliere eroici guerrieri morenti da condurre nel Walhalla, dimora degli Dei.
Brunilde e Sigfrido finiscono per innamorarsi, ma il cattivo mago Hagen, con una pozione magica, fa infiammare il cuore dell’eroe per Crimilde, sorella di Gunther, re dei Burgundi, a cui Sgfrido consegna la bella Brunilde.
Furente, ma sempre innamorato del suo eroe, Brunilde è rosa dalla gelosia: Sigfrido e Crimilde sono molto felici e lei per vendicarsi del tradimento di Sigfrido, rivela ai suoi nemici il solo punto vulnerabile del suo corpo.
Responsabili della morte di Sigfrido, con una freccia scagliata in quel solo punto vulnerabile, sono il mago Hagen e lo stesso re Gunther, i quali vogliono impadronirsi del tesoro che l’eroe aveva sottratto al drago.
Brunilde, apprendendo del filtro magico, rosa dal rimorso, si getta sulla pira su cui Crimilde aveva fatto adagiare il cadavere dell’eroe.
La vendetta di Crimilde, invece, fu tremenda e seguiva un ben preciso disegno.
Si concesse come moglie ad Attila, Re degli Unni e si fece giurare che l’avrebbe assistita nella vendetta contro la propria famiglia.
La nuova Regina degli Unni invitò a corte il fratello Gunther con il suo seguito di nobili e cavalieri e il mago Hugen. Offrì loro un sontuoso banchetto, chiedendo, però, di lasciare le armi fuori del grande salone.
Crimilde chiese ai fratelli di consegnarle il mago Hagen, ma costoro si rifiutarono, poiché il mago era il solo a conoscere il posto, nel Reno, in cui Sigfrido aveva sepolto il suo tesoro.
Per ottenere quel tesoro, fa sapere il mago, nessuno del popolo dei Burgundi dovrà essere ancora in vita.
Crimilde non ebbe esitazioni e chiese da Attila, che non aspettava altro, lo sterminio della sua gente e dell’odiato mago Hagen, che si consumò durante quel banchetto fatale.
 

LA COMPLESSA SPIRITUALITA' degli ANTICHI ROMANI

Giove e Giunone

Definire complessa la religiosità degli Antichi  Romani è quasi un eufemismo: superstizione, incantesimi, spaventevoli rituali e pratiche magiche.
Tutto questo aveva lo scopo di dominare o propiziarsi le forze della natura: eclissi, inondazioni, terremoti…
Rew ed He-kau  erano chiamati, in Egitto, gli Incantesimi e le Formule Magiche.
Indigitamenta, invece, era il nome con cui gli antichi romani indicavano l’insieme dei riti e delle formule magiche per invocare le Divinità
Unica, ma fondamentale differenza: mentre le prime, con il “tono giusto” della voce “costringevano” la Divinità ad intervenire, le seconde erano, invece, “invocazioni”, ma sempre con un tono particolare di voce.

Ancor oggi troviamo traccia di questo rituale nella voce modulata del muezzin (durante le cinque preghiere della giornata) dall’alto dei minareti arabi. La troviamo anche nei Salmi ebraici recitati nelle  funzioni sacre e nella Messa cantata dei cristiani.

Un accenno meritano le Defixiones, forme di maledizione incise su lamine di piombo arrotolate e trapassate da un chiodo.
Tale pratica era in uso anche altrove: Grecia, Egitto…
In Egitto, in particolare, erano incise su cocci che venivano poi frantumati.
Le defixiones si deponevano in tombe, fosse, pozzi, sorgenti o qualunque posto potesse “condurre” agli inferi ed attirarvi un nemico.
Nuocere, però, non era il solo scopo di questa pratica magica: una defixiones poteva essere utile anche in amore, potere, denaro e altro.
Gli addetti ai lavori, maghi, fattucchiere e sacerdoti, facevano affari d’oro e godevano d’immenso prestigio.
(come oggi, d’altronde)
Pozioni ed amuleti per proteggersi da maledizioni e malocchio, erano assai costosi e misteriosi.
Maghi e fattucchiere si aggiravano nei cimiteri per procurarsi erbe da mescolare ai più raccapriccianti ingredienti: interiora di topi, ossa di serpenti ed altro.
Ne facevano amuleti come gli oscilla (dischetti) o le lunulae (mezzaluna), da portare sulla persona.
Famose era bulla, un sacchetto contenente amuleti e posta al collo dei bambini.
Altre forme di superstizione che atterrivano i “figli della lupa” erano: il canto  della cornacchia, quello del gallo durante un banchetto, l’olio versato non intenzionalmente…  tutti segni di imminenti disgrazie.

Nulla da stupirsi, se ancor oggi c’è chi ha paura del gatto nero!

C’erano, poi, le Lemures: ombre dei morti che si divertivano a spaventare i vivi con catene e ferraglia e c’erano i Versipellis: lupimannari, ecc.
Infine, se crediamo che il “Signore degli Anelli” sia una invenzione di uno scrittore dei giorni nostri, ebbene, ci sbagliamo di grosso: Ovidio parlava già di “spiriti maligni” nascosti in anelli e nodi.
A tutto ciò si aggiunge (in età imperiale) la convinzione che gli Astri influissero sulle cose e sulle persone: stiamo parlando di Astrologia, un argomento che imperversa ancor oggi e inchioda, ogni mattino, migliaia di creduloni davanti al televisore in attesa delle notizie dell’oroscopo del giorno…
 

LA FATTUCCHIERA di NERONE

LA FATTUCCHIERA di NERONE

Magia e superstizione hanno condizionato la vita dell’uomo in ogni epoca.
Nell’ antica Roma Imperiale, ai tempi di Claudio e Nerone, un nome faceva tremare la corte: Locusta.
Era una vecchia dall’aspetto orrendo, ma dal potere e prestigio quasi illimitati ed era l’unica persona con libero accesso, notte e giorno, agli appartamenti privati di Nerone, perché era la sua fattucchiera personale.
Nerone, come tutti i suoi contemporanei, era profondamente superstizioso.
Come dargli torto se ancor oggi così tanta gente si fa prosciugare il portafoglio da maghi e fattucchiere?
Nerone non muoveva un dito senza prima consultare quella orrenda creatura la quale era anche assai esperta di veleni.
Fu proprio dei veleni da lei preparati che Nerone si servì per sbaragliare la concorrenza.
(oggi si usano altri mezzi, per fortuna)
Per primo, fece fuori l’imperatore Claudio, suo patrigno, facendogli servire una gustosa pietanza a base di funghi… corretti da Locusta, naturalmente.
Toccò poi al fratellastro Britannico, il quale aveva qualche diritto in più di sedere sul trono dei “figli della lupa”.
La morte del povero ragazzo fu spettacolare e gli storici ne danno risalto nei loro scritti.
Britannico era stato invitato ad un banchetto e stava tracannando vino da una coppa da cui aveva già bevuto un assaggiatore. Il ragazzo chiese dell’acqua per annacquarlo, ignorando che il veleno preparato da Locusta si trovasse proprio là dentro.
Morì, tra spasmi atroci, sotto gli occhi di Nerone e della corte atterrita.
A quella morte, naturalmente, ne seguirono altre, sempre sperimentando nuove pozioni e nuovi veleni che resero Locusta una delle donne più ricche di Roma.
Giunse, però, anche per lei il tempo della resa dei conti, della condanna e della pena.
Morto Nerone, l’imperatore Galba la fece pubblicamente giustiziare e la gente poté trarre un sospiro di sollievo.

L'ATROCE FINE DELLA VESTALE CLODIA

LA VESTALE

Clodia, una delle più belle patrizie della Roma Imperiale, andò incontro alla più atroce delle morti: fu sepolta viva.
Di quale orrendo misfatto poteva mai essersi macchiata per meritare tale agghiacciante pena?
Aveva tradito il suo voto di castità: Clodia era una delle dieci Vestali, sacerdotesse di Vesta, Dea del Focolare di Roma.
Una carica prestigiosissima, quella delle Vestali, conferita alle fanciulle più nobili della città.
Il loro sacerdozio durava 30 anni. Giungevano al Tempio di Vesta, sul Campo Marzio, in tenerissima età e ne uscivano ancora giovani e con una cospicua, ma molto, molto cospicua dote che permetteva loro di impalmare qualche potente di turno, ma anche qualche squattrinato rampollo della vecchia nobiltà.

I privilegi di cui godevano erano tantissimi: ricchezza, onori e rispetto.
Consoli, Senatori e perfino Cesare, dovevano cedere loro il passo per strada. I Littori abbassavano i Fasci in loro presenza e, se una Vestale incontrava per strada un condannato a morte, poteva  concedergli la grazia.
Quali i doveri a fronte di tali privilegi?
Solo due, punibili entrambi con la morte, se infranti:  il voto di castità e tenere desto il Fuoco Sacro del Tempio di Vesta.
La morte era straziante.
La disgraziata veniva rinchiusa in una stanzetta semi interrata su un piccolo colle e murata viva. Le veniva consegnato una torcia, una forma di pane e una ciotola di latte e veniva abbandonata alla sua fine.
La storia fa cenno soltanto a due o tre di queste sventurate e una di loro era Clodia Leta, vissuta ai tempi dell’imperatore Caracalla.
L’aspetto più tragico è che la ragazza era innocente: per non cedere alle profferte libidinose dell’imperatore e non venir meno al giuramento di castità, Clodia preferì affrontare quella fine orrenda.
I contemporanei sapevano della sua innocenza; alcuni storici riportarono l’episodio nei loro annali, ma nessuno ebbe il coraggio di intervenire, ma chiamarono “Sceleratus Ager” il posto in cui l’infelice ragazza era stata sepolta. 


 

L'OSCURA E MISTERIOSA DOTTRINA DEI DRUIDI

Brenno pesa l'oro

ANTICA GALLIA – L’oscura e misteriosa dottrina dei DRUIDI


“Guai ai vinti!”
Ci segue dai banchi della scuola il minaccioso e sprezzante grido del vincitore: Brenno, il grande condottiero, mentre getta la spada sulla bilancia colma dell’oro che dovrà riscattare Roma.
Siamo nel 390 a.C. e i vincitori erano i Celti, da noi meglio conosciuti come Galli, perché così li chiamerà Giulio Cesare quando conquisterà il loro territorio.
Ma chi erano questi Celti?
Erano il risultato della mescolanza di razze diverse (una sessantina, almeno), costituenti una unità di pensiero e di cultura e guidate dal più straordinario e misterioso corpo sacerdotale (dopo, con lo stesso potere, verrà solo il clero cristiano) mai esistito prima: i Druidi.

I Druidi!
Ma chi erano questi vegliardi dalle lunghe barbe bianche? Ad essi venivano (e vengono ancor oggi) attribuite cultura e conoscenza scientifica e tecnica che nulla avevano da invidiare a quelle degli Egizi, dei Caldei, dei Greci. Viene loro attribuita perfino una fede monoteistica e finanche la costruzione di giganteschi monumenti: uno tra i primi, quello di Stone henge.
In realtà, in entrambi i casi non è così.
Si può parlare più di un politeismo localmente unificato e di una Divinità che si “manifestava” e rispondeva alle esigenze di quel posto e non di un monoteismo vero e proprio.
Un po’ come l’Egitto preistorico.
Quanto ai monumenti megalitici, questi erano preesistenti ed i sacerdoti si limitarono a celebrarvi i loro misteriosi riti.

Come in tutte le antiche religioni anche quella celtica aveva due livelli: uno superiore (metafisico) e uno inferiore (mitologico).
Il primo, riservato ad una più ristretta cerchia (quali i sacerdoti e le sacerdotesse) e il secondo, di più facile comprensione, riservato invece alle categorie sociali più basse.
Il culto druidico era, infatti, un universo di simboli e figure incomprensibili ai più ed a cui avvicinarsi solo attraverso prove ed iniziazioni.
A custodire tali e tanti segreti e misteri era soltanto il corpo sacerdotale: i Druidi,  i quali, però, non ne lasciarono traccia e testimonianza scritta, preferendo tramandarle oralmente di generazione in generazione.
Anche a presiedere alle Cerimonie Sacre erano i sacerdoti; cerimonie, in verità, misteriose ed inquietanti, spesso culminanti in sacrifici umani, che si consumavano nel profondo di oscure selve di querce, in grotte buie, ma anche al chiaro di luna.

Questi sacerdoti costituivano il cardine della civiltà celtica e della sua unità. Il loro potere era enorme, ma si trattava di un potere spirituale e veniva esercitato attraverso gli Omphales, centri sacri, dove le popolazioni si univano per celebrare non solo feste religiose, ma anche giochi, attività commerciali, processi, e altro.
La parola  Druido significa: molto saggio. L’etimologia più conosciuta della parola, però, è quella di Plinio: Drus, che in sanscrito significa bosco o albero e in celtico vuol dire quercia.
Una seconda etimologia potrebbe essere quella di Freret e cioè: Da + Rhaidd  che significano “divino” e “parlare”. Il significato, dunque, potrebbe essere: parlare di Dio.
E ancora: Drui (irlandese), che significa “persona sacra” e Truwis (britannico) che vuol dire “dottore della verità”.
 

VALLEDA Sacerdotessa druida

sacerdotessa druida

Leggenda o realtà, si dice che le Druidesse, sacerdotesse celtiche, godessero dello stesso potere e prestigio dei Druidi, i sacerdoti.
In più, quelle donne praticavano anche l’arte della Divinazione ed avevano profonda conoscenza di erbe magiche e medicamentose.
Vivevano da sole in luoghi impervi e boscosi e si concedevano ad un uomo una sola volta nell’anno ed a volte restavano vergine per tutta la vita.
Era il caso di Velleda.
Nella cultura celtica la donna godeva di grande considerazione da parte dei propri uomini e di ammirazione da parte dei nemici.
Strabone e Tacito ci dicono, infatti, che esse seguissero in battaglia i loro uomini, li incitassero al combattimento, ne curassero le ferite.
Miti e leggende nacquero, dunque, intorno ad alcune di queste figure.

Velleda, della tribù dei Bructeri, fu la più famosa e celebrata. Profetessa di fama indiscussa, fu venerata dalla sua gente come una Dea e Tacito la citò più volte nelle sue “Storie”.
Viveva in un’alta torre, inaccessibile a tutti, se non ad un parente prossimo che le presentava  le richieste di responsi da parte della gente, come fosse una vera Dea.
La sua fama crebbe a dismisura soprattutto quando, nel 68 a.C. predisse la sconfitta delle Legioni Romane e la vittoria delle tribù dei Germani.
Civile, capo dei Germani, per onorarla le inviò, assieme ad altri numerosi doni, la persona del Legato romano Munio Luperco.

Più volte, sempre secondo Tacito, Velleda fu chiamata perfino come testimone e garante delle alleanze delle tribù contro il comune nemico: Roma.
Tale era la sua influenza.

Purtroppo tutto è provvisorio a questo mondo. Allora come oggi.
Le sorti del conflitto mutarono. Le Legioni romane, con il nuovo Legato, Ceriale, passarono al contrattacco. Ceriale devastò il territorio con implacabile ferocia e le varie tribù alleate di Civile si trovarono a pensare, come ci dice Tacito, in questi termini:
“…potendo scegliersi i padroni, è più onorevole sopportare i principi romani che le femmine germaniche…” con chiaro riferimento alla profetessa dei Bructeri.
Il Legato di Roma da parte sua non mancò (con rispettose e velate minacce) di ammonire Velleda e la sua famiglia a desistere dall’istigare le tribù contro Roma.

Il destino della druidessa si concluse proprio a Roma, dove fu condotta prigioniera