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ANTICA ROMA – tra Storia e tradizioni

LA DECIMA LEGIONE – Panem et Circenses

Corre l’anno 882/883, il 68/69 dell’era cristiana: l’anno più lungo di tutta la storia dell’Antica Roma, che vede la morte cruenta di quattro imperatori.
Anno di violenze e congiure, è anche il momento in cui il Cristianesimo, approdato a Roma insieme a molti altri culti orientali, mette i primi germogli, pur tra sospetti, speranze e persecuzioni.

Marco Valerio, tribuno della Legione X, di stanza in Giudea, è inviato a Roma dal suo superiore, il generale Vespasiano, per valutare e riferire sulla situazione: l’Urbe sta precipitando in quella che sarà chiamata: Anarchia Imperiale.
Costretto l’imperatore Nerone al suicidio, in ogni parte dell’Impero – Spagna, Giudea, Germania – le Legioni premono per affidare la porpora imperiale al proprio Generale.

Marco Valerio si troverà coinvolto in vicende che avranno come protagonisti gladiatori che si sfidano nelle arene, pretoriani e senatori pronti a passar da una corrente politica all’altra, liberti arroganti, filosofi, schiavi, vestali, prostitute, giovanissimi banditi…
Intreccerà una bella storia d’amore con Lucilla, scampata alla carneficina seguita alla congiura Pisone contro Nerone, figlia di uno dei congiurati; per lei, Marco Valerio arriverà perfino a sfidare Cesare, di cui da ragazzo era stato compagno delle giovanili bravate.

Uno spaccato di vita nella Roma d’epoca imperiale, in cui il potere sul popolo si esercitava assicurandogli: PANEM ET CIRCENSES – Pane e Circo.

Panem et circenses - vol. I°

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Maria Pace
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3 giorni fa

    

    Claudio Pirillo
    Claudio Pirillo

    Claudio Pirillo "Bravissima, Maria. Scrivere sulla gloriosa DECIMA "Fretensis" non è impresa da poco, neppure "romanzando". Auguri di ogni splendido successo, carissima. " 2 ore fa
 

PRESENTAZIONE

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A TAVOLA CON GLI ANTICHI ROMANI

“Libi tibi - Marco aprì il banchetto e versò gocce di vino in onore degli Dei - Bacco consenta numerose coppe!”
Una schiava gli pose sul capo una corona di foglie e fiori che legò con un nastro dietro la nuca; anche lei portava sul capo rose e foglie intrecciate: un grazioso ornamento che doveva tenere lontano la sbornia. Nessuno ci credeva, naturalmente, ma quelle ghirlande appagavano il senso estetico e tanto bastava.
Tutti i convitati ebbero le loro ghirlande e tutti furono pronti a “lavorare di mascella”, come, poco prosaicamente, diceva Lucilio.
Arrivarono le prime portate: uova servite con molluschi e frutta ripiena; seguirono altri antipasti e un arrosto di vitello con funghi stufati al coriandolo. Fu la volta di galletti alla salsa di laserpizio, dall’odore nauseabondo, ma di straordinario successo sulle tavole dei più ricchi. Il vino non mancò: tante coppe da mandare giù; tante quante erano le lettere contenute nel nome dell’ospite.
“I tuoi cuochi sono veramente bravi, Marco.” esordì Silone.
“Ne sono lusingato. - rispose Marco - Hanno voluto compiacere questo povero soldato che dei piaceri della tavola non aveva più il ricordo. Assaggia questo.” disse e spedì al tavolo del liberto un cosciotto d’oca.
Affrancato     attraverso una   congrua manumissio,        Silone era riuscito con spirito di iniziativa a farsi un buon patrimonio, ma era rimasto fedele e assiduo frequentatore della casa dell’antico padrone.

Pur non avendo diritti politici, i liberti erano uomini liberi a tutti gli effetti. Nerone e soprattutto Claudio, a costoro avevano affidato importanti cariche amministrative, tanto da formare un vero corteggio intorno alla figura del sovrano. Erano potenti e influenti; potenti al punto da permettersi di trattare i padroni con irriverenza e perfino arroganza, tanto da costringere il Senato a discutere di provvedimenti da adottare.

“Non avete ancora assaggiato questo porcellum hortolanum. - interloquì il senatore Cimbro Appio, buongustaio e frequentatore abituale della tavola di Marco, indicando il grande vassoio che due schiavi stavano appoggiando al tavolino centrale attorno a cui erano collocati i lettini - Verdure di prima scelta e liquamen di prima qualità, per questo porcello fatto ingrassare al punto giusto!”
Liquamen, salsa tipica, ottenuta dalla macerazione del pesce.
Con un cenno Marco ordinò di servirglielo per primo e Cimbro non si fece pregare e poi trasferì una parte dal suo piatto a quello di un giovane seduto su uno sgabello ai piedi del suo lettino.
“Prendi, Crispino e dimmi il tuo parere su questa salsa deliziosa.”
Crispino, giovane poeta, era giunto a Roma da poco con una lettera di raccomandazione per farsi annoverare nella clientela della famiglia Appia. C’erano altri giovani seduti su sgabelli, l’effeminato Fausto,  l’insofferente Sorano, l’astuto Casperio, e ancora altri, tutti clienti al seguito dei patroni.
“Anche il vino è ottimo!”
Lucilio sollevò la coppa poi la tese alla schiava, una giovane tracia assai avvenente, bionda e procace, accorsa a sistemargli sul lettino la augusti clavia, la veste che con l’ anulus aureus e il cavallo, costituivano il distintivo dell’Ordine Equestre di cui faceva parte. Familiarizzare con le schiave era d’obbligo durante i festini ed era un piacere a cui il filosofo non avrebbe mai rinunciato.
“Orsù, belle. – diceva, rivelandosi anche seguace di Epicuro - Correte tra le braccia di Lucilio e scacciate le sue malinconie.”
Un invito che compiacenti schiave non si fecero ripetere: quelle non impegnate  a vezzeggiare Milos, l’ospite più celebrato,  letteralmente soffocato dalle loro effusioni.
Marco Valerio, che da buon padrone di casa si preoccupava che nulla mancasse  a ognuno dei suoi ospiti, sorrideva indulgente.
“L’amico Lucilio- pensava- deve aver proprio ragione: quel trace è proprio un “puellarum suspirium”. Varrà la pena, forse, fare il tifo per lui ai giochi gladiatori.”
Quasi gli avesse letto nel pensiero, una delle ancelle gli  domandò:
“Dicono che affronterai il toro più cattivo che si sia mai visto.”
“Sarà una sorpresa.- rispose per lui il lanista - Ho promesso a Cesare uno spettacolo che resterà negli annali gladiatori.”
Crescens era il lanista più noto non solo a Roma, ma in tutto l’impero. Gli uomini della sua “scuderia” erano i migliori atleti. Per di più, era anche onesto, non come certi impresari che promettevano campioni ed offrivano brocchi. Nessuno  dei  munera, committenti dei giochi, si era lagnato mai dei suoi atleti.
“Non finisca come Proculo, incornato dal suo primo toro! – interloquì Cimbro, tracannando con indifferenza – Sia la mia ultima coppa se mento affermando che è il miglior vino che il mio palato abbia gustato mai. Neanche il vino di Bacco è  così inebriante!”
Cimbro apparteneva a quel patriziato, l’hordo senatorius. che, pur restando il ceto più elevato tra i cittadini di Roma, era avviato verso una progressiva decadenza.
“Vuoi suscitare l’ira di Bacco?” lo redarguì qualcuno.
”Oh, no…no! Quand’anche sia convinto che se gli Dei tutti precipitassero dall’Olimpo solo Bacco vi resterebbe…”
“Cimbro! Cimbro! - lo ammonì Lucilio - Non burlarti degli Dei!”
“Per Nettuno! - il vino scioglieva la lingua - Non voglio sfidare gli Dei, né burlarmi di loro. Voglio invece invitarli a questo banchetto. Più che nettare è questo vino!.. Ne convieni anche tu, Calpurnia?”
“Oh, Cimbro! - ridacchiò la donna - Sei irriverente con gli Dei!”
“E perché mai? – insisté quello - Ti sei mai chiesto perché i nostri padri abbiano inventato un Dio unico per ladri e mercanti?”
“Cimbro! Cimbro!... “
Non più giovane, giunonica, le labbra petulanti e strette, la donna
cercò di ammansirlo.
Vestiva con ricercatezza ed eleganza; sulla tunica di porpora ricamata in oro ostentava una palla, un mantello verde di preziosa sete. Era sommersa da gioielli e ammantata di un profumo dolciastro e penetrante.  Sporgendosi per prendere un fico da un cesto fuori del circolo dei letti, raccolse la lunga collana che le pendeva dal collo, un raffinatissimo gioiello depredato in terra lontana: Dacia, forse, Dalmazia o Bretagna.
“Vengono dalla Giudea questi fichi?” domandò a Marco Valerio, abbandonandosi languida sul petto del compagno.
“Sono molto gustosi.”  Marco assentì col capo; guardandola pensò che da quando la moda permetteva alle donne di prender posto sdraiate accanto agli uomini invece che sedute, i banchetti finivano sempre per trasformarsi in  orge.
 

ESTASI

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............

Si allontanarono verso l’interno della casa, la mente ancora occupata dal pensiero della sorte della liberta di Nerone, ma con nuove prospettive di gioia e felicità. Si ritrovarono da soli e Lucilla, coperta unicamente dallo sguardo innamorato di Marco.
Il giovane le si avvicinò piano. Lentamente. Assaporando l’attimo meravigliosamente prossimo di un frutto da cogliere. La guardava con tutta la sessualità accesa, l’olfatto eccitato: l’aveva desiderata fisicamente fin dal loro primo incontro sul Palatino. Un desiderio che lo aveva quasi ossessionato e spinto altrove: un desiderio mai soddisfatto con alcuna altra donna, però. Un desiderio sempre più potente. Più di ogni altra sensazione ed eguagliato solamente dall’amore che, per lui, era sfaccettatura dello stesso sentimento.
Anche lei lo guardava. A piedi nudi, le mani tremanti che reggevano un telo di lino e con dentro gli occhi qualcosa che Marco non capiva. Le fu vicino. Lei continuava a fissarlo con “quello” sguardo. Lui continuò ad accarezzarle le spalle nude poi le cinse la schiena; il desiderio gli premeva dentro prepotente.
Lucilla si sollevò sulla punta dei piedi; con un braccio gli circondò il collo e con l’altro continuò a reggere il lembo del telo che copriva ormai così poco del suo corpo, ma nascondeva tutto il suo pudore che brillava intenso, rannicchiato negli occhi azzurri; Marco tremava d’emozione, mentre si chinava a cercare quella curva eccitante  tra la nuca e il collo; l’anima e i sensi, imprigionati dall’odore di lei.
“Marco, io..” cominciò lei con le palpebre abbassate.
Marco comprese.
“Hai paura? - domandò - No!... Non devi averne, tesoro mio. L’amore è una cosa dolcissima!” la rassicurò rituffandosi nel suo sguardo e prendendo possesso dei suoi sensi e del suo pudore. Abbassò il capo e la bocca affondò ghiotta sulla nuca e sul capo; il telo scivolò a terra; il tripode, poco discosto, ardeva crepitando. Con le mani la percorse: la schiena, i fianchi, la vita. Si insinuò tra curve e pieghe. Lentamente. Leggermente. Dolcemente.
Lei sentiva liquido fuoco vivo attraversarla tutta e l’eccitazione consumarla: il contatto con la diversità di lui. Così dura. Così terrificantemente eccitante. Poi la bocca di lui, che scivolava lungo il collo, la gola per fermarsi sul seno: “Oh!...” gemette.
Vinto da quella resa voluttuosa e dall’ardore del proprio temperamento, Marco piegò un ginocchio e la trascinò a terra con sé; con l’altro ginocchio, piegato, la sostenne; il soffio ansante delle sue labbra sfiorava i capelli di lei.
Lucilla cercò di trattenere gli ultimi brandelli di pudore, ma lui sorrise con inusitata dolcezza in tanta eccitazione. Prese la mano di lei e ne guidò le dita tremanti sotto la tunica slacciata. La pelle eccitata fremette. La bocca, sempre affondata nella dolcissima curva tra collo e spalla, impazzì di piacere. Premette più forte.
Un brivido percorse Lucilla. Così profondo da darle la sensazione di perdere conoscenza e vacillare. La sua mano smise di carezzarlo; le dita  si contrassero, le unghia quasi si conficcarono nella schiena di lui. Si accorse di essere distesa per terra, al bordo del letto. Supina.
Marco, a torso nudo, era sopra di lei. La tunica di lui era  per terra accanto al suo telo di lino, ma lei ne vedeva solo un lembo, segmentato di rosso. Vedeva l’aria rilucere del riflesso del tripode e il bel volto di lui trasfigurato dall’eccitazione e dalla passione. Chiuse gli occhi e sentì le labbra di lui che cercavano la sua bocca; le sue mani continuavano a percorrerla.  Rispose al bacio.
Nuovamente Marco prese la sua mano per guidarla su di sè. Nuovamente lei fremette, mentre imparava a conoscere quel corpo che amava e in cui era concentrato tutto il mondo, che andava scomparendo intorno a lei: sempre più piccolo e stretto, fino a ridursi a quel solo essere adorato.  Le pareva, mentre con le dita scorreva e scopriva la pelle eccitata di lui, i rigonfiamenti, i muscoli, gli incavi, di conoscerlo già: quante volte aveva accarezzato quel corpo facendo l’amore con lui con la fantasia.
Un’altalena di emozioni, un groviglio di sensazioni che elevava e inabissava e i respiri ora corti, ora lunghi. Pian piano i respiri si fecero calmi, placidi. Fino a scivolare all’unisono lungo un tempo immobile. Come trasognata, Lucilla sentiva il capo di lui fremere contro la sua spalla, il suo petto ansante, le sue mani sulle gambe. E Marco sentiva  le braccia di lei intorno al busto, le gambe avvinghiate alle sue, le dita accarezzargli dolcemente la schiena. Ancora cercò le labbra di lei, poi, quando le labbra la lasciarono per saziarsi altrove, le vide reclinare il capo dolcemente di lato. Completamente arresa. Completamente abbandonata. Completamente rilassata. Rilassati i muscoli delle gambe, rilassato il grembo, rilassata la pelle intorno all’inguine.
Un   dolore acuto le strappò    un gemito, poi     una sensazione di
sconfinato piacere che mutò in eccitato languore i gemiti di dolore e che la trasportò in alto, verso vette sconosciute e immacolate, in un tempo immobile, insieme a lui, in dimensione irreale e magica.
Giacquero, l’una sull’altro, per riemergere storditi e appagati.
(CONTINUA)

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LA FOSSA

 

Un nuovo un ruggito riempì l’aria, potente e poderoso più che prima: un enorme leone africano attraversò trotterellando l’arena, sbucando di tra gli alberi di uno dei boschetti. Sugli spalti, intanto, una pioggia di palline stava investendo la folla; ogni pallina recava un numero abbinato a un dono: vesti, vasi, cesti di frutta, la cui conquista stava provocando gran confusione.
Dal  Pulvinar, Cesare seguiva la rissa divertito, puntando qua e là il monocolo; la sua attenzione, però, tornò all’arena e al cancello del terzo arco dell’ Oppidum dove un giovane stava ascoltando gli ultimi consigli del suo lanista.
Era molto giovane, quindici anni, forse meno. Quello doveva essere il suo battesimo dell’arena e i suggerimenti di Crescens, il suo lanista, potevano salvargli la vita. Egli li ascoltava attento, facendo ripetuti cenni di assenso col capo e alla fine si staccò dal cancello e andò incontro al leone, fermo nell’arena.
Alto e slanciato, i capelli lunghi e ricci, arruffati come serpentelli, sembrava un fanciullo, la qual cosa  parve eccitare maggiormente la folla che prese ad ondeggiare, agitando braccia e teste.
Il leone emise un ruggito, tale da far rabbrividire gli spettatori più vicini alla cancellata di protezione. Gli animi si accesero.
“Coraggio! Afferra per la coda quel gattone rosso e peloso.” Urlavano dagli spalti.
Il  ragazzo stava immobile al suo posto, come pietrificato.
“Hai paura?... Sei tu, quello con il pugnale… non quel povero gattone. Ah,ah,ah.. - rideva la folla, con la proterva incoscienza di chi agisce al riparo dal pericolo - Sveglia quel gattone in letargo!”
Anche il leone era sempre fermo al suo posto e continuava a ruggire, ma accompagnava i ruggiti con lunghi sbadigli.
Il ragazzo si mosse, cercando di attirarne l’attenzione, ma la belva pareva quasi ignorarne la presenza e continuava a sbadigliare e lisciarsi le zampe con la lunga ruvida lingua rosea.
“Ah.ah! – continuava a sghignazzare - Chi ha mandato giù quel poppante?”
“Sentitelo come ruggisce… sembra lui il leone! Ah,ah,ah...”
Qualcuno cominciò a lanciare oggetti di sotto.
Un sasso colpì il leone, che sollevò l’enorme testa e fiutò l’aria: si era finalmente accorto della presenza del giovane. Tornò a spalancare la bocca, ma non per sbadigliare. Fauci e denti aguzzi, affilati e lunghi oltre ogni misura, un corpo che la natura gli aveva fornito al solo fine predatorio, la belva scattò in avanti e atterrò il ragazzo; il pugnale, abbandonato al suolo, lanciava bagliori.
Un roco respiro, che nessuno poteva udire, si alzò dalla fossa; grida di disappunto si levarono dagli spalti: non per la sorte del ragazzo, ma per la brevità del combattimento.
Qualcuno, però, rifiutò quell’epilogo: Valentinus, il grande gladiatore. Si staccò dai cancelli e piombò nell’arena sottovento e alle spalle del leone; pochi colpi bene assestati e gli sottrasse  lla troppo facile preda.
“Valentinus! Valentinus!” urlava la folla andata in visibilio.
Valentinus si chinò sul  ragazzo, ferito gravemente.
Anche Marco Valerio dirottò su di lui l’attenzione: la sorte di Lucilla era legata all’incolumità di quel gladiatore.
“Un toro per Valentinus!” continuava la massa urlante.
Crescens, il lanista dell’atleta, gongolava e la folla fu accontentata.

La grata di ferro della settima porta dell’oppidum si sollevò lentamente; nel vano comparve la sagoma scura di un toro, intanto che alcuni inservienti portavano via il ragazzo: per quel giorno la morte lo aveva ignorato.
Nero come    la pece, forte e imponente,       il toro si staccò dalla
inferriata, trotterellando agile e minaccioso. Si fermò, fatti pochi passi, sbuffando e scalpitando.  Apparteneva a una razza diversa da quelle che si vedevano di solito negli allevamenti della provincia: una montagna di muscoli guizzanti e nervosi sotto un manto di lucido pelo nero. Aveva unghioni color ardesia, sincipite prominente e lunghe corna appuntite e rovesciate verso il basso: corna viste solo sul capo del dio egiziano Hapy, nel Tempio di Serapide, in Campo Marzio.  La coda flagellava l’aria e le narici la fiutavano. Avanzò ancora di qualche passo. Si fermò nuovamente, scuotendo l’enorme testa e come accecato dal riverbero che saliva dall’arena. Sollevò il muso; le froge fumavano.
Alto, bello, le proporzioni fisiche straordinarie, la pelle dorata e scurita per esposizione al sole, l’aspetto quasi selvaggio, Valentinus si mosse, concentrando su di sé ogni sguardo.
La lunga, singolare capigliatura bionda raccolta in treccine e trattenuta da un cordino di pelle, l’espressione ostinata del volto dai tratti energici e un po’ schiacciati, gli occhi chiari e glaciali, le sopracciglia congiunte, gli conferivano un aspetto terribile.
Lo sguardo scintillava nel giorno che avanzava veloce.
Stagliato contro un cielo terso e accecante, la figura salda e composta pareva quasi trasfigurarsi. Simile ad un semidio.
Al collo portava un torqes d’oro fiammante, un collare di metallo ritorto e senza chiusura, sottile alle estremità, che girava a spirale intorno al collo. Una larga striscia di pelle ornata di placche dorate gli fasciava il poderoso torace; schinieri in bronzo con decorazioni figurate gli proteggevano le gambe e una striscia di cuoio intorno al braccio destra costituivano il suo abbigliamento.
La coda del toro continuava a flagellare l’aria e le narici a fiutarla: aveva   avvertito      la presenza del giovane e gli occhi scrutavano
d’intorno alla sua ricerca.
Il galate agitò un braccio per richiamare la sua attenzione.
L’animale riprese a trotterellare, ma si  fermò ancora e sollevò la testa e il muso, poi un tuono partì da quella montagna  scura, come da una gola cavernosa e riverberò nell’arena.
Il toro caricò.
Valentinus lo attese fermo al suo posto; si scansò solo all’ultimo
secondo con un formidabile colpo di reni e l’animale gli passò accanto come una valanga.
Nell’impeto della corsa, il toro proseguì per qualche metro, poi si fermò, si girò e si preparò a una seconda carica; il terreno rimbombava sotto lo zoccolo sinistro che scalpitava furioso.
Nell’arena e sugli spalti non volava una mosca.
Valentinus cacciò un urlo spaventoso, che disorientò il toro e si trascinò dietro quello della folla eccitata.
La folla amava il suo idolo. La folla riconosceva il suo valore, il suo coraggio e anche qualcosa di incondivisibile, che lo rendeva diverso da loro.  La folla amava e osannava  il suo idolo perché la sua figura, da sola, riempiva quella fossa in cui  lo sapeva destinato a restare.  Non quel giorno, forse, ma di sicuro un giorno.
Il toro tornò a caricare.
Valentinus questa volta non lo attese. Gli andò incontro con l’arma tesa in avanti, più corta delle lunghissime corna dell’animale  e con un colpo magistrale gliela conficcò proprio nel mezzo. Quando si girò, però, due vistose cicatrici gli segnavano il petto, là dove s’erano conficcate le corna del toro.
Marco Valerio, nel palco, ebbe un sussulto di contrarietà.
Il toro piegò le zampe anteriori, abbassò il capo e il muso toccò terra; l’enorme montagna pelosa ebbe un tremito, poi si accasciò. 
Il galate si chinò, estrasse l’arma e si voltò a salutare la folla poi si avviò a passo lento verso le cancellate dell’ oppidum.
Nell’arena intanto si preparava la scenografia per un nuovo gioco: la Battaglia di Cannes, che vedeva impegnati una cinquantina di elefanti e un migliaio di uomini divisi in due schieramenti, Il combattimento lasciò sul terreno numerosi morti e feriti.
Seguì un’altra caccia, uomini contro fiere, in una fantasmagoria di sangue e violenze che si esaurì insieme a qualche sbadiglio.
Era quasi mezzogiorno quando si consumò la damnatio ad bestias: le esecuzioni capitali dei condannati.
Si cominciò con un gruppo di ninfe che insieme ad una Diana Cacciatrice facevano il bagno in un ameno laghetto; in un altro angolo dell’arena già ardeva un’enorme catasta di legna per la pira
di Patroclo, l’amico del cuore di Achille, l’eroe acheo e appenna più discosto, dal folto di una piccola selva apparve la nera sagoma di un toro su cui dorso era stata legata una sventurata Dirce.
I cancelli delle arcate centrali dell’ Oppidum si spalancarono tutti insieme per lasciar passare una intera moltitudine di persone.
Erano in gruppi. Il più numeroso, una dozzina, indossava tuniche segmentate alla greca e ghirlande d’alloro in testa..
Furono salutati con un solo grido:  “I cristiani! I cristiani!”
Un gigantesco Ulisse, un nubiano armato di un arco di straordinarie dimensioni e di una grande faretra piena di frecce,  era ad attenderli al centro dell’arena insieme a un giovane Telemaco, anch’egli con arco e frecce.
Il gruppo di prigionieri si fece avanti compatto. Senza esitazione. Senza ondeggiamenti andò incontro alla morte, con un lieve, dolce brusio da cui, solo di tanto in tanto, si levava un pianto lamentoso.
“Fuggite. Scappate. “ li incitavano dalle tribune.
Dalla tribune si levò anche la voce angosciata del centurione Fabio che, indicò una donna in mezzo al gruppo.
“Tecla… Quella donna avvolta nella stola azzurra è Tecla di Antiochia.” Disse all’amico Cleonte.
“Conosci quella sventurata?”
“L’ho conosciuta qualche giorno fa. Chi l’ha spinta in fondo a questa fossa infame?”
Anche dal palco imperiale continuavano a urlare:
“Fuggite. Non vedete che Ulisse è pronto ad infilzarvi?”
“Perché non fuggono? – alle spalle di Marco, Calvia Crispinilla si mordicchiava le unghia; era in compagnia di Clodio Macro, legato d’Africa, venuto a Roma in occasione dei Giochi. - Perché stanno fermi e non scappano come fanno gli altri? Non c’è divertimento!...” si lagnò, indicando un secondo gruppo, anche qui una dozzina tra maschi e femmine. Arcieri in attesa anche per questi: un Apollo e una Diana con  archi tesi e frecce incoccate. 
I disgraziati, questa volta,  cercavano scampo alla morte come potevano: nascondendosi dietro massi rocciosi e fusti di piante, correndo scompostamente per l’arena, urlando terrorizzati. Costituiva proprio in questo il sollazzo degli spettatori. Nessuno riuscì, naturalmente, a sfuggire alle frecce e presto giacquero tutti riversi    per terra nel proprio sangue, mentre la folla applaudiva gli
arcieri e la loro infallibilità.

“Marco sembra non saper più prendere diletto a questi spettacoli.”esordì la voce di Macro alle spalle del tribuno.
“Cosa ci trovi di tanto dilettevole in gente infilzata da frecce.” replicò il giovane, al che, l’altro incalzò:
“Per Marte Quirinus! Cosa devono sentire le mie orecchie!... Un soldato che non apprezza lo spettacolo della morte!”
“Il nostro guerriero non sarà diventato impressionabile come una verginella?” sorrise velenosa Calvia Crispinilla.
“Questa che ti sta esaltando, Calvia, è solo la scena di un macello. – rispose caustico il tribuno, fissando orvo la donna che era stata la sua amante -  Quanto a te, Macro, ti ecciti al sibilo di una freccia, ma le tue ossa scricchiolerebbero di terrore, se ti venisse puntato contro la punta del più innocuo stiletto. ” 
L’attenzione tornò all’arena, dove si stava consumando il tragico epilogo di quello spettacolo cuento: un Atteone sbranato dalla turba inferocita dei cani della Cacciatrice e il corpo orribilmente sfigurato ddell’infelice Dirce ancora legata alla massa scura del toro abbattuto da numerose frecce.
Marco ebbe un sussulto: per un attimo gli era parso di scorgere sotto la pelle di cervo fatta indossare al condannato, la faccia dell’amico Lucilio. Trasse un sospiro di sollievo nello scoprire che  lo sfortunato Atteone dell’arena aveva, sì, una faccia familiare, ma non era quella del suo amico.       
Terminarono con quel numero i giochi del mattino.
 

brano tratto dal libro "LA DECIMA LEGIONE - Panem et Circenses"  -   di prossima pubblicazione

 

di MARIA PACE

L'ULTIMA CENA DEL GLADIATORE

La coena libera era un lauto pasto che veniva offerto agli atleti prima dei giochi nella Sala d’Armi del Ludus Gladiatorius.
Immensa e rettangolare, la sala era immersa in un’atmosfera triviale; grida, risate, bestemmie e parole oscene.
Il materiale da costruzione all’interno della sala, dalla pavimentazione alle tavole, dalle panche ai pannelli alle pareti, era vecchio legname ricavato da barche in demolizione dei porticcioli del Tevere. Appesi alle pareti, troneggiavano molti trofei: lance, schinieri, pugni di ferro e gladi, messi in mostra da atleti vincitori.
Seduti attorno alle lunghe tavolate, i gladiatori, belli, appariscenti, simili a semidei, si facevano servire da ragazze e matrone, che accondiscendevano volentieri alle loro spinte proposte.
“Suspirium puellarum.”  “Taurus Luxuriosus.” li chiamavano
Non solamente le donne deliravano, anche gli uomini se li vezzeggiavano, li lusingavano, li osannavano e facevano cadere oro nelle loro borse e cibo nei loro piatti: la marmaglia romana e il miglior patriziato si aggirava fianco a fianco tra le tavolate scrutando,  giudicando,  scommettendo, litigando.
“Dedobolo il Dacio è più forte di Sisto il Sannita.” affermava Caio.
“Il reziario Sabino non ha mai subito sconfitte.” replicava Tizio; al ché:
“E’ l’Ampsivaro Boiacolo a non aver mai subito disfatte.” ribadiva Sempronio e così, Bitini contro Sciti, Ampsivari contro
Armeni, Macedoni contro Epiroti, tutti scommettevano su tutti e le
puntate si facevano sempre più alte e i commenti più rissosi.
In verità c’erano anche atleti su cui erano tutti d’accordo: Seilace il mirmillone, Milos il trace o Spiculo il reziario.
“Per i Sacri Falò di Imbold! - una voce rabbiosa, di colpo, tacitò tutti - Dispater il Tenebroso vi cacci tutti nel vostro Averno!”
Era quella di Valentinus, un gladiatore gallo arrivato da tre anni nella scuderia di Crescens e Dispater era per lui quello che Plutone era per un romano: la sua sfuriata era un esplicito invito a tutti a farsi ammazzare.
Imponente, spalle larghe e quadrate, sguardo di brace che spostava sdegnoso dall’uno all’altro dei presenti, Valentinus prese posto sull’unico lettino rimasto vuoto.  Drusilio, medico personale, lo seguiva reggendo un catino pieno d’acqua con entrambe le mani, insieme ad uno schiavo con garze e bende: Valentinus ostentava una vistosa ferita al braccio destro e da grande animale da circo qual era se ne serviva per dare spettacolo
“Sangue! Sangue! Il mio sangue! - cominciò la recita rabbiosa, ponendo l’accento su quel ”mio” - Sanguisughe! Avete sempre sete di sangue! Volete saziarvi con questo?... Belve sanguinarie!... Con il mio sangue!... Brutte bestie feroci! – il pubblico andava in visibilio a quegli insulti - Belve feroci! Orsù! Avvicinatevi e guardate! Guardate il mio sangue…è liquido e rosso come il vostro, che avete cura di tenere ben custodito dentro le vostre vene... Che almeno questo spettacolo sia messo in scena anche per nostro utile e non solo per vostro piacere! Orsù!... Aprite le borse, se volete ammirarlo ed eccitarvi. Aprite le borse se volete assistere alla medicazione di Valentinus ed eccitarvi alla vista del suo sangue. Voi, che del vostro avete paura perfino di vederne spargere una sola goccia per la puntura di una spina... Donnicciole!”
“A chi dici donnicciole paurose?” insorse una stupenda Amazzone dal lettino attiguo, giovane, bellissima e dal corpo statuario che pareva scolpito in marmo brunito. Si chiamava Sabina. Era una Cacciatrice e anche lei doveva combattere nell’arena.
“Non a te, Sabina! Non a te! - conciliò Valentinus - Non a te che da sola vali non dieci romane, ma dieci romane con i loro amanti!... E voi, canaglie, - tornò al suo pubblico – guardate il mio sangue. Quello che andrete a gustare domani non vi basta? Volete assaggiarne già stasera!” continuava ad inveire e la gente continuava a sorridere agli insulti e stava al gioco.
Valentinus era audace e gli si perdonava  ogni cosa, anche gli insulti e l’arroganza. Trenta combattimenti e mai più di un graffio: la ferita che ostentava, forse, se l’era addirittura procurata volontariamente per meglio recitare   quella  tragicomico atellana.

Marco Valerio, Fabio e Cleonte giunsero al Ludus proprio  all’apice di quella grottesca commedia.
Trovarono Valentinus assediato da Marcia Rufo, bella, generosa, spregiudicata e non più in grado di soffocare la propria libidine.
La donna affondò la bocca su un cosciotto di agnello che il bel Valentinus teneva in mano e ne strappò un boccone; tenendolo stretto tra i denti aguzzi e voraci, lo tese al gladiatore.
Ridevano tutti. Anche Marco, suo malgrado, che si era avvicinato.
Valentinus addentò la succulenta preda e tese alla donna la coppa che reggeva nell’altra mano. Marcia tracannò e divenne del tutto indecente; il bel gladiatore, però, la respinse.
“Venere Tentatrice! Se cedessi alle tue lusinghe diventerei debole e pavido. E’ questo che vuoi, femmina lussuriosa?”
Marco Valerio, intanto,  si guardava intorno.

LO SGABELLO del DOLORE

 

 

 


..................... ....
“Ma tu lo sai, amico mio. Tu sai bene che sulla croce non si muore dopo sole tre ore e che l’emorragia alle mani si arresta presto… Questo devi saperlo anche tu.. come ti chiami?… Tullio. Tullio…  A quante crocifissioni hai assistito? Quanti condannati hai visto morire per fame prima ancora di cedere ai patimenti su quello sgabello sotto i piedi?”

Lo “sgabello del dolore”.  Così era chiamato il sostegno che veniva posto sotto i piedi del condannato quando i piedi non gli venivano inchiodati al legno come si faceva con le mani. Gli si metteva anche un sostegno fra le gambe, affinché il corpo vi trovasse appoggio. Lo scopo era di impedire che le lacerazioni delle mani lasciassero cadere il corpo al suolo e perché la morte non fosse lenta: quella della croce era la pena più ignominiosa riservata a schiavi ribelli, prigionieri di guerra e malfattori e doveva servire da monito.
“Personalmente ho visto molte crocifissioni, in Giudea. – riprese Marco Valerio – Non ricordate il caso di Manasse di Cesarea?… Era ancora vivo quando fu deposto dal legno e gli fu concesso di vivere… dopo energiche cure, naturalmente… In fede mia, non è l’unico caso di cui ho inteso parlare. Questo nazareno, non potrebbe essere stato “aiutato” dai suoi seguaci a resuscitare?”
“Non dai suoi seguaci, Marco. – replicò convinto Fabio  - Dio lo resuscitò da morte, secondo le Scritture. I miracoli e il potere di guarire, conferito ai suoi discepoli...”
“Fatti insipienti magnificati dall’impostura! - lo interruppe per la seconda volta Marco, parendogli, però, che gli ingranaggi di quella conversazione cominciassero a cigolare come i cardini allentati di una ruota - Possibile che non te ne renda conto? Molti dei seguaci lo abbandonarono, appena capirono che quel nazareno non era il condottiero che aspettavano, benché alcuni tentino ancora di portare avanti il gioco. - rumori di stoviglie, intanto, provenienti dall’interno della casa indicavano che l’ora della cena era vicina. - Lascia da parte queste follie, amico mio e resta a cena.”
Il vecchio, però, si schiarì la gola e fece sentire nuovamente la sua voce:
“No, signore. Per tre giorni la terra tremò e nella Torre Antonia accaddero cose strane: rumori di frusta, chiodi e martelli...”
“Cose da donnicciole! - fece sprezzante Marco - Non degne di un soldato!... ma, se credere basta a renderti felice, vecchio, tieniti pure la tua illusione!”
“Lo stesso Pilato e sua moglie...” tentò di replicare l’altro, ma un rumore di passi affrettati lungo il portico e una voce concitata vennero a interrompere il drammatico racconto:
“Tribuno! Tribuno” - la comparsa di Celso, lo schiavo di Lucilio, che senza neppure farsi annunciare faceva irruzione nell’armeria, mise tutti in allarme - I Pretoriani hanno arrestato il mio padrone.” gridava, ansimando come un mantice per la corsa e l’affanno.
(continua)

brano tratto da  "LA DECIMA LEGIONE - Panem et Circenses"
presso le migliori librerie o direttamente alla EDITRICE MONTECOVELLO
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Sulla via per Gerusalemme - Vol. II°

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Correva l’anno 882-883. il 68-69 dell’era cristiana: l’anno più lungo di tutta la storia dell’Antica Roma, che vide la cruenta fine di quattro imperatori.
Anno di violenze e congiure, la “Capitale del Mondo” fu campo di battaglie private e pubbliche; teatro di complotti ed intrighi: pretoriani e senatori, legionari e gladiatori, filosofi e letterati, schiavi e liberti, vestali e prostitute, maghi e fuorilegge.
Fu anche l’anno in cui il Cristianesimo, approdato a Roma assieme a molti altri culti orientali, metteva i primi germogli, pur tra sospetti, speranze e persecuzioni.
Intrappolati nelle maglie delle tante manovre civili, politiche e militari, si trovarono anche il tribuno Marco Valerio e il centurione Fabio, il filosofo Lucilio e il  pedagogo Cleonte, i gladiatori Milos e Seilace e il taverniere Trebonio, la vestale Ottavia e la prigioniera di guerra Tracia, il piccolo fuorilegge Aquilinus e la giovane ereditiera Livilla, l’ostaggio Lucilla e tanti altri ancora.
Uno spaccato di vita nella Roma d’epoca imperiale 
Testo

Brani tratti dal libro

LA VIOLENZA

Calvia era una donna ferita nell'orgoglio e si sa che si può perdonare una cattiveria, ma non un'offesa all'orgoglio.

"Prendetela! - ordinò ai pretoriani prima di voltarsi per uscire - Prendetele tutte e due. Sono vostre!"

Lo sguardo di Lucilla seguì terrorizzato il pretoriano che richiudeva la porta alle spalle della donna e si faceva avanti. Seguì con raccapriccio il sorriso da ebete che gli istupidiva il volto, il lampo inequivocabile che gli incendiava lo sguardo mentre con gesti eccitati si toglieva l'elmo.

"La voglio prima per me. - udì la voce del compagno altrettanto eccitata - Dopo potrai farne ciò che ti aggrada!"

"Non mi serve la ragazza. - rispose l'altro, freddo, gelido, composto - E' troppo vecchia per me. Io voglio la piccolina!"

"No! - Lucilla scosse il capo inorridita; la pietra le tremò sotto i piedi; il soffitto parve venirle addosso - E' ancora una bambina..." riuscì a dire con voce  soffocata.

Quello però l'aveva già raggiunta e le strappava Keriat dalle braccia; elmi, spade e corazze giacevano sparsi per terra.

Muta di terrore Keriat barcollò; l'uomo la sostenne. Un gesto quasi affettuoso. Paterno.

"Vieni, piccolina. - diceva - Dopo ti farò un bel regalo. Togliamo questi vestiti. Ti scalderò io se avrai freddo..."

Le tolse i vestiti con gesti pacati, amorevoli; le accarezzò i capelli, le spalle, i piccoli seni in
sboccio.

"Lasciala andare. - urlò Lucilla - E' ancora una bambina. Lasciala..."

Si lanciò in avanti, ma una mano l'agguantò. Forte come una morsa. Una stretta implacabile. Sentì sulla faccia l'alito pesante dell'uomo, il suo respiro affannoso.

Non provò neppure a svincolarsi: un urto e si trovò distesa per terra e l'uomo sopra di lei.

Era pesante.

Sentiva il suo largo torace schiacciarla e impedirle di respirare. Tentò, ma inutilmente, di liberarsene, poi il sapore delle sue labbra bavose sul collo, sulle guancia e sulle labbra l'annegò di disgusto.

Aprì la bocca e affondò i denti in quel labbro.

Il pretoriano dette in un grido di dolore, ritrasse il capo e sollevò una mano, che si abbattè con inaudita violenza sulla sua bocca.

"Brutta cagna rognosa! - lo udì imprecare - Ti insegnerò io a mordere!"

Lucilla sentì il sangue scorrerle lungo le labbra e il mento e nuovamente la bocca e la lingua di quell'essere immondo percorrerla e insozzarla di bava e saliva mischiate al proprio sangue;
l'urlo di Keriat le lacerò le orecchie e il cuore e un'angoscia disperata le lacerò lo spirito.

Poi, d'improvviso, uno strazio fisico!

Le impediva fin'anche di respirare, come se una lama cercasse di affondare nella carne. Capì che l'uomo stava penetrando dentro di lei.

Spalancò gli occhi atterrita.

Dal profondo della mente partì un puntino doloroso. Una ferita che espandendosi scatenava nel cervello un ribollire tumultuoso di paure e travagli che il cervello stesso non era capace di contenere. Finalmente l'urlo. Un urlo che era retaggio di ataviche paure represse per generazione e che le sconvolsero la mente.

Quand'ecco, di colpo, un volto di donna, dolce e sorridente prese forma in quell'etra maligno e nemico. "Mamma!..." urlò.

Era la prima volta che sua madre "tornava" da quando era morta, quasi quattro anni prima.

Lucilla scosse il capo e la "visione" s'appannò; lentamente si adombrò, fino a a diventare luce
trasparente.

Svenne!

Aveva raggiunto quel confine oltre cui la misericordia divina non permette di andare e le risorse fisiche si esauriscono.

Non si accorse della porta che si apriva e di qualcuno che sollevava di peso lo stupratore scaraventandolo di lato.

Quando rinvenne, in una bruma di paure e vergogne, del soccorritore sentì solo la voce, poichè continuava a tenere gli occhi chiusi in un silenzio profondo rotto solo da respiri affannosi.

Non sentiva più neppur le grida di Keriat.

Fu proprio questo a scaraventarla fuori della bruma delle proprie angosce: quel silenzio era più terribile delle urla.

"Cosa stai facendo, animale?" sentiva la voce del soccorritore; una voce contrariata, ma sconosciuta.

"Di cosa ti impicci? - quella dello stupratore - Calvia Crispinilla in persona ha affidato costei alle mie cure!"

"Imbecille! Quando Cesare lo saprà ti farà scorticare vivo!"

"Per tutti gli Dei!... Perchè?"

"Perchè costei è la moglie del tribuno Marco Valerio Flavio, animale! Cesare vuole servirsene per trattare con lui e il generale Vespasiano, il Legato della Giudea. Finirai sotto la scure del boia!"

"Maledizione!" imprecò lo stupratore tentando di darsi contegno. Intanto guardava la sua vittima e faceva l'atto di tirarla su dal pavimento. Con uno spintone il centurione lo ricacciò in fondo allo stanzone, poi si voltò verso Lucilla:

"Che cosa ti ha fatto questo animale, domina. Ha abusato di te? - la voce era compassionevole e gentile, ma Lucilla non rispose: era umiliante dover spiegare. L'altro insistè - Hai capito cosa ti ho chiesto, domina? Questo animale ha abusato di te?"

Lucilla continuava a tacere e per non subire il suo sguardo abbassò il capo

Il primo irrompere della vegnogna al cervello fu un vortice impetuoso che andò dilagando fino nelle più remote e nascoste pieghe dell'animo Come una folgore l'aggredì al cuore, coinvolgendo
nervi, ossa, pelle: la voce e lo sguardo del centurione le davano la misura dell'offesa subita.

L'assalì il bisogno di nascondere l'offesa e la vergogna, il bisogno di nascondersi in un luogo buio, il bisogno di nascondersi a quell'uomo, che pure l'aveva sottratta alla violenza.

L'assalì il bisogno di morire.

Ma non poteva fare nulla di tutto ciò e non trovò altro rimedio che conficcarsi le unghia nella carne, ma un gemito la strappò a quell'angoscioso smarrimento: Keriat.

Giaceva in un angolo, svenuta, seminuda e sanguinante. Dimenticò se stessa; si trascinò per terra e la raggiunse. Si chinò sopra di lei. La chiamò: "Keriat!"

Anche il centurione si accostò alla piccola; anche lui si chinò. La contemplò in silenzio.

"Che scempio!" esclamò.

(continua)

brano tratto dal libro di Maria Pace: "LA DECIMA LEGIONE - Panem et Circenses"

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