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    Pubblicazione su AMAZON
     

    Book Description
    Che sapore hanno l'amore e la passione?... il sangue e l'odio? Nel posto più straordinario, affascinante e inospitale del nostro pianeta, i sentimenti non sono gli stessi che in altre latitudini... qui il sangue scorre nelle vene come liquido fuoco vivo.
    Amori e passioni, guerre tribali, razzie, intrighi e misteri, sanguinarie sette segrete, avventura e fantasia, qui, hanno spazi infiniti...
    Lo struggente sentimento che lega Rashid, il Rais più temuto d'Arabia, alla principessa Jasmine regalerà al lettore spasmi di vellutato piacere; la tenera e tormentata storia d'amore dello sceicco Harith per la bellissima Letizia gli rivelerà un mondo di magico splendore e l'amore proibito di sir Richard lord inglese, per l'indiana Zaira gli donerà brividi inquieti.

    Il forte interesse e la grande ammirazione verso tutto ciò che era Orientale, creò nel XIX° secolo uno dei capitoli più complessi della storia intellettuale europea. Si trattò di un fenomeno assai diffuso a causa dello spiccato interesse per tutto quanto fosse orientale e per alcune caratteristiche in particolare: l’arte, la falconeria, i divertimenti.
    Si giunse perfino a deporre l’abito europeo per preferire quello orientale. Molte personalità lo fecero: il pittore David, l’archeologo Belzoni, l’avventuriero Laurence d’Arabia, per citarne solo alcuni.
    Si trascurarono, però, alcuni degli aspetti fondamentali di quella cultura e quel che è peggio, si trascurò la condizione assai precaria che la donna (salvo poche eccezioni) ricopriva in quella società.
    Ossessione per una terra ed una cultura che, in fondo, non si conosceva affatto, ma che spinse tanti europei a travestirsi da arabi…
    Nelle vicende narrate in questa che è una saga tribale, non si incontreranno solo figure storiche realmente esistite, ma anche personaggi partoriti dalla fantasia, perché il tema é:
    AMORE e PASSIONE - AVVENTURA e AZIONE - STORIA e MITO - FANTASIA e MISTERO

      Il Rais dei Kinda vol. I°

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      • miraggio

      JASMINE - brano tratto dal libro


                                        
      Alcanna. Con questo termine gli Arabi indicano sia il giardino che il Paradiso.
      Il Sultano del Qatar s’era fatto costruire sulla parte più alta della collina su cui si stendeva la città, una cittadella fortificata di mirabile struttura architettonica che aveva voluto chiamare Ambra, cioè, Palazzo-Rosso. Un vero Paradiso: padiglioni ombreggiati, pareti meravigliosamente intagliate, selve di colonne svettanti verso il cielo e sulla facciata centrale, un muro di cristallo  con tanti fori quante sono le ore in cui il sole, entrando, permetteva di leggere il tempo a grandi distanze.  Erano i giardini, però, la gloria di quel palazzo: fontane zampillanti e profumi di piante e fiori che facevano dimenticare il mondo arido fuori le mura.

      Nella parte più interna del palazzo, una ragazza sostava all’ombra di una colonna. Seduta sul bordo di una vasca che ospitava ninfee e loti, guardava oltre la siepe della balaustra rossa di bacche carnose e verde di foglie rigogliose; guardava i tetti delle case, i pinnacoli dei minareti, le strade. 
      Diciassette o diciotto anni, era snella ed armoniosa nei tratti del corpo che si indovinavano sotto la veste  di broccato che lei stessa aveva intessuto nelle lunghe ore della sua laboriosa giornata, perché la donna islamica non trascorreva mai in ozio il suo tempo…  a meno che non facesse parte di quella folta schiera che popolava un harem.
      Ogni tanto si girava a guardare verso l’interno, come in attesa di qualcuno, poi tornava a riassettarsi, con gesto grazioso, la candida camicia e i larghi calzoni di leggerissima seta, impreziositi da un corsetto ricamato ed annodato sul seno; una cintura dorata e morbide babbucce, anche queste dorate, completavano il suo abbigliamento.
      La figura era delicata come un fiore cresciuto in serra e gli straordinari occhi verdi erano pieni di splendore, nutriti di sogni e fantasie.  Dolci ed allungati verso le tempie, rivelavano innata curiosità e sensibilità; il candido jasmac di finissima mussola che le copriva il volto, li faceva risaltare come due puri smeraldi.
      Quella ragazza era Jasmine, pupilla del Sultano.
      Era da sola e reggeva un libro chiuso tra le mani. Voci e risate, però, le  sue ancelle che giocavano a palla, giungevano da vicino, oltre la grande siepe dietro cui s’era appartata per assaporare quell’attimo di solitudine.
      La principessa di Doha amava la solitudine e correva a rifugiarsi in quell’angolo luminoso per rifuggire dagli odori e dai profumi dell’harem e per sfuggire al buio dei corridoi.  Da quei giardini, in posizione elevata, poteva guardare la città di sotto: i tetti, le strade, i palazzi e quella nebbiolina  misteriosa e dorata che  saliva verso l’alto, simile al suo trasparentissimo velo, e rendeva morbidamente sfocati i colori dei boccioli ancora chiusi dei fiori  della grande siepe.
      Jasmine era una ragazza sensibile e romantica e come tutte le persone romantiche, anche amabile, introversa e con il bisogno quasi istintivo di crearsi un posto appartato e silenzioso dove rifugiarsi per consumare la solitudine come una preziosa leccornia  Solo così l’animo si apriva all’emozione, come le gemme alla rugiada, perché nulla come la solitudine suscitava nel più intimo riposto del suo animo, ansie e costrizioni nascoste. E poteva vedersi correre, attraverso gli spazi infiniti creati dalla fantasia, in sella al suo amato cavallo ed offrire il volto e i capelli al vento. Libera e non segregata. Perché lei non era quel fiore di serra fragile e delicato, ma un fiore  sbocciato in mezzo al deserto. Lei era come una di quelle meraviglie della natura, inimitabili, che si aprivano alla vita dopo una di quelle brevi e violente piogge del deserto e che non avevano uguali in bellezza e profumo.
      “Jasmine…”
      Una voce di donna la distolse dalle fantasticherie evocate dal richiamo irresistibile proveniente dal mondo oltre quella siepe; lo splendido piumaggio della ruota aperta a ventaglio di un vanitoso maschio di pavone, alle spalle, cercava di

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      IL BIVACCO - brano tratto dal libro

      "Fermiamoci a mangiare ed a far riposare i cavalli." disse.
      La sabbia era ormai l'elemento sovrano e lo scenario aveva acquistato l'aspetto cupo e vuoto delle lande sterminate; la luce diventava abbagliante ed i crostoni rocciosi, all'orizzonte, assumevano tinte varie, conforme l'intensità del sole: ora rosse, ora nere e perfino verdi, quasi fossero coperti di vegetazione.
      Eppure non c'era pianta alla cui ombra potersi riparare: i pochi semi trasportati dal vento, dallo stesso vento venivano riportati via.
      Akim sedette nel letto di uno wady asciutto.
      Una leggera brezza rendeva l'aria rovente, ma quello restava ancora un posto respirabile.
      "Tu hai detto al sultano tornerai per portargli via la principessa Jasmine.." esordì il ragazzo facendo convergere gli occhi colmi di mistero in faccia al compagno.
      Il rais non rispose subito; sedette su una sporgenza sassosa, restando a lungo con aria assorta, come se stesse inseguendo pensieri vagabondi, dietro la fronte.
      "Già!…- rispose laconico, poi, al ragazzo che faceva l'atto di togliersi la giubba ricamata che gli copriva le spalle - Non togliere indumenti – suggerì - Avresti presto gravi scottature. Metti queste foglie in testa e girati controvento." aggiunse porgendogli due grandi foglie di palma.
      "Dove le hai prese?" Akim lo guardò stupito; intorno a lui la sabbia delle dune in movimento gli scorreva sotto lo sguardo come l’acqua di uno wady privo di vita.
      "A Waqra.- rispose il giovane - Mentre prendevi l'acqua."
      "Non ti lasci sorprendere, tu! Ehh!.." sorrise il ragazzo.
      Rashid tese una mano a scompigliargli i capelli.
      "Morire nelle sabbie è una morte tra le più orribili." spiegò.
      "Morte e vita! - Akim indicò col mento un cactus lontano; d’intorno c'erano solo sterili cespugli, avanzi di qualche antica palma che le falde acquifere sotterranee inaridite non riuscivano più a nutrire - Loro possono vivere, però." replicò.
      "E' così! Non muoiono quasi mai.- anche Rashid sedette; anch’egli si protesse il capo con una foglia- Si contentano di poca acqua per sopravvivere. I semi restano in letargo anche anni e basta una breve pioggia a svegliarli."
      "E' una cosa meravigliosa."
      "In verità, il deserto non è privo di vita.- riprese con un sorriso il temuto predone delle sabbie - Insetti, rettili e...guarda laggiù...Non riconosci quelle orme?"
      "Forse sono..."
      "...artigli. Artigli di leopardo. Qualche gazzella si è spinta fin qui e il leopardo l'ha inseguita."
      "Povera bestia!"
      "Il leopardo è cacciatore. E' suo destino dare la caccia.- Rashid prese il pugnale e praticò alcune incisioni su due foglie asciutte - Guarda là."
      Indicò una bestiola che correva come una saetta sulla sabbia rovente, dando quasi l'impressione di non toccarla.
      "E' un cane?" domandò Akim.
      "E' un fenec. - spiegò Rashid - Di lui, quando gli si dà la caccia, si dice che: gioca con i cani se questi sono due, si fa beffe di loro se i cani sono tre, si ritira se sono quattro e fugge se sono cinque...Per catturarlo occorrono sei cani."
      "E' un gran furbacchione!" sorrise Akim.
      "Proprio così! - Rashid gli porse una delle foglie incise; dall'incisione colava un succo denso e biancastro.- Bevine. E' dissetante."
      Akim bevve; la smorfia di golosità comparsa sul bel volto sbarazzino indicò che il gusto della bevanda era anche gradevole oltre che energetica.
      "Ha il gusto di latte da dattero che la principessa Jasmine mi offriva da bere quando l'accompagnavo fuori del palazzo." disse.
      "La principessa Jasmine?- domandò subito interessato il giovane- Si reca spesso fuori del palazzo?"
      "Un tempo si recava assai spesso dal vecchio Mayrana e..."

      "Che cosa?" stupì il giovane, sollevando immediatamente il capo dal bricco del caffé che il vecchio asceta aveva consegnato loro assieme agli otri d'acqua.

      "E'  così che sono diventato allievo del saggio Mayrana. - una pausa, per detergersi il sudore che gli colava lungo le guance - Passavamo lunghe ore ad ascoltare il Maestro, io, Zaira e la principessa Jasmine . " spiegò il ragazzo.

      Gli occhi del giovane si illuminarono.

      "Conosci particolari della vita della principessa Jasmine che io ignoro." disse con un sorriso.

      "Quello che lei e Zaira si dicevano.. eh.eh.. cose di ragazze... io davvero non so, però, posso dirti per certo che la principessa ama molto gli uccelli e  il Sultano, che negli ultimi tempo le ha imposto maggior risevatezza, le permette di recarsi al Mercato degli Uccelli una volta al mese."
      "Ogni mese, hai detto?"
      "Ogni mese... Oh, Rashid...- il ragazzo parve preso da un improvviso pensiero - E il tuo falco? Il maggiore Honey non faceva che elogiarne i meriti e la destrezza."
      "Il mio falco?- sorrise il predone- Mi raggiungerà presto."
      "E come farà?" replicò il ragazzo.
      "Conosce la strada di casa."
      "E' fantastico!- esclamò Akim pieno di entusiasmo- Solo un altro falco, ho conosciuto altrettanto fiero e bene addestrato. Apparteneva ad un prigioniero del Sultano ...Nadir il Marinaio e..."
      "Nadir?...- Rashid alzò di scatto il capo- Che cosa sai di lui?"
      "Lo conosci?- al cenno affermativo del rais il ragazzo continuò - E' arrivato nella baia con la sua nave, lo "Squalo", ed è stato catturato e trascinato in catene nelle prigioni assieme ai suoi uomini."
      "E poi?- lo sollecitò il rais- Che cosa ne è stato di lui?"
      "E' stato messo a morte con gli altri... Era tuo amico?" domandò.
      "Fraterno amico." rispose il rais.
      "Mi dispiace."
      "Sayed pagherà anche per questo, un giorno." ruggì Rashid, mentre un cupo bagliore gli  attraversava lo sguardo.
      "Quando riprendiamo la marcia?" domandò il ragazzo; riposato e rifocillato, pareva ansioso di rimettersi in cammino.
      "Qui siamo al sicuro. Ci fermeremo per il bivacco e domattina ci avvicineremo alla pista ed aspetteremo la carovana diretta a Gidda. Meglio unirci ad altri."

      Alle loro spalle Allah colorava il cielo d'oro e viola porporina. Era l'ora della preghiera serale, l'ora in cui il pellegrino ringraziava Allah per il dono della vita, qualunque cosa essa portasse con sè.
      Rashid salì in cima ad una piccola duna per cantare la preghiera, ma Akim, che sembrava preso da un improvviso turbamento, lo riportò di corsa giù dalla cima sabbiosa.
      "Costa sangue...- lo udì bisbigliare il giovane - La mia libertà costa sangue...Mayrana..."
      "Che cosa dici, mio piccolo amico? Non ti capisco."
      Lo sguardo nocciola perduto sull'orizzonte, Akim si era lasciato cadere sulle ginocchia coprendosi gli occhi con le mani, come a proteggerli da una dolorosa visione; il corpo era scosso da singhiozzi disperati.
      "Akim...- lo chiamava Rashid - Fratellino mio..."
      Prostrato per terra, il volto immerso nella sabbia rovente, Akim sembrava schiacciato da un’angoscia profonda e senza rimedio.
      "Akim, fratellino mio.- ripetè il beduino- Che cosa ti succede?"
      "Lo hanno ucciso. I soldati del Sultano lo hanno ucciso.- Akim alzò il capo, tese le mani in avanti -...il suo sangue...qui...sulle mie mani..."
      "Cosa dici?...Quale sangue?..."
      Rashid fissò le mani sporche di sabbia che il ragazzo continuava a  tormentarsi.
      "Il sangue del mio Maestro... Ohi.Ohi! – cominciò a singhiozzare il piccolo - Lo hanno ucciso..I soldati del sultano...il maggiore Honey...Guarda il suo sangue qui sulle mani..."
      "Akim..."
      "Hanno ucciso il mio Maestro... Ho “visto” la sua morte… Lo hanno ucciso per due ghirbe d'acqua..."

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      TEMPESTA DI SABBIA - brano tratto dal libro

      Aggredito, vinto, asfissiato dall'aspro odore di zolfo, l'uomo si arrendeva.

      Piccola creatura impastata di terra e lacrime, nulla poteva contro quella forza terribile.

      Bocconi, schiacciato contro il suolo dalla sabbia torrefatta,  stretto nel mantello conteso dal vento in un vorticoso volteggiare di pieghe, consapevole della propria debolezza e fragilità, si nascondeva, preda del proprio terrore.
      Anche gli animali erano presi da uguale terrore; le froge spalancate, le teste sotto il ventre, si cercavano, si accostavano, si univano gli uni agli altri con le criniere al vento ritte e confuse.

      La Natura ardeva e tremava. Le dune si scioglievano come neve e le poche palme rinsecchite di quella che doveva essere stata un tempo un'oasi, gemevano inquiete; i rami ricurvi toccavano la sabbia e la spazzavano. Il sole, scomparso dietro la fitta coltre opaca ed a tratti sanguigna, aveva  richiamato indietro la notte. Senza quella visione contorta e gemente, ogni cosa sarebbe parsa morta.

      Il vento trasportava lontano ogni cosa: oggetti, sassi, arbusti e correndo via  lasciava dietro di sé la sua eco agghiacciante, assordante, forte, ma sempre più prolungata.
      Era il segnale atteso:  quel sibilo lacerante, ma sempre più sottile, indicava l'allontanarsi del sam.

      Lentissimamente, la coltre cominciò a perdere  il tetro, nefasto grigiore; timidi raggi di sole la squarciarono qua e là. Il vento divenne meno asfissiante, l'aria meno rovente ed appestata.
      Con difficoltà, ma si poteva alfine respirare e guardare il sinistro fantasma non ancora pago, né sazio, correre lontano verso altri luoghi da straziare e distruggere.

      Silenzio!  Un silenzio profondo dopo il fragore. Tutto taceva nella vallata morta. Il silenzio calato improvviso era ancora più sinistro del clamore.

      Ogni cosa era coperta da una sottile coltre calda, lucente, impalpabile.

      Un primo cenno di vita: una mano incerta, uno sguardo dilatato. Uomini ed animali si destavano come da un torpore di morte; si guardavano increduli.
      "Siamo ancora vivi?" sir Richard si scrollò di dosso la sabbia, ma era sforzo inutile,  questa era ovunque: sotto il burnus, sotto la keffiew, negli occhi, nelle orecchie, nella bocca.
      "Maledetta sabbia. - anche Akim stava destandosi - Si è  infilata ovunque." si lamentava.

      Vedendo le sue contorsioni Rashid, egli pure in piedi a scrollarsi di dosso la sabbia,  era scoppiato in una bella risata che aveva trascinato gli altri nella scia.
      "Tu ridi! - disse il ragazzo spazientito- Ma questa sabbia è più fastidiosa di un esercito di pulci."
      Anche Harith sorrideva; anche lui era sorto da sotto il suo mantello e tutti gli altri, uno dopo l'altro, parevano svegliarsi da lungo sonno.
      "Siamo vivi!" esclamò Rashid.
      "Sì! Ma non sappiamo in quanti." gli fece eco il suo sceicco, assumendo un'espressione preoccupata.
      Neppure Rashid, ora, sorrideva più; il volto era incupito e la fronte increspata da timori. Si staccò da Akim, che solo in quel momento parve accorgersi dell’assenza della figlia di Mayrama.
      “Dov’è Zaira?… Dove sono le ragazze? Erano qui con me… Perché non sono più qui? Che cosa  è successo loro? – proruppe – Devo cercare Zaira e anche le ragazze che erano con lei.” aggiunse e si allontanò di corsa.


      Anche Rashid e il suo sceicco, Harith, si allontanarono in fretta per passare in rassegna il campo. Per fortuna solo qualche lieve ferito e diverse casse andate distrutte. Con una sola grave eccezione: il cavallo di Gamal, uno dei più giovani cavalieri di Harith, che ne uscì con un garretto spezzato.
      Gamal fu costretto ad abbatterlo e lo fece tra i singhiozzi, non lasciando al altri il penoso compito.

      Sir Richard ne restò assai impressionato e Rashid gli parlò di quanto preziosa fosse la compagnia di un animale per gente come loro. Gli spiegò che era proprio al cavallo che Dio aveva legato il destino del Beduino: alla possanza del suo dorso ed alla forza del suo garretto ed all’allegria della sua criniera al vento.
      “Ama il tuo cavallo come una parte del tuo cuore, ci ha insegnato il Profeta.” concluse il rais.

      Il cavallo di Gamal fu seppellito sotto la sabbia: nessuno avrebbe mangiato mai la sua carne.
      I cammelli, intanto, acquattati per terra, docili e fermi, legati gli uni agli altri per non farli scappare, si lasciavano caricare del bottino; non senza brontolii: l’aria era satura dei loro versi gutturali e rochi.
       

      (continua)

       

       

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      MELL'HAREM del SULTANO

      Testo
      ..............
      Jezabel, la bella  Kaseki Sultan,  la Sultana Favorita di Sayed Alì, aveva su di lui enorme influenza e non solo a motivo della bellezza, ma perché era la madre di Alì, l'unico figlio del Sultano; salendo, un giorno, sul trono di Doha, il piccolo Alì avrebbe fatto di lei la Valde Sultan, ossia la Sultana Madre. Per questo motivo  Jezabel disponeva dell’appartamento più bello e spazioso dell’harem. Cosa non da poco per donne praticamente prigioniere senza sbarre, il cui assillo maggiore era di trascinare la giornata nell’ozio più inoperoso.
      Sul suo bellissimo terrazzo, che si affacciava sul mare, si poteva passeggiare, danzare, bere the, mangiare focaccine di farina di datteri e sfoggiare gioielli: orecchini, collane e bracciali di preziosissima e finissima filigrana, nella cui arte, gli orafi arabi erano  grandi maestri.
      I divertimenti andavano da infantili giochi come la moscacieca a pesanti scherzi a spese di ancelle ed eunuchi; questi, soprattutto, costretti a subire crudeli commedie per lo spasso di un pubblico sciocco ed annoiato.
      Donne ed eunuchi si odiavano; le prime perché scaricavano su di loro i rancori verso il maschio, i secondi perché costretti a sottostare alle loro angherie.
      La casa, come l’harem, era il solo luogo dove la donna musulmana non era più cancellata e radiata, ma resa “cosa”. Qui la donna era claustrata e segregata a beneficio di un solo uomo. Il suo volto, la cui vista era decretata come pericolo per gli uomini e per questo condannato da una legge ad essere celato e nascosto, qui diventava “cosa” privata. “Gentile e soave”, secondo i poeti che ne celebravano la bellezza,  ma proprietà invisibile agli altri.

      "La principessa Jasmine è scomparsa. Dicono che sia stata rapita."  ansante per la corsa fatta per portare la notizia, la schiava di Jezabel irruppe sul terrazzo.
      "Scomparsa?" esclamò stupita la donna.
      "E' così, mia signora." la ragazza si accoccolò ai suoi piedi.
      "Non è possibile! E' uno scherzo, vero?" disse ancora la Favorita; stava intrattenendo un gruppo di ospiti con i soliti stupidi giochi. Le donne lasciarono gli oziosi passatempi e si precipitarono dalla padrona di casa.
      "Chi ti ha dato la notizia?" insisté la Favorita.
      "E' stato Kamuki." rispose la schiava.
      "Dov'è Kamuki?- la donna allontanò col piede la ragazza, poi ordinò- Chiamate Kamuki."
      Kamuki comparve qualche minuto dopo tra due siepi di oleandri, scuro, tarchiato e muscoloso.
      "E' vero che la principessa Jasmine è scomparsa?" gli chiese senza preamboli la donna, facendogli segno di avvicinarsi.
      "E' vero. – l’uomo assentì col capo e si affrettò a raggiungere la padrona - Forse è stata rapita." spiegò.

      Kamuki era il kizlar agast o  “capo delle ragazze”. Era il capo  dell'harem, incaricato del controllo su tutto il personale.
      "Ma chi può averla rapita?" domandò ancora la kaseki sultan.
      "Non lo so, signora." rispose quello stringendosi nelle spalle.
      "Ma quando è avvenuto?" insisteva la donna.
      "Cinque giorni fa."
      "Cinque giorni? E per cinque giorni non se ne è saputo nulla?"
      "Ecco perché da tre giorni - interloquì un'ancella, assumendo un’espressione eloquente - il Sultano non ci fa visita…"
      "Vai ed informati meglio."  la donna ordinò all'uomo e questi si allontanò veloce.
      Poco dopo, però, lasciato il terrazzo e le amiche a congetturare, Jezabel raggiunse un terrazzo adiacente  su cui si aprivano molte finestre. Questo secondo terrazzo, a differenza del primo, guardava all'interno del palazzo, sui giardini d'ingresso  del portone di entrata, dove due sentinelle armate erano di guardia notte e giorno.
      La donna si accostò ad una di quelle finestre, scostò la tendina di finissima mussola e gettò uno sguardo all'esterno; le note di un tendir e il canto di un'ancella giungevano dal terrazzo spezzati e soffusi.

      (continua)

      brano tratto da  IL RAIS - Misteri d'Oriente   su  AMAZON

      formato e-book  e  formato cartaceo

      MESTO RITORNO - brano tratto dal libro


      Si lasciarono alle spalle il deserto ciottoloso ed andarono incontro allo sconfinato mare di sabbia finissima, impalpabile ed insidiosa.
      Guardando quella distesa arida, attraverso la cui immagine gli pareva di guardare la distesa della propria vita, Rashid pensava che se il dolore non aveva ancora ucciso il suo corpo, minacciava di ucciderne lo spirito: il tempo era una sequenza di fatti inutili che si distinguevano l’uno dall’altro solo per la pena che aumentava sempre più.
      "Qualche pensiero turba la tua mente?" sir Richard si girò verso di lui, distogliendo lo sguardo dall’orizzonte roccioso. 
      "Penso a quello strano ragazzo." rispose il rais, che con occhi pensosi fissava le dune oltre cui il vecchio Amin era scomparso assieme alla sua gente.
      "Già! – esclamò -  Ma io penso anche ad Hakam. Come avrà fatto a ricomporre così in fretta la sua maledetta setta?"
      Il rais scosse il capo.
      "Ora saranno alla ricerca di un nuovo nascondiglio." ruggì, spronando il cavallo.
      Erano in cammino da quattro giorni e le dune di Fadhil,  nord di Ar-Rimal, distanti due giorni, accorciarono le distanze da  Sahab: non più dune nude rese coltivabili dalla mano dell’uomo, ma solo sabbia.

      Cavalcando tutto il giorno senza interruzione, se non per far riposare i cavalli.
      Verso il tramonto furono in vista  delle colline di Bir Fadhil, che profilavano l'orizzonte di figure ora aspre, ora dolci, come se una bizzarra divinità si fosse dilettata a plasmarle a suo capriccio.
      In realtà, si trattava di quanto era rimasto di antichi colli che la calura, i venti e l'escursione termica, avevano spianato e ridotto in frantumi: una bellezza selvaggia ricca di suggestioni.
      “Ecco la bellezza di Ar-Rimal! - non riuscì trattenersi dall’esclamare il lord inglese estasiato ed attirato da quella vista e col tentativo di cogliere con un sol sguardo tutto quanto lo circondava – La sua bellezza sta nel nulla! - poi aggiunse - Sento un  profumo...”
      “E’ caffè.” gli rispose lo sceicco Harith.
      Era proprio profumo di caffè e proveniva da dietro un alto crostone roccioso.

      (continua)

       

       

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      IL PICCOLO AMUD - brano tratto dal libro

      Un piccolo incidente, una manciata di minuti più tardi, movimentò l'atmosfera: qualcuno aveva rubato a Selima il suo medaglione e la ragazza era fuori di sé; prima pianse ed imprecò, poi, con la schiava Dacia mise a soqquadro la sua tenda, fino  quando non si convinse dell’estraneità della poveretta al furto. Mai la schiava fu più zelante e diligente come in quella occasione: non un solo  millimetro all’interno ed intorno alla tenda rimase inesplorato.  Cercò, infine, l'aiuto delle altre donne del campo.
      Una di loro disse di aver visto un ragazzo gironzolare attorno alla tenda, un ragazzo dai modi sospetti e malamente vestito, aggiunse.
      “E non lo hai riconosciuto?” domandò la Favorita.
      “Era un ragazzo. – la donna si strinse nelle spalle con gesto contrito – Mi pare che avesse un burnus color dattero. – spiegò - L'ho visto allontanarsi da quella parte." concluse, indicando l'uscita del campo.
      “Vieni! – ordinò Selima, con l’accento autoritario che le veniva dalla sua posizione di Favorita del grande capo – Fammi vedere chi ha osato mettere le mani su un gioiello di Se lima!”
      L’altra ubbidi.

      Al limitare del campo, seduto per terra, la schiena appoggiata contro un vecchio arbusto rinsecchito, sedeva un ragazzo; avvolto in un mantello di almeno due taglie più grandi, volgeva le spalle al campo.

      La donna lo indicò da lontano.
      "E' lui. Riconosco il suo mantello." disse.
      Era Amud, lo strano ragazzo al seguito del vecchio pastore Amin; la capretta che gli era stata donata non era più con lui, però aveva ancora la coperta che gli aveva dato Rashid.
      Selima lo sorprese di spalle, che stava gingillandosi col suo gioiello.
      "Brutto ladruncolo. - lo assalì; il ragazzo sussultò - Dove hai preso quel gioiello? Dammelo."
      Il ragazzo sollevò la fronte e piantò in faccia alla favorita due stupendi occhi azzurri.
      "E' mio!" rispose con voce soffocata, balzando in piedi e sottraendosi con uno scatto improvviso alle braccia tese di Selima.
      "Dammelo. Brutto ladro cencioso. Dammelo." gli urlò la donna.
      Ma Amud fece sparire il medaglione entro le pieghe del mantello poi si guardò intorno e si dette alla fuga.
      Pochi metri più a destra c'erano due uomini di guardia al recinto dei cavalli; Amud puntò verso quella direzione.
      I due gli vennero incontro, ma il ragazzo, agile come un cerbiatto, deviò la corsa e puntò verso il lato opposto.
      Un gruppo di donne, però, gli sbarrò la strada.
      Amud si fermò. Si guardò intorno, ma solo per un attimo, come fa l’animale braccato in cerca di una via di scampo. Vide  Selima, che gli veniva incontro con un frustino, le donne che gridavano, gli uomini che ghignavano; c'era perfino un gruppo di bambini che cercava di prenderlo, come in un gioco crudele di cui non conoscevano le conseguenze.
      Il ragazzo non si dette per vinto. Proprio all'altro capo del campo vide un varco fra due tende. Correndo a zig-zag verso quella direzione,  riuscì a scansare tutti: donne, bambini ed un gruppetto di uomini.
      "Piccolo demonio!" disse un degli uomini ,che si era guadagnato un calcio  negli stinchi.
      "Acchiappatelo. Prendetelo." gridavano da ogni parte.
      “Ha con sé il mio gioiello… non fatelo scappare.” gridava Se lima,  mettendosi anche lei dietro gli inseguitori.

      Il ragazzo sarebbe certamente riuscito ad uscire dal campo, le sue gambe erano leste e leggere come quelle di un'antilope, ma fu il caso a fermarlo: Akim gli comparve davanti all'improvviso e i due ragazzi non riuscirono ad evitare l'urto.
      Akim non si era accorto di quella piccola valanga umana e l'altro non era riuscito ad evitarlo. Caddero per terra sulla sabbia soffice che si sollevò schizzando come acqua.
      "Allah mi assista!" Amud cercò di rialzarsi.
      "Per la furia di Kalì! Chi è questa freccia?" esclamò il piccolo mago indiano.
      Troppo tardi per Amud: due, tre, quattro mani si tesero verso di lui; uomini e donne avevano circondato i due ragazzi, semiaccecati dalla sabbia.
      “E’ un ladro. – spiegò qualcuno, afferrando il ladruncolo per un braccio – Ha rubato il dono che Rashid ha fatto a Se lima.”
      Trascinato di peso, Amud si ritrovò al centro del campo, ma le sue risorse parevano inesauribili: il capo curvo, il respiro affannoso, il ragazzo finse di essere domato, ma di colpo si chinò a raccogliere una manciata di sabbia e la gettò negli occhi del malcapitato che lo aveva preso in consegna. Il residuo di sabbia rimasto nel piccolo pugno, lo fece volare tutt'intorno.
      L'uomo cacciò un urlo e lasciò andare la presa; con le mani si teneva gli occhi ed insieme a tutti quelli che avevano avuto uguale sorte, si mise a gareggiare nel più fiorito linguaggio di imprecazioni che l'Islam fosse in grado di offrire.
      Amud si ritrovò nuovamente libero e nuovamente ritentò la fuga, ma il cerchio intorno a lui si era fatto inesorabile.

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      L'APPARIZIONE - brano tratto dal libro

      Attirati dal trambusto, Rashid, Harith e si Richard, che dalla soglia di una tenda avevano assistito alla scena, si fecero avanti, senza nascondere una certa ammirazione per quella strenua e incredibile difesa.
      Rashid si avvicinò al gruppo e si fermò accanto al ragazzo.
      "Guarda chi si rivede! E da dove sbuchi, tu?...Ti credevo partito col vecchio Amin."
      Il ragazzo non rispose.
      "Ma non è quello strano ragazzo di ieri notte?" fece eco Harith.
      Amud continuava a conservare il suo mutismo.
      "E' un ladruncolo. – spiegò qualcuno  - Ed anche dispettoso."
      "Ha bisogno di una lezione. Qualcuno deve insegnargli le buone maniere." fece eco la voce seccata della Favorita di Rashid,  ma il lord inglese, preso da istintiva simpatia, prese subito le sue difese:
      "In fondo mi fa pena. -disse- Così strano, taciturno... perseguitato."
      "Perseguitato, sir? - replicò Selima - E solo un piccolo ladro cencioso. Ha rubato il gioiello che mi ha donato Rashid."
      "E' vero, sir.- confermò uno di quelli che avevano preso sabbia negli occhi, agitando intenzionalmente la frusta che aveva in mano - Questo  piccolo cencioso è solo un ladruncolo. Bisogna punirlo.”   aggiunse, raschiandosi la gola irritata dalla sabbia e spingendo  malamente il piccolo malcapitato.
      “Lascialo, Arafat. Non vedi che è spaventato? – interloquì Rashid – E tu, piccolo, dimmi… E’ vero che sei stato tu a prendere il medaglione?”
      Il piccolo continuava a tacere; il capo chino, nascosto entro l’ampio cappuccio del burnus, sfiorava la spalla del giovane.
      “Lo sai che il tuo silenzio ti accusa? – era intervenuto anche Harith – Perché non ti discolpi?… - lo sceicco ebbe un sospiro, poi ordinò -  Perquisitelo!”
      Lo sceicco fece cenno ad un beduino che si accostò al ragazzo; questi sollevò il capo e dall’interno del cappuccio calato sulla fronte, emersero due stupendi occhi azzurri dilatati dal terrore.
      “Ma guardatelo! – ancora l’inglese – Questo ragazzo è terrorizzato.. “
      “Ma sir…” il beduino continuava ad agitare la frusta,  sempre scuotendo il capo, infine, con gesto brusco  ed improvviso,  portò via dal capo del ragazzo il mantello che lo copriva e che gli scivolò sulle spalle rivelando lunghi e lucenti capelli neri ed un volto di ragazza di straordinaria bellezza.
      Ammutolirono tutti.
      "Jasmine..."
      Rashid divenne cereo in volto, il cuore parve fermarsi nel petto e il sangue retrocedere nelle vene.
      "La principessa Jasmine!- fecero in coro Harith e sir Richard - Non è possibile! Abbiamo visto con i nostri occhi il pugnale di Hakam affondare nel suo cuore."
      "La potente Kalì!...La potente Kalì ti ha strappata alla tomba, principessa o sei  il suo fantasma?" anche Akim era inquieto e turbato.
      "Jasmine! Jasmine!- gemeva Rashid - Sei viva o sei lo spirito della mia infelice fanciulla?"
      Il giovane tese le mani verso la ragazza, che si era liberata del mantello, ma lei indietreggiò.

      Un vuoto si formò immediatamente intorno alla inquietante apparizione. Un vuoto di muta paura, di violenta emozione: quello non poteva che essere lo spirito della principessa Jasmine, desiderosa di rivedere colui che tanto l'aveva amata e che non riusciva a scordarla.
      Forse era venuta per portarlo con sé nel mondo dei morti.
      “Jasmine… Jasmine…” continuava a gemere Rashid, ma Jasmine  lo trafisse con due occhi che arrivarono al  cuore e gli voltò le spalle,  poi si gettò in una corsa disperata verso il recinto dei cavalli.
      Il suo corpo agile, che le vesti maschili aiutavano nei movimenti, palpitava nella corsa, teso e vibrante come un arco curvo nello scoccare della freccia.
      Raggiunti i cavalli, liberi nel recinto secondo il costume arabo, la principessa ne prese uno, montò in groppa e lo lanciò in una corsa sfrenata, con la maestria che tutti conoscevano.
      "Jasmine...non andare via..."

      L'invocazione di Rashid, lanciatosi in avanti, la seguì. Cercarono di trattenerlo.
      "No, Rashid. Non andare. E' uno spirito. Ti trascinerà nel mondo senza ritorno."
      I beduini non avevano dubbi che quello fosse lo spirito della principessa; lo stesso Harith era perplesso.
      "Non può essere Jasmine. Lei giace a Sahab sotto una croce d'oro."
      "Non c'è dubbio che sia il fantasma della principessa Jasmine."
      Da buon inglese, neppure sir Richard non aveva dubbi sulla natura di quella apparizione.
      "Viva o no, che importa, se Allah mi ha concesso la misericordia di rivederla?- gemette ancora Rashid - Forse il Paradiso si è mosso a pietà!...Jasmine" e invocando il suo nome, il giovane corse anch'egli  verso il recinto, balzò in groppa al suo Dahsi, più veloce dei cavalli e si lanciò dietro l'apparizione.

      Fiamme sul deserto - vol II°

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      BRANI TRATTI DAL LIBRO

      più lo stesso!" - proverbio beduino

      L’oasi di Sahab!
      Quando i poeti arabi cantarono la bellezza del Paradiso Terrestre, certo dovevano riferirsi a qualche oasi verdeggiante. Forse un’oasi come Sahab, tanto più bella, in quanto sorta nel cuore di un mondo millenariamente immoto e desolato come può esserlo soltanto il deserto di Ar-Rimal.
      Depresso e ancora semi inesplorato, era l’espressione più calzante della desolazione eppure erano in pochi a conoscenza della esistenza di quel magnifico gioiello  con cui  la Natura lo  aveva voluto compensare  di tanta avarizia.
      In nessun luogo al mondo, come in un’oasi del deserto, l’ombra di un palmeto o l’umidità della rugiada possono dare uguale refrigerio. Nulla, quanto un palmeto che prende vita dall’acqua di un pozzo miracolosamente vivo in mezzo all’aridità, nulla quanto l’atmosfera di un posto come Ar-Rimal esiste in nessun’altra parte della Terra.
      Sahab sorgeva intorno ad una mezza dozzina di pozzi, il più grande dei quali era di proporzioni davvero notevoli.
      Arcaico nella forma,  monumentale e rettangolare, era protetto da un muro alto quasi un metro.

      All’estremità orientale dell’oasi sorgeva un’altra costruzione imponente: uno di quei tipici castelli disseminati nei deserti e fatti costruire da emiri e sultani per le soste nelle interminabili traversate nel deserto.
      Quadrato e con tre cupole ad ellissi, il castello emergeva dal muro di cinta che lo circondava assieme ad un enorme cortile. Al centro del cortile si ergeva una quarta cupola cui si accedeva attraverso un grande portone. La parte orientale del muro di cinta era quasi in rovina, segno di secolare abbandono, ma il resto era in ottimo stato di conservazione.

      Gli abitanti dell’oasi e il loro rais, presero tutti quella direzione.
      Era stato proprio Rashid, alcuni anni addietro, a scegliere quell’oasi come posto sedentario per la potente tribù dei Kinda che per secoli aveva conosciuto solo l’interminabile peregrinare tra le sabbie.
      Quell’oasi era diventata il covo dello sceicco Harith e di Rashid, il suo formidabile rais e la vecchia costruzione serviva per le adunanze dei capi e degli anziani: il beduino non avrebbe rinunciato mai alla sua tenda.

      In quel cortile, però, ci si riuniva anche per festeggiamenti e ricorrenze e il ritorno del capo e della sua donna, era un evento da festeggiare.
      Entrarono tutti nel cortile, le donne trillando con la lingua, secondo l’uso arabo e gli uomini continuando a far roteare sopra la testa pugnali e fucili; alcuni bambini stavano giocando con ciotole e bricchi lasciati incustoditi, ma lasciarono i giochi per correre festanti incontro ai nuovi arrivati.
      “Si danzerà e canterà, questa sera, a Sahab! – Ibrahim, il vice di Rashid, si avvicinò al suo capo con il fucile levato sul capo e da cui fece partire un colpo - Si ballerà e danzerà!”
      “Si ballerà e canterà!” altre voci si alzarono, subito seguite dal rombo di fucili e carabine e immediatamente dopo, l’oasi non fu che un unico grido ed un unico rombo, fragoroso come quello di cento cannoni.

      Assopita nella calura del primo pomeriggio, Sahab sonnecchiava ancora, ma il primo pensiero dello sceicco Harith era stato per Letizia, la figlia del mercante greco.
      Gli dissero che si trovava sotto la grande tenda di Alina, madre di Ibrahim,  braccio destro di Rashid.

      Alina era anche la donna più influente della tribù per la parentela con lo sceicco, ma soprattutto per la numerosa figliolanza che le aveva dato potere e prestigio.

      Riunite nel centro del maq'ad , la zona riservata agli ospiti, allegre e cicalanti, le ragazze erano occupate negli ultimi preparativi per festeggiare l'arrivo della principessa Jasmine e consumavano l'attesa sgranocchiando uva passa e tracannando bicchieri di acqua, the e carkadè.
      C'era Zaira,  la figlia di Mayrana, l'asceta indiano e c'erano Agar e Amina, le figlie minori della padrona di casa; c'era Letizia, la figlia minore del mercante greco e seduta al suo fianco c'era Fatima, figlia dello sceicco della tribù degli Aws e promessa sposa dello sceicco  Harith, dal volto velato come voleva la consuetudine.
      Fianco a fianco, le due ragazze lasciavano scivolare di tanto in tanto le gambe sull'immenso tappeto senza abbandonare le tazze non più fumanti che reggevano in mano: Fatima, che pareva guardarsi intorno con profondo distacco e  Letizia che, al contrario, sembrava voler cogliere ogni sfumatura di quanto la circondava, come in attesa di qualcosa. Continuava  a girare il capo in direzione dell'entrata come se qualcuno dovesse fare da un momento all'altro la sua comparsa.
      Qualcuno, infatti, scostò il lembo della tenda che fungeva da entrata e stagliò nel vano la possente figura, gettando l'ombra alle proprie spalle: lo sceicco Harith che in quel posto unico al mondo,  dall'asprezza e  selvaggia bellezza, sembrava esservi stato messo come parte integrante, tale era la perfetta sintonia con esso.
      Il beduino avanzò di qualche passo, nobile e fiero, l'esclusivo atteggiamento da  animale selvaggio, che tanto timore  incuteva in avversari e nemici e tanta ammirazione negli altri.
      Era senza dubbio l'uomo più attraente della tribù, ma schivo e scontroso; un misto di dolcezza e violenza, vendetta e perdono, comprensione ed implacabilità. Tenacia e pazienza erano commiste in lui insieme a spregiudicatezza e buonsenso, astuzia diplomatica e capacità d'azione, qualità che  aveva l'abilità di utilizzare sempre al momento giusto. Un uomo ambizioso, dunque, intelligente e scaltro, gran combattente ed ottimo diplomatico:  il capo giusto per un popolo inquieto ed irrequieto come i Kinda.
      Da ragazzo suo padre, lo sceicco Amud Alì, della tribù dei Kinda, lo aveva spedito in Inghilterra in un collegio militare da dove era tornato pronto a guidare la sua gente.
      Alto, atletico, la possente figura avvolta nell'ampio Ksa, il mantello bianco marocchino senza maniche ed ornato di passamanerie, ancora impolverato di sabbia:
      "Inshallah!" salutò, facendo convergere  su di sé gli sguardi di tutte le ragazze.

      Fatima e Letizia scattarono in piedi entrambe per andargli incontro e sul bel volto abbronzato del giovane comparve un'espressione indecifrabile; le  sopracciglie, congiunte sul naso adunco,  parvero fremere e stormire come piccoli cespugli.  Contrasse la mascella
      mentre un lampo di titubanza gli attraversava lo sguardo.
      Si fermò quasi al centro della grande stanza; le due ragazze, invece, avanzarono con passo sempre più veloce. Soprattutto Letizia, il cui sguardo sfavillava come un cielo irrorato  dalla luce dell'Aurora: brillante e quasi acccecante.
      Scuro e di una dolcezza schiva, quasi color caffé, quello della figlia dello sceicco degli Aws, che il nero  jasmac, trasparente appena da lasciar intravvedere i contorni del volto, rendeva un pò misterioso; sotto il velo si  intravvedeva una folta capigliatura nera e sapientemente acconciata.

      Provocatorio e tentatore, come soleva ripetere sir Richard, l'amico inglese dello sceicco, quando si esprimeva a proposito del volto velato della donna islamica. In realtà, a Sahab quasi nessuna aveva il volto velato. Quella del velo era una delle innumerevoli regole cui la donna doveva sottostare per essere rispettata e per sentirsi al sicuro, ma  le donne di Sahab conoscevano una libertà sconosciuta alle donne della costa e delle città.
      La vecchia Alina ed altre poche donne della sua generazione, però, difendevano ancora   con accanimento quell'imposizione.
      "Gli uomini - diceva - non desiderano mancare di rispetto ad una donna, ma se ne incontrano una a viso scoperto, possono cadere in tentazione."
      "E' un problema degli uomini! - replicava Letizia che, da ribelle occidentale non intendeva sottomettersi a quei dettami -  Se un uomo non sa controllare i propri istinti e le proprie debolezze, non è colpa della donna che gli sta di fronte!"
      Naturalmente Alina rispndeva sempre scuotendo la testa: le sue figlie, infatti, non portavano veli, se non qualche volta,  per pura civetteria.

      Le due ragazze continuarono ad avanzare; Harith era sempre fermo.
      Piuttosto graziosa, le forme un po' abbondanti, Fatima esibiva una veste della più pura tradizione islamica. Doveva prediligere il colore verde, poiché sopra la veste di prezioso damasco giallo indossava una sopraveste  senza maniche, verde e riccamente ricamata con fili d'oro  e sotto la veste, aperta sul davanti, ampi pantaloni di leggerissima seta. Anche questi di colore verde. Collo, caviglie, polsi e mani erano letteralmente coperti da vistosi gioielli.
      Priva di qualunque gioiello, invece, la figura di Letizia. Nemmeno un esile cerchietto intorno alle affusolate dita da artista: nel suo Paese, in Italia, Letizia aveva studiato pianoforte nel collegio militare presso cui aveva vissuto parte della adolescenza. E neppure gioielli di altra sorta, benché l'uomo che l'aveva adottata, il mercante Aristeo Callas, fosse stato un gioielliere. Né fasce ai polsi, né filigrane intorno alle caviglie. Solamente un medaglione legato al collo con le immagini dei cari perduti.
      Ma come sempre, la sua bellezza rifulgeva su chiunque come un cigno in uno stagno in mezzo alle anatre.

      Harith spostò più volte lo sguardo da lei all'altra ragazza, dallo sguardo di Fatima, scuro e tranquillo, a quello di Letizia, azzurro e pieno di magia e di splendore.
      Anche Letizia aveva un velo;  il suo, però, era azzurro cielo e ugualmente trasparente e lei   ne reggeva i lembi  tra le mani trastullandosene, mentre con delizioso rossore fissava il volto del giovane, al contrario di Fatima che aveva abbassato gli occhi.
      Il suo abbigliamento era un felice abbinamento dello stile islamico a quello occidentale.
      Su un corpetto di tessuto damascato, che metteva in risalto il seno rigoglioso e l'armoniosa figura avvolta in una gonna a vita alta, di un incantevole colore blu-cobalto, aveva appoggiato una sopraveste di squisita fattura islamica, ampia e senza maniche, leggerissima e fluida   e sul capo aveva posato una leggerissima ghirlanda di foglie di palma intrecciate. Avanzò, nel balenio degli occhi azzurri, brillanti come preziosi e sfolgoranti di gioia.  Il sorriso smagliante,  la pelle luccicava di riflessi ambrati.
      Bellissima, di una bellezza ineguagliabile sotto lo splendore dei capelli biondi, tese le braccia.

      Anche le braccia di Fatima si tesero in avanti; le dita delle mani tintinnarono dei  numerosi  gioielli che le coprivano e fu con quelle  che andarono ad intrecciarsi le dita delle mani, grandi e forti, di Harith che aveva fatto un passo in avanti.

      Letizia si fermò di colpo, poi indietreggiò di un passo, di un altro e di un altro ancora,    senza voltarsi. Il  sorriso le si spense sul bel volto e lo  sguardo, smarrito e assente,  catturò  quello di colui che considerava il suo uomo e ve lo trattenne in maniera così intensa da costringerlo a spostare altrove  il  proprio ed a stringere le dita di Fatima così forte da strapparle un gemito.
      "Letizia..." chiamò, tornando a convergere lo sguardo su di lei e affondandolo nei due  pezzi di cielo,  velati e puri, che lei si era messo negli occhi...  erano lacrime?
      Quel bisogno, però, antico e irrinunciabile di piangere, abbandonò presto la figlia del mercante greco. Le sue difese erano pronte a  sorreggerla:  il silenzio e lo sguardo,  nudo e vulnerabile come quello di un bambino.
      "Letizia..." chiamò per la seconda volta Harith.
      Letizia però s'era calata il velo sul capo, sottraendo ai suoi sguardi la cascata d'oro dei capelli e lo splendore del volto; lo fissò con negli occhi, l'unica parte di sé che gli aveva concesso ancora di  guardare, quella luce che una volta sola sfavilla negli occhi di una ragazza  quando, cioè,  crede che il sole irradi soltanto per lei, ma che si smorza appena la luce si spegne.
      "Letizia..." la chiamò per la terza volta, ma Letizia s'era già allontanata.

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      Nella tana del cobra vol. III°

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      Brani tratti dal libro

       

      CAPITOLO II - IL MEDAGLIONE


      Più che un villaggio, Malis era una borgata, un suburbio di Al Mughara, un agglomerato di poche casupole sparse intorno alla strada maestra che conduceva al porto.
      Erano piccolissime, uguali e tutte rivolte verso il mare. Benché non possedessero nulla che potesse attirare la cupidigia dei pirati che infestavano quei mari e fossero abitatate solo da pescatori uniti da vincoli di sangue ed amicizia, qualcosa attirava laggiù avventurieri e predoni del mare: perle e coralli che i pescatori portavano su dalle profondità del mare.
      Bianche, ad un sol piano e con un cortile entro cui posavano attrezzi da lavoro, sfidavano i monsoni con la stessa audacia con cui gli abitanti affrontavano le insidie del mare e di   insidie,  in quei mari, ve n'erano tante.
      La casa di Yizad non si scostava dalle altre né per fattura né per colore: un blocco di pietra bianca con fessure ed aperture.
      Così apparve al lord inglese e nell'ombra di una di quelle fessure, gli parve anche di vedere fluttuanti figure velate.
      "Altri ospiti ci attendono." un largo sorriso distese la faccia del pescatore mentre tendeva un braccio in quella direzione.
      "E' vero! - gli occhi del fratello si illuminarono - Asada non è sola. Amina è venuta a farle visita."
      "Amina - spiegò Yizad, cui gli affanni della vita dovevano aver caricato di fatalismo e reso apparentemente diverso dall'irrequieto fratello - è la promessa di Ashraf e Asada è la mia donna."
      "Amina sarà la mia prima moglie. - continuò il ragazzo con irrequieta vivacità -  Quando avrò terminato di costruire la mia casa e con il ricavato di questa perla avrò comprato una barca tutta mia, pescherò il miglior corallo della costa e potrò comprarmi un'altra moglie."
      "E tu, Yizad, hai solo Asada per moglie?" domandò con lieve ironia il lord.
      "Avrei potuto comprarne un'altra - rispose con disarmante semplicità il pescatore di perle - Per Asada ho dato a suo padre la mia prima barca, che era il più veloce e resistente dei parei di questa costa... ma Asada valeva ancora di più!" aggiunse con accento d'orgoglio.
      "Ah.ah.ah... - rise compiaciuto sir Richard - Le tue parole mi fanno piacere."
      "Asada è insostituibile." recitò con enfasi l'uomo.
      "Mio  fratello ha ragione! - interloquì con voce convinta il giovane Ashraf -Asada è una donna virtuosa e molto bella che né il tempo, né le fatiche riescono a segnare. Oh.oh... - sorrise - Sapete, stranieri, sapete... Sembra che il tempo si sia innamorato di lei... L'accarezza senza sfiorire la sua bellezza. Per questo ho voluto che fosse lei stessa a cercarmi una moglie  bella e premurosa come lei."
      "Saggia decisione!" disse distrattamente l'inglese, al che, Rashid:
      "Le nostre donne sono insostituibili!"  esclamò.
      "Asada non è solo bella e virtuosa... La mia donna è anche coraggiosa come un uomo." punttualizzò il pescatore di perle.
      "Ne sono convinto". disse il lord con lo stesso tono di prima e il pescatore, che aveva colto quella distrazione:
      "Non ti sorprenderà, Sahib, - replicò - sapere che Asada si cala nelle profondità assieme a noi per pescare ostriche e cogliere corallo?"
      "Mi sorprende molto, invece. - s'affrettò a chiarire sir Richard - Ho sentito parlare di donne coraggiose e senza paura che praticano la pesca del corallo nei Mari del Sud, ma non sapevo che pescatrici di corallo ci fossero anche qui."
      "Senza paura? - sorrise Yizad - Perdonami se ti contraddico, sahib, ma solo un pazzo non ha paura. La paura ci accompagna sempre, quando ci tuffiamo."
      "Chiedo perdono. -conciliò l'inglese - Il vero coraggio è proprio la capacità di vincere la paura. -  una lieve pausa, in contemplazione di quanto lo circondava, poi riprese - Chi si proclama senza paura non è un coraggioso, ma uno sciocco."
      "Esatto! - assentì il pescatore - La paura va misurata e non disprezzata... anche con un avversario dev'essere così  o si sarà in due ad aver paura."
      Faceva impressione sentir parlare in tali termini un uomo che sfidava la morte ogni giorno, ma  erano ormai arrivati e il lord fermò il cavallo

       


      Sull'uscio di casa due donne erano in attesa e quando si accorsero della presenza di estranei si ritirarono immediatamente; ricomparvero subito dopo, richiamate da Ashraf, con i volti coperti da finissimi jasmac di lino.
      "Asada." chiamò il pescatore.
      "Che cosa è successo?" chiese la donna avvicinandosi premurosa al marito.
      "Hanno tentato di rubarmi la perla di Ashraf. - spiegò l'uomo  Ma questi amici l'hanno recuperata ed hanno salvato la mia vita. Il pirata Yazid mi avrebbe lasciato morire dissanguato." aggiunse mostrando la mano ferita.
      "Quel pirata è di nuovo qui?" esclamò la donna con accento preoccupato.
      Entrarono tutti nella casa.
      Amina si dette subito da fare per preparare the aromatizzato ed accatastare cuscini su cui invitò gli ospiti a prender posto. Solo aRshid e Harith sedettero; Ashraf si stava prendendo cura dei cavalli e il lord chiedeva ad Asada bende e acqua.
      Asada era davvero molto bella; anche attravero il velo era facile capirlo.
      Era tenera e premurosa con il suo uomo ed un po' intimida dal tono imperioso dell'inglese.
      Con in mano bende e acqua fresca guardava il lord che si prodigava con un unguento estratto dal'interno della casacca: un po' dell'unguento che Zaira gli aveva dato prima della partenza.
      "Ha perso molto sangue. - spiegò sir Richard alzando il capo dalla mano ferita - Per questo è così debole. - proseguì, poi ebbe un rassicurante sorriso - Con questo unguento, però, si ristabilirà presto."
      Evitando di chiamarla per nome, nel rispetto delle usanze arabe che vietavano ogni confidenza con le donne,  il lord continuava a fare cenni col capo.
      "Se Allah ha voluto sottoporci a questa prova, noi dobbiamo accettare la sua volontà... la sentì dire  -  I suoi disegni sono imprescrutabili e non sono un capriccio, ma nascondono sempre un beneficio."
      Il lord girò nuovamente il capo verso di lei e per un istante gli parve di avere di fronte sua madre: la disarmante semplicità di quella donna lo commuoveva.
      Anche Yizad sollevò il capo e  guardò la sua donna.
      "Le tue parole, mio bene, vogliono dire qualcosa che da tanto attendiamo?" disse.
      "Sì!"
      Un monosillabo. Ma vi era racchiuso il mondo intero e anche sir Richard capì.
      "Avremo un figlio, sahib. - proruppe con voce raggiante il pescatore - Lo abbiamo atteso da quando il nostro villaggio si riunì per festeggiare le nostre nozze e sono passati otto anni."
      Pallido e lo sguardo febbricitante, l'uomo tentò di sollevarsi dalla stuoia su cui la moglie lo aveva fatto stendere; voleva  abbracciarla, ma non ci riuscì e ricadde all'indietro, senza però abbandonare il sorriso e al fratello che stava entrando in quel momento disse:
      "In questa casa ci sarà presto un bambino, fratello mio."
      Ashraf si precipitò verso la cognata, le prese la mano e la coprì di baci.
      "Allah è grande, sorella mia!  -  disse, con lo stesso tono del fratello, poi a questi - La tua gioia deve esssere grande. fratello!"
      "Non permetteremo ad Asada di tornare ad immergersi. Vero, Ashraf?" disse il pescatore.
      "Non lo faremo. Allah ci aiuterà!" assentì con convinzione il fratello.
      Rashid, che aveva ascoltato in silenzio, prese da una delle bisacce un sacchetto e lo porse a Yizad.
      "Allah ti sta già aiutando, amico mio. -  disse semplicemente, poi, al cenno di diniego dell'uomo - Sono per il bimbo che nascerà e per sua madre."
      Mentre l'unguento agiva sul ferito facendolo scivolare in un sonno ristoratore, Asada si accostò al grande predone: nella piccola mano bruna spiccava la perla di Ashraf.
      "Se sarà un bimbo gli daremo il tuo nome, sahib e se sarà una femmina avrà il nome di colei che è favorita nel tuo cuore ed io sarò debitrice di questa perla con Ashraf fino a quando non ne avrò pescata un'altra. - Asada si interruppe: aveva scorto sul bel volto del rais una espressione di profonda tristezza, tuttavia riprese - Questa perla insanguinata con il sangue del mio uomo è un segno della benevolenza di Allah, che ha condotto amici generosi nella sua casa modesta."
      "Stai parlando con Rashid, il rais di Ar-Rimal, sorella mia." interloquì con sussiego il giovane Ashraf.
      "Sono soltanto un uomo infelice. - gli occhi di Rashid bruciavano come carbone ardenti - La mia donna è stata rapita e noi stiamo inseguendo i rapitori.  - spiegò, girandosi a guardare la donna  - E vi siamo grati di questa ospitalità."
      "Prendi la perla, allora. - lo sorprese Asada - Forse sanguinerà ancora, ma sono certa che ti porterà fortumna come ha fatto con noi e donala alla tua donna... - un attimo di esitazione -... quando l'avrai ritrovata... insieme a questo gioiello. -  maggiunse con un  sorriso quasi  di scusa -  Volevo farne un dono alla sposa di Asfraf per le sue nozze, ma il mare è uno scrigno tanto grande e ricco di cose preziose... Troverò qualcosa d'altro  per lei."
      Rashid tese la mano verso il medaglione, ignorando completamente la perla: era improvvisametne impallidito.
      "Dove lo hai trovato?" domandò, visibilmente sconvolto.
      "Tra i rami di un corallo." spiegò la donna.
      "Quando?" incalzò il rais.
      "Solo qualche ora prima del vostro arrivo.- spiegò lei - Ma... tu mi sembri turbato, sahib..."
      Rashid non la lasciò finire.
      "Questo medaglione appartiene alla mia donna. Io stesso gliel'ho donato. C'é il suo ritratto custodito all'interno ed io solo ho la chiave per aprirlo."
      Harith e sir Richard, nel frattempo, si erano avvicinati e così Amina ed Asraf, poi Rashid impugnò la minuscola chiave che portava legata al collo e l'aprì.
      Il medaglione passò di mano in mano prima di tornare in quelle di Rashid.
      "La principessa Jasmine! - esclamò Ashraf - E' la principessa Jasmine, vero, sahib? ... Guarda... guarda anche tu, Amina."
      "E'... è bellissima!" esclamarono insieme i due giovani.
      Amina passò il ritratto ad Asada, che lo rese al grande predone di Ar-Rimal.
      "Sapresti tornare nel luogo dove l'hai trovato?" domandò sir Richard.
      "Certo! - rispose Asada - Sono pronta ad accompagnarvi anche subito."
      "Scenderò io sott'acqua. -  si offrì il giovane Ashraf  -  Tu ci   indicherai il posto... se loro - indicò gli ospiti - sono in grado di stare in acqua come in terra."
      "Sappiamo nuotare. -  lo rassicurò il rais ed allo sguardo di stupore comparso sul volto del ragazzo - Lui è inglese. - spiegò, mentre continuava a contemplare con animo tormentato lo stupendo volto che gli sorrideva dal medaglione e fu  proprio  nell'atto di portarselo alle labbra a fare la sconvolgente scoperta - Per Allah!... Questo non è il volto della mia Jasmine...   -  proruppe  - Jasmine ha gli occhi azzurri e la sua fronte è pura e senza nei..."
      Sir Richard gli strappò quasi di mano il gioiello e lo fissò con estrema attenzione:  il colore degli occhi della ragazza che sorrideva dal ritratto erano neri come l'ebano  d'ebano ramati era il colore capelli e non castano dorato come quelli della principessa Jasmine. E quel grande neo sulla fronte, che rendeva così misterioso lo sguardo della ragazza che sorrideva  dal medaglione, Jasmine non lo aveva.   Jasmine, invece, era sull'angolo destro del mento che esibiva un segno di disinzione: una minuscola voglia dalla vaga forma di stella.
      "Questa ragazza non  è la principessa Jasmine!"  confermò  il lord inglese.
      "E' vero!" convenne lo sceicco Harith quando anch'egli ebbe il medaglione fra le mani.
      "Per tutte le balene dell'Oceano! -  proruppe l'inglese, accantonando la proverbiale flemma - Tutto questo ci pone davanti ad un enigma da risolvere...Se la tua  chiave ha aperto questo medaglione, Rashid, amico mio... questo che abbiamo davanti deve essere proprio il medaglione della principessa Jasmine..."
      "Ma il ritratto non è della mia Jasmne!"  insistette cupo il rais.
      "Abbiamo un mistero da scoprire e prima lo risolveremo, meglio sarà!"
      "Una cosa è certa. -   continuò sempre più  cupo  Rashid - Hakam si nasconde da queste parti e Jasmine si trova con lui!"

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