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  • La condizione della Donna nel Storia
  • La donna nella Storia: Vizi e Virtù
  • Lo stupro che causò la fine della Monarchia romana
  • A G A R - Prima femminista della Storia
  • A G A R - Schiava o Sposa)
  • E V A - primo clone umano?
  • POESIA AMOROSA
  • MITICHE REGINE
  • Diventare adulta (brani tratti da libri)
  • Una nuova sposa per il Faraone (brani tratti da libri)
  • La
  • Nell'Harem
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L'harem nella cultura araba

Fu  l'istituto della poligamia a favorire l'uso dell'harem, nel mondo arabo.
L'harem, il cui significato letterale è: "luogo sacro e proibito", era la parte della casa destinata alle donne.
L'usanza di relegare le donne in un appartamento della casa è antichissima ed in alcuni Paesi viene ancora oggi praticata. Un’usanza che trasformava la donna in un oggetto e la defraudava della dignità e della individualità di persona.
Prigioniere senza sbarre, le donne dell'harem, di natura pigre ed indolenti, conducevano un'esistenza inoperosa; al contrario della donna beduina, ad esempio, sulle cui spalle gravava il peso della famiglia, ed al contrario anche della popolana cittadina, attiva e lavoratrice.
Analfabeta, ignorante, fuori del tempo e del mondo, la donna dell'harem viveva esclusivamente per il piacere dell'uomo, perciò, ogni azione, ogni pensiero, ogni cura, erano rivolte a tale, unico scopo.
L'uomo, dal canto suo, rispondeva a questa totale dedizione, appagando ogni suo capriccio, naturalmente secondo i propri mezzi; spesso, infatti, queste donne disponevano di appartamenti propri e di proprie schiave.

Arrivavano numerose, negli harem, vendute dalle famiglie o frutto di quella dolorosa piaga che l'Europa conosceva come la: "Tratta delle bianche".
Tra questo elevato numero di donne, il Sultano sceglieva le sue Kadin, le concubine. Generalmente quattro.
Rispetto alle altre donne, queste godevano di particolare considerazione, ma dovevano obbedienza alla padrona, cioè alla moglie: la Valde Sultan, ossia la Sultana-Madre, donna libera, cui tutti, lo stesso marito, dovevano rispetto. 

Il problema più assillante di un harem era quello di vincere la noia di interminabili giornate oziose. Non potendo uscire di casa, se non in rare occasioni, quando ciò accadeva, queste donne finivano sempre per vagabondare nei bazar, mettendo a dura prova la pazienza dei venditori.
Entrare ed uscire dai negozi, tra estenuanti contrattazioni e senza comprare niente, era il loro divertimento preferito.
Un altro passatempo era quello di recarsi ai bagni pubblici. 
In quelle scorribande, però, non erano mai sole;  c'era sempre qualcuno a sorvegliarle: una donna anziana oppure un eunuco, un uomo, cioè, privato della propria virilità a tale, unico scopo. L'uso di affidare le donne ad un eunuco era passata al mondo musulmano dalla civiltà bizantina.

Quando mancavano le occasioni per uscire di casa,  queste impareggiabili, oziose creature, organizzavano feste e visite di cortesia all'interno del palazzo: nell'arte di intrattenersi a vicenda, quelle oziose e lussuriose donne, erano vere maestre.
Su splendidi terrazzi affacciati sul mare, potevano passeggiare, danzare, bere the, mangiare focaccine di farina di datteri e sfoggiare gioielli: orecchini, collane e bracciali di preziosissima e finissima filigrana, nella cui arte gli orafi arabi sono sempre stati grandi maestri.
I divertimenti erano quasi sempre sciocchi ed infantili; andavano dalla “moscacieca” al “nascondino”,  dal “gioco dei perché” a “gioco della verità”.
La loro preferenza, però, andava agli scherzi perfidi e pesanti a spese di ancelle ed eunuchi. Soprattutto questi ultimi, costretti a subire crudeli commedie per lo spasso di un pubblico sciocco, insensibile ed annoiato.
Donne ed eunuchi si odiavano profondamente: le prime, perchè scaricavano su quelli i rancori verso il maschio, i secondi perchè non potevano sottrarsi alle angherie di quelle… entrambi vittime di un malcostume che ha preteso molta legna da ardere, prima di diventare cenere…


 

L'harem nella cultura cinese

 L'harem nel mondo cinese

L'harem nel mondo cinese
Unico e inaccessibile, l'harem imperiale cinese era una vera "città proibita",  tale  e quale era stato battezzato: una città di donne, eunuchi e guardie. Costituiva una vera piramide con al vertice la Regina.  C'erano, poi, tre  Spose Primarie, più altre nove Spose Secondarie   a cui andavano aggiunte ulteriori ventisette Spose di Terzo Grado. Seguivano ottantuno Concubine ufficiali ed un numero imprecisato di concubine non ufficiali.
L'alcova imperiale era, dunque,  più che mai attiva e recava l'impronta di un numero impressionante di corpi femminili.
Le più assidue nel frequentarla, per quanto strano possa apparire, erano quelle che occupavano i gradini più bassi di quella particolare ed inconsueta piramide umana:  le Concubine, più che le Spose e le Spose, più che la Regina, la quale viveva appartata e   solo di rado e non più di una volta l'anno frequentava il talamo nuziale. Per l'intera notte,  se Spose Primarie,  per il tempo della "prestazione", per tutte le altre.
E' chiaro che l'organizzazione di uno "Stato" composto da un così gran numero di donne richiedesse ordine e regole ferree, soprattutto nei ranghi superiori e che l'osservanza   di  tali regole era  fondamentale  per rendere accettabile la convivenza.
Era tra le concubine, un esercito di donne annoiate, isteriche e  tristi, che si mettevano in atto le strategie più raffinate, sottili e  sleali, allo scopo di raggiungere quel talamo ed occuparlo il più a lungo possibile: l'imperatore era assai generoso con chi riusciva  a risvegliarne i turbamenti erotici e la posizione di  Favorita significava onori, potere e ricchezza. 

Concubine, oggi, in Cina?
La poligamia non esiste più.  Non di diritto, almeno! Esiste, però, una poligamia di fatto, condannata, ma tollerata: uno dei tanti contrasti di questo splendido ed affascinante Paese dalla millenaria cultura.
Nelle città più ricche ed industrializzate del Paese, si è posto in atto un costume socio-culturale assai particolare. Sono molti i maschi abbienti (molto abbienti) che si dividono fra due donne: la moglie ufficiale e quella non ufficiale. Esistono quartieri di lusso  che  ospitano la concubina-amante con  figli e  qualche volta, la moglie non ufficiale non è una soltanto... se questo non è harem!

L'harem nella cultura antica


La segregazione della donna in una parte della casa, quasi sempre ai piani superiori, testimonia la scarsa stima dell'uomo nei suoi confronti.
Nella società sumerica, in verità,  la donna godeva di notevole considerazione ed era la "Signora della Casa". Ciò, nondimeno, non le evitò la condizione di donna condivisa. Le venne riparmiata, è vero, la segregazione, ma all'uomo era riconosciuto il diritto di avere altre spose e di scegliersi concubine tra le schiave ed alla donna, solo di dovere di accettarlo.
In una tomba regale furono trovati i corpi allineati di dieci Regine più un numero imprecisato di "Donne di corte"  con i loro fastosi gioielli e gli abiti da cermonia.
Nella tomba di re Abargi, inoltre, furono trovate le spoglie (ad un livello soprastante di sepoltura) della Regina Shubad e di un'altra Regina di cui si ignora il nome, insieme a quelle di numerose concubine ed ancelle.
Il Rituale di sepoltura (vedi il post: "Il Pozzo della Morte") prevedeva, infatti, anche  il sacrificio umano. La condizione della donna mesopotamica non migliorò con il tempo. Al contrario, peggiorò nel periodo semitico che seguì.
La donna si vide fisicamente segregata nel gineceo, la parte della casa a lei riservata. Non da sola, ma assieme ad altre donne: mogli e concubine.
Giuridicamente, il matrimonio era un contratto, spesso stipulato da altri, che contemplava la procreazione e l'educazione dei figli e la sterilità della donna poteva essere causa di  ripudio. Una mancanza che si poteva aggirare e superare con una "sostituta" che mettesse al mondo figli considerati della prima moglie.
Un aspetto, questo, dell' "amore libero" riconosciuto ed apprezzsto. Come riconosciute ed apprezate erano anche le prestazioni sessuali delle "Sacerdotesse del Tempio" che servivano la Dea dell'Amore.

Non solo Babilonia, ma anche l'Antica Grecia, la Bibbia e Roma antica ritenevano utile e necessaria l'esistenza di tale tipo di prestazione, che creerà la figura della cortigiana e poi della prostituta.

Nella cultura egizia sappiamo bene quanto importante fosse l'apporto della famiglia... soprattutto di una famiglia assai numerosa ed allargata, per il Faraone. (vedere post: La Famiglia: sostegno indispensabile del Faraone" nella Pagina Antico Egitto)
Così come nella cultura biblica. Dell'epoca  dei Patriarchi prima e dei Sovrani dopo.

Anche l'Antica Grecia e l'Europa dei Balcani rispecchiavono perfettamente la dipendenza della donna dal marito proprio attraverso la relegazione in una zona della casa a lei riservata e separata da quella destinata agli uomini.
Ogni  casa di ceto elevato aveva il suo gineceo.
La donna libera non ricopriva ruoli civili o sociali ed era destinata al matrimonio ed alla maternità; non usciva mai di casa, se non in occasioni rarissime, come matrimoni, nascite o cerimonie religiose.
Se il sesso con la moglie era inteso come mezzo di procreazione e senza troppi coinvolgimenti erotici, per avere un'intesa sessuale,  l'uomo si vedeva riconosciuto il diritto di  avere una o più concubine. Una terza figura femminile, infine, dava lustro al gineceo anche se non ne era strettamente vincolata:  la etèra, una donna colta e di fine intelletto, che sapesse intrattenere con dibattiti e conversaziobi filosofiche e culturali e che accompagnasse il padrone in quei posti dove  moglie  e concubine non potevano mettere piede.

Insolita e particolare era anche l'usanza, presso antiche culture del Nord Europa, della "Famiglia comune" o "Letto comune", che prevedeva la condivisione  della donna tra fratelli.
Ne parlò anche Cesare nel suo "De Bello Gallico" a proposito di alcune tribù dell'Irlanda: con  il termine "gwely", si indicava, infatti, sia  il letto che la famiglia.
Tacito  parla di Clothru, moglie dei suoi tre fratelli e madre di Lugard, figlio di uno dei tre, che la donna sposerà e da cui avrà un figlio che diventerà Re.
Una storia d'amore incestuoso, avverte lo  storico romano, da non prendere alla lettera.

 

Origine del velo nella cultura islamica

L'uso del velo è antichissimo, comune a tutte le culture; lo portavano perfino le romane d'epoca imperiale, appoggiato alle dorate ed elaborate parrucche ed era interdetto, presso gli antichi babilonesi, alle cortigiane.
Era presente, perciò anche anche nella società araba-preislamica, profondamente maschilista, dove era addirittura una necessità, poiché sollevare lo sguardo su un uomo era considerato un attentato alla sua "superiorità di maschio".
Divenne un precetto islamico solo in seguito, quando Maometto provò a migliorare le condizioni della donna. Contro i suoi progetti si scagliarono i suoi avversari e lo fecero  colpendo proprio le donne della sua famiglia.
Le mogli e le figlie del Profeta erano costantemente minacciate per strada e subirono  anche tentativi di stupro per cui furono costrette a restarsene in casa.
L'alternativa era il velo, che divenne da quel momento la prima forma di segregazione per le donne islamiche cui, per un brevissim istante, era stato concesso di respirare aria di libertà.

DONNE VIOLATE

La cronaca ci ha abituati ad episodi di violenza contro le donne..."  Femminicidio",  chiamano tale triste fenomeno. Donne che perdono la vita per mano di uomini violenti e possessivi, per la maggior parte dei casi nell'ambito familiare.
Si tratta di un fenomeno universale che coinvolge ogni strato sociale e culturale, senza esclusione alcuna. Si tratta del "lato oscuro" del maschio, spiegano psicologi e psicoanalisti. Si tratta di istinto animalesco, spiegano, che trova origine nell'agressività e nell'istinto predatorio degli antichi progenitori. Soprattutto nel branco, il quale identifica  l'eros con la violenza e lo stupro e la donna viene percepita come un oggetto  e non un essere umano. Così negli stupri di guerra, così negli stupri  del branco.
La cronaca, però, sorvola su un vergognoso ed altrettanto triste fenomeno oppure non ne parla a sufficienza, forse perché  di casa nostra non é: parlo del Gendercidio.
Che cos'é il Gendercicio?
Potremmo definirlo l'aspetto più drammatico della discriminazione e selezione dei   sessi:  la forma più subdola di violenza sulla donna. Si tratta, in sostanza, dell'aborto selettivo di feti o di soppressione di neonati di sesso femminile: bambine che non vedono la luce o che vengono uccise appena nate.
Le armi usate? Aborto o veleno.
Dove, il triste fenomeno è più diffuso? Là dove c'è oppure c'era fino a poco tempo fa, povertà e sottosviluppo.
In realtà, si tratta solo di un alibi, quello della povertà, poiché in quei Paesi la crescita economica è sotto gli occhi di tutti, come sotto gli occhi di tutti é l'assoluta indifferenza verso questo sterminio di particolare proporzioni.
In alcuni Paesi (non occorre far nomi, essendo il fenomeno sotto gli occhi di tutti),  l a donna è ancor oggi è considerata un peso, mentre in altri pare che la tendenza sia,  per così dire, quella di invertire la rotta.
Molti i Paesi in cui è stato proibito l'aborto selettivo (fino a ieri ampiamente praticato) ed in si sono   disposti incentivi a favore dei figli di sesso femminile, ma ciò  non ha ancora  prodotto significativi mutamenti e la ragione è da ricercarsi, forse, in un  modello di società sostanzialmente maschilista.

MUTA'A... matrimonio "usa e getta"?

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MUTA'A... matrimonio "usa e getta" ?


E' noto quanto importante e talvolta perfino ossessivo sia il senso del pudore nel mondo islamico.
L'Islam, però, non é contrario al piacere del sesso. Arriva perfino ad esaltarlo: é un dono divino e come tale va coltivato e rispettato, afferma il Corano.   Significa  che va praticato, ma soltanto entro il "lecito consentito" e il  lecito consentito viene stabilito dalla shari'a, ossia dalla Legge Coranica.    E   la schari'a  stabilisce che  tale "lecito",  sono i  confini  del matrimonio. Al di fuori dell'istituzione del matrimonio, infatti,  quel "dono divino"  é il più esecrabile dei peccati: é adulterio.
Tutti virtuosi, dunque, gli uomini di fede islamica? Non proprio!
Come conservare la "virtù" ed assecondare i propri appetiti sessuali al di fuori del matrimonio legale?
Semplice: in passato lo si faceva attraverso l'istituto della poligamia, del concubinato, dell'harem (istituzioni pulsanti di vita davvero fino a pochissimo tempo fa)... e non ultima la "Muta'a sessuale", che letteralmente potremmo tradurre:  nozze di piacere a scadenza fissata.

Si tratta di un contratto matrimoniale "a tempo determinato" che vede come attori un uomo (quasi sempre sposato) ed una donna (assolutamente nubile)... e questo la dice lunga già da sè ed è   un contratto matrimoniale perfettamente  legale,   che prevede  perfino il versamento di una dote e il mantenimento di eventuali figli nati dall'unione.   Si  tratta, però, di una istituzione che mortifica la donna e soddisfa, invece, le voglie sessuali dell'uomo.

In realtà, la Muta'a é una forma legalizzata di adulterio (farsi l'amante, diremmo noi occidentali) che mette l'amante al riparo dalla fustigazione: questa é la punizione per una donna riconosciuta adultera, anche quando l'adultero é l'uomo. Ma é anche una forma nascosta e subdola, ma perfettamente legale,   di prostituzione, la quale altro non é  che  prestazione a pagamento della propria sessualità.
Qual é la posizione della donna in questo contesto?
E' considerata donna di serie B e non gode di alcuna delle tutele della donna regolarmente sposata.

La Muta'a, però, non gode del favore di tutta la gente di fede islamica: ha i suoi detrattori ed i suoi sostenitori. E  così, se la corrente islamica degli sciiti ne fanno largo ricorso, quella più puritana ed inflessibile dei Sunniti la osteggia apertamente ritenendola pratica immorale ed illecita..

Esiste, però, un altro tipo di Muta'a: quella che esclude il sesso.
Per gli occidentali si tratta di un'usanza non meno   incomprensibile   dell'altra, ma ad una approfondita riflessione si scopre che, in fondo, anche in Occidente é assai in uso.
Di che cosa si tratta?
Si tratta della figura dell'"accompagnatrice" ( e ricorda un po' anche la geisha giapponese).
Questo tipo di Muta'a permette all'uomo di frequentare una donna e godere semplicemente della sua compiagnia, ma anche ad un fidanzato di conoscere (prima del matrimonio) la donna scelta per lui.
A patto, naturalmente, di tener il sesso  fuori del  "gioco".

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A G A R

Figura biblica femminile  fra le più controverse. Forse la più controversa.  Perfino nel significato del nome: amarezza, straniera, fuggitiva, nell'intrepazione egizia, ebraica o araba.
Sempre tracciata da mano maschile, mai femminile.
Eppure oggi questa figura, come disse in un'intervista la scrittrice pakistana  Thamina Durrani (autrice del libro Schiava di mio marito), è stata scelta come simbolo islamico per rappresentare l'impegno delle donne musulmane di uscire da una condizione di dipendenza ed immobilismo .
Ma non solamente delle donne   musulmane.
Agar è una donna che, rispetto ai costumi del tempo, si pone in una posizione critica mettendo in  discussione privilegi (maschili e femminili) ed offrendo spunto per riflettere sulla condizione femminile.
Ma chi é il personaggio Agar?
La tradizione ce la consegna quale schiava di Sarai, Sposa Primaria di Abramo, capo del popolo degli Ibrihim (figli di Abramo) rifugiati in Egitto durante una carestia.
Secondo il racconto biblico  durante la sua permanenza in Egitto Abramo  acquistò servi serve e qualcuno ipotizza che Agar fosse tra  queste.
La prima domanda che viene spontanea é: poteva una persona appartenente al popolo dominante essere schiava di una persona appartenente al popolo ospite e dominato?
Fra le tante leggende sorte intorno a questa figura (di cui non esistono tracce né prima né dopo questi fatti) una la vuole figlia del Faraone che si era invaghito di Sarai. La ragazza si sarebbe talmente affezionata a quella donna dai gusti raffinati (Sarai era di origine mitanne: una babilonese) assai diversa dalle donne egiziane, da averla voluto seguire quando Abramo lasciò l'Egitto... come andò a finire lo vedremo presto!

Agar: schiava o sposa?
Sposa, sorella, serva...  (solo madre, con ben altra funzione) erano termini che si attribuivano indipendentemente alla donna.
Nella cultura ebraica Agar é soltanto la schiava di Sarai, per quella islamica, invece, é la Sposa Secondaria del Patriarca.
Nella Genesi  Sarai dice al marito - verso 16:2
"Ecco, il Signore mi ha fatta sterile, ti prego vai dalla mia serva: forse avrò un figlio da lei."
La consuetudine glielo consentiva: in caso di sterilità il figlio nato dalla schiava, partorito sulle sue ginocchia come dal proprio grembo, le apparteneva. Era suo figlio!
Oggi un simile costume è considerato una violenza inaccettabile.  Per entrambe le donne: per il dolore e la mortificazione di Sara e per l'oltraggio su Agar.
La donna sterile all'epoca era  considerata una sciagura per la famiglia e Sarai era sterile.

Sarai non può adempiere alla promessa di Dio di fare di Abramo "Il Padre di una grande Nazione":  la sua sterilità compromette il Disegno Divino, che è il tema dominante di tutto il racconto.  Ed é proprio Sarai ad intervenire.
Abramo resta nell'ombra.  Egli "ascolta la voce di Sarai" quasi fosse un personaggio secondario del dramma.
Ma le due donne non sono alleate e quell'atto genera conflitti e rivalità. Ogni diritto viene calpestato: Agar diventa un oggetto, uno strumento da usare.
Anche i termini  "prendere"   "dare" ... utilizzati  quando si parla di  lei, sarebbero per una donna dei giorni nostri, oltremodo offensivi. 

Agar, riporta la tradizione biblica, si insuperbisce e si carica di arroganza quando resta incinta e Sarai si lagna con Abramo il quale, ancora una volta:
"E' la tua schiava ed é in tuo potere, fanne che cosa vuoi."  dice,  rientrando nuovamente fra le quinte e lasciando la scena del dramma alle due donne.
"Sarai la maltrattò tanto che quella se ne andò."  riporta testualmente la scrittura.
Sara é forte, ma Agar é ribelle. Scappa, ma poi ritorna; si umilia e restituisce il prestigio all'altra.


"Quanta sofferenza, quanta angoscia e desolazione ha causato Agar con la sua complicità nell'intento di dare un erede ad Abramo"  - Genesi  15 -4:5.
Quasi una aticipazione alla tribolazione che verrà: quella rivalità di Popoli che ha attraversato i secoli ed ha raggiunto i nostri giorni.  Rivalità di Popoli che ha avuto origine proprio dalla rivalità di quelle due donne: Sarai, gelosa e prepotente e  Agar, intollerante e ribelle.
La rottura finale giunge, però, con la rivalità dei figli: Ismaele, il figlio di Agar  e Isacco, il  figlio   di Sarai e  ancora una volta Abramo ascolta Sarai, che adesso é diventata Sara, cioé Signora-Regina:
"Scaccia quella schiava e suo figlio perché il figlio di quella schiava non sia erede con mio figlio."
Abramo scaccia Agar e Ismaele.

L'analisi finale del racconto può sembrare addirittura un gesto spietato e immorale: scacciare un figlio e votarlo a  morte quasi sicura.
"Abramo le dà del pane e un otre d'acqua."  -  Genesi  21 8:4
Ai nostri poveri occhi ciechi non pare vi sia della morale in questo gesto: un otre e del pane per affrontare da soli il deserto?
In realtà, per il credente, il disegno divino non si conclude con la  cacciata di Agar.  Agar e Ismaele non periranno nel deserto: in loro soccorso arriverà l'Angelo il cui intervento condurrà all'adempimento delle Promesse  Divine:
"Io farò diventare una grande nazione anche il figlio della tua schiava che é tua prole"
la stessa Promessa fatta per Isacco:
"Farò di lui il Padre di una grande nazione."

Ma qui un'altra domanda é d'obbligo: Chi... o Cosa é l'Angelo?
Chi ha soccorso veramente Agar e Ismaele? La Provvidenza Divina... Certo!
Lo dice la tradizione biblica, lo conferma quella islamica attraverso alcuni riti del pellegrinaggio alla Mecca, la corsa attraverso le collinette di Safa e Marwa,  che rievocano l'affannosa corsa di Agar alla ricerca di acqua per dissetare il figlio: Agar é forte. Agar é coraggiosa. Agar non si arrende.  Agar ha sempre dovuto conquistarsi ogni cosa.
Agar e Ismaele non sono più tornati alle querce di Mambre, ma sono rimasti nel deserto del Paron.   Nessuna notizia, nessun cenno su quel ritorno, solo che "sua madre gli (a Ismaele) prese una moglie del paese d'Egitto."
Questo potrebbe far supporre che siano tornati in Egitto o rimasti in terra di Sinai,  il cui territorio di frontiera era disseminato di avamposti militari egiziani...  questo, però,  conduce inevitabilmente ad altre supposizioni.

 

TARPEA

TARPEA...    e le SABINE

Sappiamo tutti della Rupe Tarpea, tristemente nota perché gli Antichi Romani vi scaraventavano di sotto i condannati rei di tradimento.
Da chi prese il nome?
Da una giovane un po' venale e vanitosa e con la predisposizione al tradimento. Il  suo nome era Tarpea, figlia del custode del Campidoglio.
Tarpea aprì l'Arx ai Sabini di Tito Stazio e li fece entrare in città, in cambio dei bracccialetti d'oro che i soldati sabini portavano al braccio sinistro.
Non solo quelli, però, i soldati le consegnarono, ma anche gli scudi sotto cui la schiacciarono, disgustati dal suo atto di tradimento.
Ma torniamo un po' indietro.
Perché i Sabini erano in guerra con i Romani?
Allorquando Romolo ebbe terminato di edificare la sua nuova città, per aumentarne il numero degli abitanti, accolse gente proveniente da ogni parte e introdusse leggi che garantivano  gli stessi diritti a tutti,   sia che  chiedessero asilo   o che fossero schiavi in fuga e perfino ladri. Dopo di ciò, inviò messaggeri alle popolazioni vicine per creare alleanze e contrarre matrimoni.
La crescente potenza della giovane città di Roma, però, non accolse consensi, soprattutto riguardo i matrimoni e così Romolo ricorse ad un espediente. (che peraltro conosciamo tutti).  Istituì una grande festa in onore di Konsuo, dvinità campestre, la Festa Consualia, nella Valle Murgia a cui invitò tutto il vicinato;   otto mesi erano trascorsi dal popolamento della nuova città.
Accorsero in tanti: Ceninesi, Crustumini, Sabini ed altri.
Al culmine della festa, però, i Romani rapirono le donne dei loro ospiti i quali giurarono di vendicarsi e mossero guerra a Roma.


Con la città di Cenina fu vittoria totale, quanto ai Crustomini,  scamparono al saccheggio solamente grazie all'intercessione di  Ersilia,  moglie di Romolo,  anche  lei  tra le  donne rapite, ma che  nel frattenpo si era innamorata del marito, a cui aveva dato un figlio.
La resistenza dei Sabini, però, fu assai più dura e strenua soprattutto per le capacità strategiche del loro comandante, Mezio Curzio.
Durante un durissimo combattimento, però, le donne sabine, ormai mogli di romani, si frapposero fra i combattenti, mostrando a fratelli e padri i loro figli ed ottenendo la riconciliazione fra i due popoli.

Ma... sarà tutta qui la verità? Ad "offrire" ai  Sabini di Tito Stazio la vittoria, sarà stato davvero il tradimento di una ragazza innamorata o non, invece,  il valore delle armi?
I Romani avevano sbaragliato la modesta resistenza dei Latini, ma i Sabini erano tutt'altra faccenda. I Sabini erano un popolo fiero di stirpe guerriera, discendenti di un gruppo di spartani emigrati.
La battaglia per il ratto delle donne, in realtà, era una guerra per il dominio dei Sette Colli
e Stazio era più che certo della vittoria.
Egli prima inviò ambasciatori per richiedere il rilascio delle donne (una trentina o poco più) poi passò alle armi.

Proprio qui si inserisce la tragica figura di Tarpea. "Collaborazionista"... l'avremmo chiamata oggi.
Gli storici sono impietosi con lei; un po' più pietosi,  i poeti. Implacabili saranno, invece, proprio quelli che lei aiutò: Tazio, che lei amò fino al tradimento:
"...Sposami ed entra nel mio letto regale - disse -
  e quando ebbe parlato
  la seppellì sotto gli scudi dei compagni..."
racconterà Properzio.

In realtà, il tradimento di Tarpea (sarà realmente esistita?) sembra più un alibi per giustificare la facilità con cui avvenne la conquista della rocca del Campidoglio.
Le condizioni di Tazio, infine, furono davvero pesantissime e durissime. Tanto per cominciare, si fece Re assieme a Romolo e regnò con lui (prima di essere ucciso) per cinque anni e poi aprì le porte della città al popolo Sabino che vi si stabilì a pieno diritto.

TULLIA


Si colloca  a pieno diritto  fra le figure femminili  più fosche della Storia di Roma Antica.
La Monarchia sta perdendo sempre più consensi;  di lì a poco, con Tarquinio il Superbo,   cesserà di esistere.
I Re a quell'epoca si innalzavano ed abbattevano con la stessa facilità.
Tullia,  figlia  di Servio Tullio, VI°  Re di Roma, era una  donna divorata dalla sete di successo, onori  e potere.
Rimasto il Re, Servio Tullio, gravemente ferito in un attentato, le sue due amabili figlie  cominciarono immediatamente a tramare l'una contro l'altra per spingere sul trono i rispettivi mariti, fratelli e figli di  Tarquinio Prisco, V° Re di Roma.
Poiché il marito non dimostrava eccessivo entusiasmo al progetto,  l'ineffabile Tullia lo spedì
nell'Averno e convolò a giuste notte con il marito della sorella: Lucio Tarquinio, il futuro Tarquinio il Superbo, ultimo Re di Roma.  Questi, nel frattempo,  si era sbarazzato della moglie,  reputando assai più utile per la sua causa la disinvolta ambizione  di Tullia.
Bisognava affrettare i tempi, poiché c'erano già troppi pretendenti a quel trono: i figli dello stesso Re.
Lucio Tarquinio convocò immediatamente il Senato per rivendicare i suoi diritti. 
Avvertito, il Re lo raggiunse in Senato e al cospetto dei Senatori lo rimproverò aspramente, ma Lucio lo trascinò fuori della Curia e lo gettò giù per le scale.
Il Re riesce a salvarsi, ma viene ferito a morte dai sicari. Si trascina per strada, ma sopraggiunge sua figlia Tullia la quale, invece di soccorrerlo,  lo travolge con il suo  cocchio uccidendolo.

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Sulla sua nascita non si sa nulla di preciso, neppure il luogo: la data, fissata nell’anno 500, è del tutto arbitraria.
Qualche storico le ha assegnato come patria l’isola di Cipro, qualcun altro la Siria; di sicuro si sa soltanto che è nata tra i carrozzoni di un circo: il padre, guardiano di orsi e la madre, figurante di circo.
Era la secondogenita di tre sorelle.
Una figura leggendaria, questa donna, che ha avuto estimatori e denigratori fra quanti, soprattutto storici e biografi, hanno voluto stendere su di lei una favolosa quanto fantasiosa biografia.
L’essere nata sotto la tenda di un circo, ritenuto a quei tempi luogo di corruzione e vizio, ha finito per marchiarla frettolosamente e senza possibilità di appello, come donna viziosa e lussuriosa.
Teodora non era certo una donna virtuosa, ma un più attento studio sulla sua personalità e attitudine, ci restituiscono un ritratto  po’ meno severo.
Suo maggior denigratore fu senza dubbio lo storico Procopio che, nella sua “Storia Segreta”,  le attribuisce ogni sorta di vizio, perversione e delitto ed è proprio con questo marchio che il ritratto di Teodora è arrivato fino a noi.
Soltanto oggi, dopo attenta riflessione ed approfondito studio degli eventi storici in cui è vissuta, si è scoperto  quanta influenza, quasi sempre positiva,  questa donna abbia avuto sulle sorti dell’Impero d’Oriente.

Di una cosa si è certi: danzatrice o imperatrice, Teodora non fu mai una semplice comparsa.
Perfino nell’esordio, le due “carriere”, furono ugualmente folgoranti.
Morto il padre, la madre la “scaraventò” nella pista di un circo assieme alle sorelle, Comito ed Anastasia, a suscitare la pietà del pubblico; un pubblico diviso in due fazioni: i Verdi e gli Azzurri.
Sostenuta dagli Azzurri e osteggiata dai Verdi, appena ne ebbe l’occasione, Teodora mostrò, nei confronti di costoro, quanto vendicativo fosse il suo carattere.

Cominciò proprio in quella pista la carriera di colei che di lì a pochi anni sarebbe diventata la più celebrata stella dello spettacolo. (una Madonna dei nostri giorni.)
A diciotto anni era la Regina indiscussa dell’ Ippodromo di Bisanzio, (l’equivalente del  Colosseo di Roma): uno dei due strumenti che gli Imperatori usavano per soddisfare il popolo; l’altro era il grano. Pane e Circo: Panem et Circenses.
Teodora ne era l’attrazione principale: bellissima, conturbante, intrigante, intelligente ed assolutamente priva di pudore.
La sua fama era quella di donna dissoluta e libertina (anche per i suoi tempi) e non deve stupire che le cosiddette persone per bene evitassero perfino di incontrarla per strada.
Nonostante questo, Teodora si sposò per ben due volte, prima ancora di compiere venti anni.
Il secondo matrimonio  la portò ad Alessandria d’Egitto ed alla scoperta di una Cultura ed una Filosofia che ebbero su di lei una incredibile e straordinaria influenza, tanto da accendere in lei un grande mistico fervore.
Se lo storico Procopio aveva fatto di lei il simbolo del vizio e della perversione, qualcun altro pensò non solo a riabilitarla, ma addirittura ad elevarla spiritualmente: Diehl che parla di lei come di una donna diventata casta e morigerata.
Questo anelito di misticismo, però, non durò a lungo.
Teodora era una donna innamorata della vita e dell’amore. Si era sempre presa cura della propria bellezza, che l’aveva resa musa ispiratrice della sessualità maschile e desiderava continuare a farlo.
Non tardò, dunque, ad avvertire un certo disagio religioso: non poteva esserci molto in comune tra una come lei ed una Religione che tuonava contro i piaceri della carne e ne mortificava gli slanci naturali con rinunce e penitenze.
Teodora lasciò Alessandria per Antiochia e strada facendo finì per riprendere (per voglia o per necessità) la vecchia attività.

Fu in quel periodo che avvenne l’incontro con Giustiniano, che all’epoca non era ancora Imperatore.
A presentare i due fu Macedonia, una famosa danzatrice amica di Teodora.
Fu il classico colpo di fulmine.
Il giovane Giustiniano manifestò subito l’ntenzione di impalmarla, ma la conturbante Teodora trovò nell’imperatrice Eufemia la più grande oppositrice a quelle nozze.
Eufemia, assai gelosa del suo fascino e della sua bellezza, era anche una donna meschina e non tollerava che la grande fortuna capitata a lei, potesse arridere anche ad un’altra donna.
Sì, perché Eufemia proveniva dal più infimo strato sociale: era solamente una schiava. Era la schiava prediletta di Giustino, l’Imperatore, che aveva finito per invaghirsene e sposarla, elevandola al rango di Imperatrice.

Teodora, però, oltre che bella, intelligente ed intrignte, si rivelò essere anche fortunata: Eufemia morì l’anno successivo.
Correva l’anno 523 dell’era cristiana.
Aggirato ogni ostacolo burocratico con emanazione di Leggi nuove o abrogazione di quelle vecchie, Teodora e Giustiniano riuscirono finalmente a sposarsi.
Associato al trono allo zio Giustino, Giustiniano divenne Imperatore d’Oriente e Teodora, la sua  Imperatrice.  
Le nozze  furono celebrate in pompa magna nella cattedrale di Bisanzio alla presenza di un popolo festante che tributò all’Imperatrice lo stesso entusiasmo riconosciuto alla danzatrice.
Un trionfo totale per Teodora e ancora di  più!
Era la rivincita della donna: Giustiniano, infatti, seguì sempre e comunque i consigli dell’Imperatrice, a cominciare dalle Leggi a favore delle donne: donne maltrattate in famiglia, malate e con pochi mezzi di sussistenza, ma soprattutto, donne dei bassifondi.
Nessuno, meglio dell’Imperatrice di Bisanzio, poteva conoscere le miserevoli condizioni di vita delle donne rinchiuse nelle “case di tolleranza” che, naturalmente, furono tutte chiuse.

Politiche sociali, intrighi di corte (assai numerosi), finissimo acume, Teodora mancò solo in una “missione”: dare un erede all’Imperatore.
Di figli ne aveva avuti. Due o forse tre, ma non era di certo un bastardo che Giustiniano voleva far sedere sul trono dell’Impero d’Oriente come suo successore.
Teodora era diventata sterile; forse la vita vissuta nel vizio, forse i numerosi aborti cui si era sottoposta, forse l’età.
Medici ed ostetrici fatti arrivare da ogni angolo dell’Impero e anche da più lontano, non riuscirono ad esserle d’aiuto.
Ricorse, a quel punto, alla magia. Sperimentò le più stravaganti quanto inutili pratiche magiche, fece arricchire fattucchiere e maghi, ma non raggiunse lo scopo.
C’era ancora una via. L’ultima. Ed era la Fede: voti e preghiere.
Allo scopo fece innalzare cattedrali, chiese e conventi, ma il Cielo continuò a tacere e restare indifferente.
Il 29 giugno del 548, Teodora la Basilissa moriva con questo unico, grande rimpianto e con un interrogativo per i posteri: fu fedele all’innamoratissimo marito?
Tutti gli storici concordano nel ritenere che prima di diventare Imperatrice, la vita di Teodora sia stata dissoluta e viziosa, ma si dividono sulla sua condotta dopo che ebbe indossato la porpora imperiale.
Possiamo affermare, però, senza dubbio di smentita, che il ritratto di donna dal sesso insaziabile, peccatrice e dissoluta, che ne fece il drammaturgo Sardon, non le rende giustizia.

LA "PRIMA" VOLTA

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Si allontanarono verso l'interno
della casa, la mente ancora occupata dal pensiero della sorte della liberta di
Nerone, ma con nuove prospettive di gioia e felicità. Si ritrovarono da soli e
Lucilla, coperta unicamente dallo sguardo innamorato di Marco.

Il giovane le si avvicinò piano.
Lentamente. Assaporando l'attimo meravigliosamente prossimo di un frutto da
cogliere. La guardava con tutta la sessualità accesa, l'olfatto eccitato:
l'aveva desiderata fisicamente fin dal loro primo incontro sul Palatino. Un
desiderio che lo aveva quasi ossessionato e spinto altrove: un desiderio mai
soddisfatto con alcuna altra donna, però. Un desiderio sempre più potente. Più
di ogni altra sensazione ed eguagliato solamente dall'amore che, per lui, era
sfaccettatura dello stesso sentimento.

Anche lei lo guardava. A piedi
nudi, le mani tremanti che reggevano un telo di lino e con dentro gli occhi
qualcosa che Marco non capiva. Le fu vicino. Lei continuava a fissarlo con
"quello" sguardo. Lui continuò ad accarezzarle le spalle nude poi le cinse la
schiena; il desiderio gli premeva dentro prepotente.

Lucilla si sollevò sulla punta
dei piedi; con un braccio gli circondò il collo e con l'altro continuò a
reggere il lembo del telo che copriva ormai così poco del suo corpo, ma
nascondeva tutto il suo pudore che brillava intenso, rannicchiato negli occhi
azzurri; Marco tremava d'emozione, mentre si chinava a cercare quella curva
eccitante; l'anima e i sensi, imprigionati dall'odore di lei.

"Marco, io.." cominciò lei con le
palpebre abbassate.

Marco comprese.

"Hai paura? - domandò - No!...
Non devi averne, tesoro mio. L'amore è una cosa dolcissima!" la rassicurò
rituffandosi nel suo sguardo e prendendo possesso dei suoi sensi e del suo
pudore. Abbassò il capo e la bocca affondò ghiotta sulla nuca e sul capo; il
telo scivolò a terra; il tripode, poco discosto, ardeva crepitando. Con le mani
la percorse: la schiena, i fianchi, la vita. Si insinuò tra curve e pieghe.
Lentamente. Leggermente. Dolcemente.

Lei sentiva liquido fuoco vivo
attraversarla tutta e l'eccitazione consumarla: il contatto con la diversità di
lui. Così dura. Così terrificantemente eccitante. Poi la bocca di lui, che
scivolava lungo il collo, la gola per fermarsi sul seno: "Oh!..." gemette.

Vinto da quella resa voluttuosa e
dall'ardore del proprio temperamento, Marco piegò un ginocchio e la trascinò a
terra con sé; con l'altro ginocchio, piegato, la sostenne; il soffio ansante
delle sue labbra sfiorava i capelli di lei.

Lucilla cercò di trattenere gli
ultimi brandelli di pudore, ma lui sorrise con inusitata dolcezza in tanta
eccitazione. Prese la mano di lei e ne guidò le dita tremanti sotto la tunica
slacciata. La pelle eccitata fremette. La bocca, sempre affondata nella
dolcissima curva tra collo e spalla, impazzì di piacere. Premette più forte.

Un brivido percorse Lucilla. Così
profondo da darle la sensazione di perdere conoscenza e vacillare. La sua mano
smise di carezzarlo; le dita si
contrassero, le unghia quasi si conficcarono nella schiena di lui. Si accorse
di essere distesa per terra, al bordo del letto. Supina.

Marco, a torso nudo, era sopra di
lei. La tunica di lui era per terra
accanto al suo telo di lino, ma lei ne vedeva solo un lembo, segmentato di
rosso. Vedeva l'aria rilucere del riflesso del tripode e il bel volto di lui
trasfigurato dall'eccitazione e dalla passione. Chiuse gli occhi e sentì le
labbra di lui che cercavano la sua bocca; le sue mani continuavano a
percorrerla. Rispose al bacio.

Nuovamente Marco prese la sua
mano per guidarla su di sè. Nuovamente lei fremette, mentre imparava a
conoscere quel corpo che amava e in cui era concentrato tutto il mondo, che
andava scomparendo intorno a lei: sempre più piccolo e stretto, fino a ridursi
a quel solo essere adorato. Le pareva,
mentre con le dita scorreva e scopriva la pelle eccitata di lui, i
rigonfiamenti, i muscoli, gli incavi, di conoscerlo già: quante volte aveva
accarezzato quel corpo facendo l'amore con lui con la fantasia.

Un'altalena di emozioni, un groviglio
di sensazioni che elevava e inabissava e i respiri ora corti, ora lunghi. Pian
piano i respiri si fecero calmi, placidi. Fino a scivolare all'unisono lungo un
tempo immobile. Come trasognata, Lucilla sentiva il capo di lui fremere contro
la sua spalla, il suo petto ansante, le sue mani sulle gambe. E Marco
sentiva le braccia di lei intorno al
busto, le gambe avvinghiate alle sue, le dita accarezzargli dolcemente la
schiena. Ancora cercò le labbra di lei, poi, quando le labbra la lasciarono per
saziarsi altrove, le vide reclinare il capo dolcemente di lato. Completamente
arresa. Completamente abbandonata. Completamente rilassata. Rilassati i muscoli
delle gambe, rilassato il grembo, rilassata la pelle intorno all'inguine.

Un dolore acuto le strappò un gemito, poi una sensazione di

sconfinato piacere che mutò in
eccitato languore i gemiti di dolore e che la trasportò in alto, verso vette
sconosciute e immacolate, in un tempo immobile, insieme a lui, in dimensione
irreale e magica.

Giacquero, l'una sull'altro, per
riemergere storditi e appagati.

(continua)

tratto dal libro LA DECIMA LEGIONE - Panem et Circenses di Maria Pace

di prossima pubblicazione

DIVENTARE ADULTA

Venne a distrarmi il pensiero del banchetto che le donne stavano preparando per festeggiare l'avvenimento.
Stavo osservando le ancelle che adunavano sui tavoli gli ingredienti per i dolci rituali quando vennero ad avvertirmi che mi si doveva acconciare per il banchetto. Venne una piccola folla: Iter, Nefrure, Subad, Nefer, Maritammon e le altre, tutte giulivamente cicalanti e tutte con un dono per me.
Il primo impulso fu di fuggire, ma non c'era alcuna possibilità di sottrarsi  all'avvenimento e così mi concessi loro con rassegnazione e l'espressione di una prefica.
Oltre al prodigioso unguento messo a punto dal Profumiere reale, la regina Meritre mi aveva inviato un altro dono: Tanit e Carite, due ancelle con il compito di occuparsi della mia persona.
Si misero subito al lavoro.
Tanit aveva pressappoco la mia età. Forse più giovane di un anno o due.
Piccola e minuta, aveva un visetto dai lineamenti delicati e un sorriso radioso; l’espressione era assai dolce e nello sguardo brillava un pizzico di vivacità e di malizia. Troppo giovane per avere un incarico nella cura della toeletta della mia persona, le fu dato un ventaglio di piume di pavone affinché ci liberasse un po’ dalla calura ancora assai grande di quegli ultimi giorni d'estate.
Carite, che avevo già visto da lontano al Santuario Dinastico al servizio personale della regina Meritre, mostrò doti di gusto e raffinatezza sia nel drappeggio delle vesti lungo il corpo, che nella combinazione degli accessori.
Aiutò Merit a scegliere le lacche per le unghie dei piedi e delle mani, poi mi sistemò sulle spalle e lungo i fianchi, le pieghe del calasiris, leggero e trasparente, che mi fu fatto indossare sopra la tunica aderente.
In verità, nel sistemare le maniche della veste e nel lasciare le braccia e il collo scoperti per i gioielli, Carite suggerì di lasciare scoperto anche il seno.
“I tuoi seni, principessa Agar, sono ancora piccoli, ma di bella forma.” disse porgendomi una ciotola di latte e aggiunse:
“Bevi! I tuoi seni cresceranno turgidi e rigogliosi e saranno la gioia degli occhi che li guarderanno.”
Avvampai. Alle parole e all’idea che qualcuno potesse ancora violare l’intimità appena recuperata.
“Bevilo tu.- risposi in tono acido respingendo la ciotola con un gesto brusco della mano - Nessuno sguardo riuscirà mai più a penetrare sotto le mie vesti.”
Scoppiarono tutte a ridere.
“Oh! Qualcuno lo farà, mia piccola Dea.- rispose lei deponendo il latte su un tavolino dove c’erano tutti gli arnesi per il trucco - Qualcuno lo farà e non è escluso che la cosa possa piacerti.”
“Ah,ah,ah...” continuavano a ridere tutte.
“Smettetela! Smettetela di ridere e ghignare.- gridai esasperata alle donne e a
Carite dissi - Quanto a te, bevilo, il tuo latte e mettiti in mostra se la cosa ti piace tanto.”
“Oh! - fece lei con un sospiro - Io sono vecchia e le mie armi sono ormai spuntate e non riescono più a concupire un uomo.”
“Non sei più giovane - interloquì Tanit - ma sei ancora assai piacente, a mio avviso, Carite. Sono sicura che qualche vecchio e glorioso guerriero non disdegnerebbe, ah,ah,ah... di mettersi a riposo sul tuo seno ancora rigoglioso.”
“Le mie battaglie le ho combattute tutte, mia cara. Adesso tocca a te e alla principessa Agar. – Carite sospirò ancora - Presto verranno principi stranieri a chiederla in sposa.”
“Ecco perché - riprese Tanit - bisogna che la pelle della nostra principessa sia ben chiara e levigata.” e indicò le ginocchia sbucciate e i gomiti dalla pelle ruvida.
“Lasciate in pace la piccola.- inteloquì Merit venendomi in sostegno, ma anche lei sorrideva. - Avrà tempo per certe cose. Che si goda questa giornata e le cose buone che porterà.”

Qualcosa di buono in quella giornata, dovevo ammetterlo, c’era davvero: le attenzioni, i doni. Tanti doni: dolcetti, fiori, anelli e bracciali. Due, fra tutti, mi furono particolarmente graditi: la bambola, con cui Merit mi fece capire che per lei sarei rimasta per sempre la "sua bambina" e il prezioso Nodo di Hathor con cui la mia cara Nefrure mi augurava fortuna.
Come erano le donne adulte, continuavo a chiedermi.
Non conoscevo altre donne che quelle del gineceo, ma sapevo che tutte le altre, tessitrici, mugnaie o spigolatrici, nel lavoro non erano affatto seconde agli uomini e non lo erano neppure nella condizione sociale. Merit mi ripeteva sempre che per questa ragione potevamo ritenerci fortunate, noi donne egiziane, rispetto alle donne straniere. Quando al gineceo giungeva una straniera, questa si mostrava sempre sorpresa nel costatare come in Egitto una donna potesse difendersi davanti ad un giudice, ereditare beni o lasciarli in eredità, amministrare proprietà private o pubbliche ed altre cose ancora, esattamente come facevano gli uomini.
Intanto mi chiedevo quali fossero, per una donna adulta, le consuetudini da rispettare, i ruoli da ricoprire, i compiti da svolgere. Tutte le donne adulte che conoscevo non avevano che un pensiero: piacere ad un uomo, giacere con lui e dargli dei figli.
Perfino la Grande Consorte Reale.
Sposarsi! Era questo l'imperativo principale d’ogni ragazza. Sposarsi! Tutte le donne che conoscevo erano contente di sposarsi e non facevano che parlare di matrimonio, di uomini, di figli. Bastava ascoltare le conversazioni di Iter, Nefrure, Maritammon e perfino Nefer, la piccola Nefer. E delle ancelle, naturalmente. Da qualche tempo, però, mi chiedevo se anche per i maschi diventare adulti significasse qualcosa. Da quando, abbracciando Amosis, avevo  scoperto la sua diversità, un improvviso, insospettato interesse in quella direzione cominciava a crescere dentro di me. Il desiderio di scoprire, di saperne di più su quel mistero, faceva salire in me l'empito di una strana eccitazione anche se il solo pensiero, per un inconscio pudore, mi copriva il volto di rossore.
Forse sposarsi non era poi così terribile, ma di sicuro non era un negozio adatto a me. Io mi sentivo votata a qualcosa di mirabile. Io volevo sfuggire all'ordine precostituito delle cose e delle azioni.
Sapere, invece, di essere prigioniera delle consuetudini, sapere di essere destinata a qualche principe alleato straniero, mi faceva sentire come la scimmietta di Nefrure.
Forse, se fossi stata un maschio... I maschi avevano il potere, avevano lalibertà. Con la scusa di farsi la guerra, andavano in giro per il mondo... ma, forse era solo il gran mal di pancia...
brano tratto dal libro A G A R di Maria PACE
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UNA NUOVA SPOSA per il FARAONE

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C'era sempre un certo subbuglio per l'arrivo di una nuova Sposa del Faraone.
“Perché - chiesi in piena innocenza, affondando i dentini in una frittella ancora
fumante - il Faraone desidera un'altra sposa?"
"Perché un sovrano deve avere molte figlie e molti figli." spiegò Iter
assumendo un'irritante aria di sussiego.
"Non gli bastano i figli e le figlie che ha già"
"Che domande mi fai?” m’interruppe lei sbuffando ed agitando il capo, il che
fece tintinnare gli orecchini d'oro ornati di lapislazzuli, che sparsero una luce
azzurrina sulla sua carnagione bruna ed olivastra.
“Vieni.- riprese - Andiamo a vedere da dove arriva questo frastuono. Sarà
certamente il corteo della principessa Subad."
Si accostò alla ringhiera della terrazza e si sporse in avanti per guardare di
sotto. La imitai subito e intanto continuavo a chiedermi con infantile
ostinazione perché mai a un Faraone servissero tanti figli e tante figlie.
Mi chiedevo anche come facesse il vecchio Pentaur, il Direttore degli
appartamenti del gineceo reale, a sistemare tutte le ragazze e le principesse,
egiziane e straniere, che continuavano a giungere qua. Sentivo continuamente
ripetere quale grande onore, fosse per qualunque ragazza essere scelta per
entrare a far parte del gineceo del Faraone, ma mi chiedevo come si potesse
offrire loro una degna sistemazione. Forse se lo chiedeva anche Pentaur, e
perfino lo stesso Faraone, dal momento che ogni tanto qualcuna lasciava quella
prigione dorata per andare sposa a quel valoroso soldato o questo fedele
funzionario.
La principessa Subad comparve tra le colonne che reggevano il giardino
pensile e scomparve subito dopo, seguita dal corteo nuziale. Ricomparve poco
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dopo tra le palme della terrazza.
Tra i molti doni per il Faraone, la principessa ittita aveva portato anche
centocinquanta bellissime fanciulle che avrebbero arricchito di grazia l'harem
reale e recato gioia al Signore di Tebe. Erano così graziose, assicurò il
funzionario di corte Pentaur, che sicuramente il Faraone avrebbe
commemorato il gioioso l’evento.
Due occhi spauriti, un viso trasudante stanchezza, l'espressione oppressa da
sguardi critici e curiosi, Subad non aveva davvero nulla di regale, nonostante lo
sguardo altezzoso e la fronte altera.
 

L'accompagnava la regina Meritre, che per l'occasione aveva indossato la veste
da sacerdotessa dell’Ipet, la Signora del gineceo, aderente e lunga fino alle
caviglie; ai piedi portava sandali dorati. Sicura di sé, lo sguardo rapace sotto la
parrucca ad ali d’avvoltoio, l'acconciatura delle regine, la Grande Sposa Reale
ostentava il suo ruolo e la sua potenza nel gineceo e sulle altre Spose Reali.
Sorrideva alla giovanissima rivale, con cordialità e quasi tenerezza. Senza più
l'inquietudine che traspariva dal suo volto, tutte le volte che, nei giorni scorsi,
si pronunciava il nome della nuova sposa del Faraone.
Negli ultimi tempi Meritare era diventata assai esigente con se stessa. Per
conservarsi giovanile, si sottoponeva a vere torture con massaggi e creme. Le
sperimentava apposta per lei il suo profumiere e le garantivano una pelle
morbida e senza rughe. Gli splendidi recipienti per il trucco, decorati per lei da
artisti di corte con scene erotiche ed amorose, negli ultimi tempi andavano
continuamente aumentando di numero.
Iter mi spiegò che nostro padre aveva stretto alleanza col re ittita e mosso
guerra al popolo di Naharim, che molti chiamano anche Mitanni.
Come farà a dare figli e figlie al Faraone, mi domandavo osservando Subad: era lei stessa una bambina e il principe Amosis la superava in altezza di quasi mezzo palmo.
Subad mi passò vicino e mi guardò dal basso verso l'alto, rovesciandomi
addosso uno scroscio di altezzosità.
Subad non mi piacque. Nè io piacqui a lei!
(continua)
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ZENOBIA - Regina di Palmira

 

ZENOBIA  - Regina di Palmira


Figura di spicco nella storia dell’Impero Romano in Oriente.
Bellezza leggendaria, occhi neri e profondi, pelle levigata, capelli raccolti in treccine secondo l’uso del tempo, Zenobia era una donna di grande fascino.
Ambiziosa, intelligente e colta, parlava diverse lingue, tra cui il latino, possedeva anche qualità di moralità, prudenza e generosità.
Figlia di Giulio Aurelio Zenobio, andò sposa ad Odenato, brillante uomo politico e militare il quale, dopo una folgorante carriera fu nominato dall’imperatore Gallieno “Re dei Re” d’Oriente, con il compito di proteggere le frontiere dell’Impero dalle pressioni persiane.

Col marito Zenobia divise ogni cosa, dai fasti della corte alle fatiche militari. Lo seguì sui campi di battaglia nelle campagne militari contro i Persiani, lo sostenne nei Consigli di Guerra e lo accompagnò nelle battute di  caccia al leone.
Femminile e seducente a corte, non disdegnava di indossare abiti militari ed elmo in testa, così come amava farsi raffigurare in statue e dipinti.
Curò personalmente l’educazione dei tre figli (di cui due di primo letto del marito) chiamando a corte i migliori maestri d’arme e di lettere.

Alla morte di Odenato, ucciso insieme al figlio Hairan a seguito di una congiura tesagli da un nipote, Zenobia assunse la Reggenza del Regno in nome del figlio Vaballato.
All’ambiziosa donna, però, il titolo di Reggente andava assai stretto: il suo sogno era quello creare un Impero d’Oriente e, di conseguenza, sottrarsi al giogo romano. Primo atto, fu quello di  dichiararsi apertamente discendente della regina Cleopatra e proclamarsi Regina di Palmira.

A Roma, naturalmente, non la presero molto bene.
L’imperatore Aureliano, succeduto a Gallieno, avrebbe voluto regolare subito i conti con l’ambiziosa Regina, ma glielo impedirono le invasioni dei Goti e degli Eruli.
In verità, pur avendo fatto scalpore, l’ascesa al trono di Zenobia, in principio non era stata osteggiata, confidando nella lealtà che il marito aveva sempre dimostrato nei confronti di Roma.
La stessa Zenobia all’inizio aveva cercato di mantenere buoni i  rapporti con Roma e fu solo più tardi che cominciò a tramare apertamente ed a non nascondere i suoi progetti di grandezza.
Per ragioni di opportunità politica e per la necessità di temporeggiare, l’imperatore Aureliano aveva perfino accordato al figlio di Zenobia il titolo di Dux Romanorum.
Appena sistemata la situazione in casa,l’imperatore si accinse a risolvere la faccenda.

L’esercito di Palmira e quello romano si scontrarono sulle rive dell’Oronte, dove Aureliano, grande stratega militare e generale di cavalleria, ottenne una strepitosa vittoria.
Zenobia e il suo generale, Zabdos, furono costretti a riparare ad Antiochia e poi a Emesa.
La vittoria decisiva di Aureliano avvenne proprio ad Emesa, ma Zenobia pur pesantemente sconfitta, non si arrese.
Si ritirò a Palmira e qui si preparò a sostenere un inevitabile assedio.
Aureliano le offrì una resa onorevole, ma la Regina fece l’errore di non accettare, fidando nell’aiuto delle tribù del deserto.
L’aiuto non arrivò mai: Roma aveva sottomesso o comprato tutte quelle popolazioni ed a Zenobia non restò che cercare la salvezza nella fuga assieme al figlio.
Fuggirono a dorso di dromedario, con l’aiuto di fedeli nomadi del deserto, ma furono riconosciuti e catturati e in seguito condotti a Roma; il figlio morì durante il viaggio.
Giunta a Roma, la bellissima prigioniera fu fatta sfilare come il più prezioso dei trofei, legata al carro dell’imperatore con catene d’oro.
Roma restò soggiogata dal suo fascino. L’imperatore non solamente le risparmiò la vita, ma la sistemò in una lussuosa villa a Tivoli, dove Zenobia visse come una Regina, animando le notti romane.

BOUDICCA Regina-Guerriera

 

BOUDICCA – Regina-Guerriera

 

 

 

Boudicca: dal celtico “Bouda” che significa Vittoria.
Di questa straordinaria figura di donna, elevata in Inghilterra a simbolo dell’ardimento femminile, fu Tacito a parlare per primo nei suoi “Annali”.
Riportando i costumi delle popolazioni barbariche che i romani avevano assoggettato, il grande storico, che non nascondeva una certa ammirazione per la morigeratezza di quei costumi, ebbe ad esprimersi così:
“… sanno scegliersi i capi migliori e obbediscono al loro Comandante… hanno fiducia nel Comandante più che nella massa dell’esercito.”

Questo, forse, spiega l’ascendente di questa straordinaria donna, eletta Comandante, sulla propria gente.

Boudicca era la Regina degli Iceni, una popolazione della Britannia e il suo nome non avrebbe ispirato poeti e scrittori, pittori e cineasti, se quanto segue non fosse avvenuto.
Prosutago, re degli Iceni, uomo avveduto e lungimirante, viveva in pace con Roma.
Unico difetto agli occhi dei  conquistatori romani, la sua ingente ricchezza.
Presago di quanto poteva accadere (e sarebbe accaduto) e nella speranza di allontanare mire e sciagure dal Regno e dalla sua famiglia, il Re compì un atto che ne decretò, invece, la rovina: nominò erede delle sue ricchezze le due giovanissime figlie e la persona di Cesare.

Alla  sua morte il Regno fu annesso all’Impero e ridotto a Provincia di Roma; i beni furono confiscati e gli schiavi portati via.
Centurioni e soldati piombarono sulla casa del Sovrano come famelici avvoltoi, depredandola e devastandola come se fosse una preda di guerra.
Boudicca, donna energica e coraggiosa, dal carattere fiero e battagliero, si oppose a tanta devastazione, prese le armi e si scagliò contro gli aggressori.
La reazione dei legionari fu violentissima. Sopraffatta e disarmata, la Regina degli Iceni fu sottoposta ad inaudita umiliazione davanti alla sua gente: denudata, fu selvaggiamente frustata, mentre le due giovanissime figlie venivano stuprate.

Non solo Boudicca e le sue figlie subirono oltraggio, ma molte delle famiglie dei notabili iceni, i quali si unirono tutti intorno alla Regina e prepararono una rivolta in cui trascinarono  altre popolazioni.
Tra queste, vi era la tribù dei Trinovanti, scacciati dalle loro terre, a Camulodunum, per far posto ai legionari veterani ivi sistemati dall’imperatore.
Qui, l’imperatore Claudio aveva fatto perfino innalzare un Tempio per il proprio culto.
La rivolta ebbe inizio proprio a seguito di un evento accaduto nel Tempio: la statua della Vittoria era caduta all’indietro.
Il fatto fu considerato un evento prodigioso sia dalle popolazioni indigene che dai romani, soprattutto le donne. Non dai soldati, né dal Procuratore il quale, alle richieste d’aiuto, si limitò ad inviare pochi soldati e male armati.
Alla guida dei rivoltosi, Boudicca sferrò un primo attacco al presidio, arrecando morte e distruzione; in un secondo attacco, il Tempio, in cui si erano rifugiati gli ultimi superstiti, cadde dopo due soli giorni di resistenza.

Ebbe inizio la leggenda di Boudicca, regina-guerriera.
Alta, statuaria, i lunghissimi capelli rossi e sciolti sulle spalle, gli occhi fiammeggianti di furore, Boudicca incuteva davvero terrore. Indossava sempre una tunica ed un mantello trattenuto da una borchia ed una spessa catena d’oro al collo; in mano reggeva l’inseparabile ed infallibile lancia.
Seguirono epiche battaglie che la videro sempre vincitrice: a Londinium (l’odierna Londra), a Verulanio e ad altre località, dove apportò sempre massacri e devastazioni ed in cui perirono, si disse, almeno settantamila persone, poiché l’ordine era di non fare prigionieri.

Il Legato, Paolino Svetonio, riuscì finalmente ad organizzare l’offensiva.
I due schieramenti si trovarono di fronte in una zona impervia della Britannia: i Romani, compatti e forti di fanteria e cavalleria e i Britanni, un po’ sparpagliati e con le famiglie che si erano portati dietro. Sui carri, dal bordo del campo, le donne assistevano alla battaglia; tra loro c’erano anche le due giovanissime figlie della Regina.
La battaglia fu violenta, ma l’esito scontato: a contrastare la rivolta, era stata inviata la XIV Legione Romana, la più forte e agguerrita. L’affiancavano i migliori combattenti dell’Impero, i quali non si astennero dal massacrare neppure le donne.
I morti furono più di ottantamila.
Sopraffatta così pesantemente, la regina Boudicca si suicidò con il veleno.

ALISSA-DIDONE - Regina di Cartagine

Alissa-Didone ed Enea

 

ALISSA-DIDONE  Regina di Cartagine

 

Di questo personaggio, che ondeggia tra storia e leggenda, si sarebbe persa ogni traccia o ricordo, se non avesse avuto un cantore d’eccezione come Virgilio.
Grazie a lui, poeti e scrittori, pittori e musicisti l’hanno resa immortale.
Didone, la mitica fondatrice di Cartagine, che il mito più antico chiama Elissa, è un personaggio epico, energico e quasi virile nel vigore dello spirito e nella risolutezza delle opere.  E’ una donna energica, intelligente ed  astuta.
Virgilio, però, fa di lei l’eroina di un dramma amoroso orchestrato e diretto dal Fato.
Chi era veramente la nostra eroina? La Elissa, cioè  Allizah la Consacrata del mito più antico oppure la Didone, cioè la Virago
del mito virgiliano?

Sia Storia oppure Leggenda, la Elissa-Didone dell’antico mito era una donna dignitosa, forte e astuta.
Primogenita di Belo, re di Tiro, alla morte del padre ne ereditò il trono assieme al fratello Pigmalione.
Per nulla disposto a dividere il trono con la sorella, Pigmalione fece uccidere Sicheo, il ricchissimo ed amatissimo sposo di lei e prese il potere da solo.
Per evitare una guerra civile la Regina decise di  lasciare Tiro ed iniziare un peregrinare nel Mediterraneo in cerca di una nuova patria.

La necessità aguzza l’ingegno, recita un adagio e la bella Elissa dette subito prova di quanto ingegno fosse dotata.
Per lasciare Tiro aveva bisogno di navi e lei non ne disponeva. Allora montò un’efficace quanto astuta messinscena per raggirare il fratello. Gli chiese un incontro per discutere e trovare un accordo e Pigmalione precipitò nella rete con l’intelletto offuscato dalla cupidigia per le di lei ricchezze.
Egli inviò immediatamente uomini e navi a prelevarla, ma la notte stessa in cui le navi approdarono nel porto, Elissa-Didone fece caricare di nascosto a bordo tutte le sue ricchezze, lasciando in bella mostra sul ponte una gran quantità di sacchi contenenti sabbia, facendo credere che l’oro fosse là dentro.
Appena le navi ebbero raggiunto il mare aperto, la Regina ordinò ai suoi uomini di gettare nelle acque l’ingente ricchezza gridando
“… meglio in mare che nelle mani infide ed indegne di Pigmalione.”
In realtà si trattava solo dei sacchi pieni di sabbia.
Timorosi della reazione del loro Re, gli uomini di Pigmalione preferirono mettersi al servizio della Regina piuttosto che tornare al cospetto del Re e puntarono la prua delle navi in direzione della prima isola.
Dopo lungo (o breve) peregrinare, le navi raggiunsero le coste della Libia ed ancora una volta la bella ed astuta Regina pose in atto un piano assai ingegnoso.
Ottenne da Jarba, un principe locale, un terreno su cui edificare la sua casa: “… grande quanto ne poteva contenere una pelle di bue”.
Jarba accettò ed Elissa lo mise elegantemente “nel sacco”.
Fece tagliare in striscioline finissime una pelle di bue e con esse tracciò un perimetro che conteneva tutta la collina e la campagna circostante.
Su quel terreno la Regina edificò la sua città: Cartagine o  Birse, che in greco significa “Pelle di bue” e in fenicio vuol dire “Collina”.

Bella, affascinante, ricca e potente, la Regina di Cartagine attirò immediatamente le mire di molti pretendenti. Primo fra tutti, quelle dello stesso principe Jarba il quale giunse a minacciarla di muoverle guerra se non l’avesse accettato come sposo.
Elissa-Didone finse di accondiscendere alle richiese e chiese ed ottenne di aspettare la fine del periodo di vedovanza. Quando giunse il giorno della scelta di uno sposo, la Regina, ancora innamorata del marito e fedele al giuramento di non sostituirlo con un altro uomo (nulla da stupirsi: si era nel periodo patriarcale ed era la donna a scegliersi lo sposo) si trafisse con una spada.
Come un grande Sovrano aveva compiuto la sua impresa e non desiderava altro.

Il tardo mito, però, la vuole identificata con la donna che seguì Enea profugo a Cartagine dopo la fuga da Troia e che, abbandonata, si uccise e si gettò sul rogo lanciando imprecazioni.
Plutarco per primo respinse questa versione dei fatti resi da Virgilio, insostenibile sia per il carattere della donna che per  inesattezza cronologica.
Non si tratta più del personaggio Elissa-Didone, ma piuttosto di Didone-Elissa.
Non solo Virgilio, ma anche Ovidio ne fa un personaggio da tragica-commedia.
La Didone-Elissa di Ovidio non è né epica, né mitica e tantomeno regale.
E’ una “relicta”. E’ una  donna che piange e si dispera; chiede ed implora.
La Didone-Elissa di Ovidio non è l’astuta, battagliera conduttrice, fondatrice di città, che tiene a bada popolazioni avversarie, ma una donna che per amore perde ragione e dignità.
Il personaggio non ci appare eroico come nell’antico mito, ma vinto e un po’ patetico: non è più quello di una Regina gloriosa, ma di una donna fragile sopraffatta dalla passione ed accecata da un dolore senza tregua né espedienti: neppure quello abile, ma inutile, di un presunto figlio in arrivo per trattenere l’amato.
Proprio un piccolo espediente da piccola donna!
Didone-Elissa è, dunque, una donna appassionata, fragilmente femminile e in preda alla passione, che alla fine fa dire al suo poeta:
  “il motivo della morte e la spada fornì Enea
ma con la sua stessa mano si tolse la vita Didone.”
Didone-Elissa, infatti, si uccide con la spada che lo stesso Enea le aveva donato.

“Per te solo ho distrutto il pudore e la fama di prima
per la quale solo io salivo al cielo” dirà Virgilio, donandole l’immortalità.
Didone, dunque, diventa immortale solo per essere una donna e soprattutto una donna  fragile dopo essere  stata una Regina gloriosa.
Didone, dunque, è un personaggio che diventa immortale grazie alla propria sconfitta. Ma perché?
Perché Vigilio era romano e Didone, invece,  cartaginese. E perché Roma e Cartagine erano eterne nemiche.
Ma anche perché la morte di questa Regina doveva essere il primo segno della vittoria dei romani sui cartaginesi. E non doveva essere la “storia” dello scontro fra le due Potenze, bensì la “leggenda d’amore” fra due personaggi mitici finita in dramma.
Doveva essere così, perché  l’EPILOGO della “Leggenda” di Didone, doveva costituire il PROLOGO della “Storia” di Roma.

POESIA AMOROSA - Antico Egitto

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ANTICO EGITTO -  Poesia Amorosa


Unica amante che non ha seconda
Bella più di ogni altra donna.
Luminosa e perfetta come la stella sorgente
Di colorito splendente, seduce con lo sguardo
E incanta con le labbra.
Il suo collo è lungo, meraviglioso il seno.
I capelli veri lapislazzuli
Più che oro splendono le braccia
Le dita ricordano i fior di loto.
Perfettamente modellata ai fianchi,
le gambe superano ogni altra sua bellezza.
Nobile è il suo incedere.
Farà schiavo il mio cuore con un abbraccio.
Ogni sguardo la segue mentre lei si allontana
Tale è questa unica Dea
Felice chi potrà abbracciarla tutta.


( di anonimo – risalente  alla XVIII Dinastia dei Faraoni)

 

E V A - Primo clone umano?

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SACRA BIBBIA  – EVA: primo clone umano?


EVA in ebraico significa: Madre dei viventi.

EVA, secondo la Bibbia (Genesi – III) fu la prima donna
che Dio formò con una costola di Adamo mentre questi dormiva: un clone, dunque.
Formata e non creata.
Questo dicono le Sacre Scritture.
Sono io che non ho capito?
Sono gli interpreti delle Scritture a non aver capito?… La Bibbia, si sa, è frutto di racconti tramandati oralmente e scritti solo intorno al IV secolo prima di Cristo.
Se è questo che io ho capito leggendo la Bibbia e la mia è un’errata interpretazione, qualcuno mi smentisca.
Lo faccia, per favore, perché, io, discendente di quella “donna”, non mi sento un clone.
Al contrario!
E aggiungo: Dio, forse, non aveva argilla sufficiente per “creare” due esseri e cioè, l’uomo e la donna?  
O, forse aveva in spregio la parte femminile dell’umanità  per pensare di utilizzarne anche per lei?
Smentitemi, per favore e spiegatemi l’arcano.

Spiegatemi perché in culture più antiche, chiamate pagane, come quella Egizia, ad esempio, PTHA, il Dio della Creazione, utilizzò argilla per entrambe le sue creature,  ne plasmò la forma con il Torchio Sacro e ne infuse l’alito della vita con la LINGUA, ossia il VERBO, attraverso le narici.

Spiegatemi perché qualche migliaio di anni più tardi si ebbe il bisogno di ridimensionare la parte femminile partecipante alla Creazione della vita.
Il Dio delle moderne religioni non ha, forse, in dovuta considerazione la donna?
E’ il Dio degli uomini? E’ il Dio degli Eserciti?

Ptha non era solo il Dio della Creazione, ma non era neanche il Dio degli Eserciti ed era invece il Dio delle Scienze e delle Conoscenze… dell’Arte e della Cultura…
Era il Protettore di quelli che oggi chiameremmo INTELLETTUALI.

A G A R - Prima femminista della Storia

A  G  A  R…  prima femminista della Storia?
Proprio così!
Questa figura femminile biblica, che si pone in una posizione di critica nei confronti delle consuetudini del suo tempo, potrebbe essere scelta anche oggi quale simbolo per quelle donne che vogliono uscire da una condizione di dipendenza ed immobilismo.
Chi volesse conoscerne la storia, può richiedere il libro
“A G A R” presso:
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A G A R - Schiava o Sposa?

Agar è la figura più controversa della Bibbia.
La tradizione ce la propone come schiava di Sara, la Sposa Primaria del patriarca Abramo, fondatore del popolo degli Ibrihim (figli di Abramo), ossia degli Ebrei, rifugiati in territorio egizio.
Sara, però, poteva avere come schiava l’egiziana Agar, una donna del popolo dominante?
Chi era, dunque, veramente Agar?
Sposa, sorella, serva,  (ad eccezione di Madre, con ben altra funzione) erano termini che, all’epoca, si attribuivano alla donna, indipendentemente.  Anche in Egitto, la Sposa era spesso chiamata: “Sorella del mio cuore”.
E allora: Agar, sposa o schiava?
E’ possibile  sciogliere l’enigma, attraverso le pagine di un libro che narra le vicende di questa straordinaria donna.

“A G A R”     di Maria Pace   reperibile presso:
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LO STUPRO CHE CAUSO' LA FINE DELLA MONARCHIA ROMANA

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Naturalmente, quell’atto di violenza su una donna fu solo la scintilla scatenante di un fuoco che bruciava sotto la cenere.
Come andarono i fatti e chi furono i protagonisti di quella tragedia?
Regnava Tarquinio il Superbo, uomo assai superstizioso, oltre che assai superbo.
Un inquietante prodigio aveva sconvolto la superstiziosa corte etrusca: un enorme serpente era comparso nella Reggia provocando scompiglio e terrore.
Il Re consultò maghi ed indovini, ma, alla fine, decise  di inviare a Delfi, (dove sorgeva il Santuario di Apollo) per un responso, due dei suoi figli: Tito e Arrunte, accompagnati dal nobile romano Lucio Giunio, detto Bruto, cioè: “stolto”.
Questi, che stolto non era, ma solo assetato di rancore verso la famiglia reale, responsabile della morte del fratello, li accompagnò di buon grado, ma dimostrò, sulla via del ritorno, di che pasta era fatto.
L’oracolo, infatti, s’era espresso così:
“… il potere su Roma, spetterà a colui che per primo bacerà la Madre.”
Fu così che, giunti in patria, mentre i due fratelli discutevano su chi di loro avesse più diritto a quel privilegio, Giunio il “Bruto” finse d’inciampare e cadendo, baciò il suolo, cioè la Madre-Terra, facendo fede alle parole dell’oracolo.
Qualche giorno più tardi, nel corso di un banchetto, un certo Lucio Tarquinio Collatino, parente del Re, si vantava dell’onestà di Lucrezia, la bellissima moglie, ed invitava nella sua casa Sesto Tarquinio, il primogenito del Sovrano.
Questi accettò l’invito e provò a sedurre la bella Lucrezia. La donna, però, lo respinse e quegli, in preda alla collera, la stuprò.
Prima di togliersi la vita, la virtuosa Lucrezia informò dell’accaduto marito, amici e parenti e chiese loro di vendicarla.

 

Fu proprio Giunio Bruto, animato dal suo odio verso la famiglia Tarquinia, ad occuparsi della faccenda. Cavalcando l’onda della grande emozione suscitata  da quell’episodio, egli spinse la popolazione alla rivolta.
Al cospetto delle spoglie della virtuosa patrizia, egli tenne un vibrante discorso funebre che infiammò il popolo: elogiò  la virtù di Lucrezia e denunciò i delitti della famiglia Tarquinia.
Fu la fine della Monarchia: Tarquinio il Superbo e la sua famiglia furono cacciati via a furor di popolo e in sua vece fu invocata la Repubblica.  Proprio Giunio e Collatino, furono i primi due Consoli eletti.

 

Desidero dipingere minuscoli ritratti di donne conosciute e non, che hanno costellato il firmamento femminile in maniera positiva o anche negativa.
Non vuole essere nulla di più che un piccolo corollario di figure di donna nella storia, attraverso i loro vizi o le loro virtù!

 

  • LA SEDUZIONE
  • LA FEDELTA'
  • L'ASTUZIA
  • LA PERSECUZIONE
  • LA MATERNITA'
  • LA VENDETTA
  • L'EROISMO
  • LA PERFIDIA
  • L'IPLACABILITA'

L'IMPLACABILITA'

Esempi di donne che non si fermano davanti a niente sono piene le cronache moderne così come quelle del passato. Il mito e la storia ci tramandano alcuni nomi:

ATALIA

 


Una delle figure femminili più cupe della Bibbia e della Storia è senza dubbio Atalia, sposa di Joram, re di Giudea  e figlia di Akab o, forse, di Omri, padre di questi, re di Israele.
E' da notare che la Bibbia non ha finalità storiografiche e manca, perciò, di stretto rapporto tra narrazione e storIa, così da generare variazioni e imprecisioni come questa.

Il regno di Joram iniziò con un vero bagno di sangue, egli fece trucidare tutti i fratelli per eliminare possibili pretendenti al trono.
Contro la coppia si scaglieranno gli strali del profeta Elia, per la loro condotta idolatra e per l'introduzione di riti pagani.
Ancora sarebbe da far notare che il Profeta era già morto, ma questo non fa che confermare quanto già detto sul rapporto Storia-Bibbia.
Rimasto, il Regno di Giudea, tragicamente vuoto con la morte di Joram e di suo figlio Acazia, ecco entrare in scena l'ambiziosa Regina la quale, come già aveva fatto il marito, fece il vuoto intorno al trono,  facendo uccidere tutti i figli del Re, ossia, i suoi stessi nipoti.
Soltanto uno, il piccolo Joas, dei figli di suo figlio,  riuscì a scampare al massacro.
Josabeat, una delle figlie di Acazia, sposa del sacerdote Ioiada, riuscì a portarlo via dal luogo della strage ed a nasconderlo  per sei anni all'interno del Tempio.
Il popolo, però, era molto scontento della sua Regina e non fu difficile a Joiada, il cui nome significa "JHWH  sa", scatenare una rivolta contro di lei.
Joiada organizzò la rivolta in ogni particolare e infine presentò il ragazzo al popolo radunato intorno al Tempio; gli pose sul capo la corona e gli affidò le insegne del comando e infine lo proclamò Re al grido di:   "Viva il Re"
Nell'udire le grida di acclamazione del popolo, Atalia corse al Tempio, urlò al tradimento, ma non riuscì a scampare alla condanna a morte che fu eseguita, a fil di spada, fuori del Tempio.
 

- GINEVRA  BENTIVOGLIO

 

 

 

 

 

 


Donna assetata di potere, Ginevra Bentivoglio, moglie di Giovanni Bentivoglio, Signore di Bologna, adoprò tutta la ferocia e la crudeltà di cui era capace, per conquistarlo; per la stessa ragione, però, dopo averlo conquistato, finì per perderlo.
Riuscì a sbarazzarsi di nemici ed avversari usando ogni mezzo. Ordinò la strage della potente famiglia dei Malvezzi e rivolse la sua attenzione all’altra potente famiglia, quella dei Marescotti.
Per evitare una nuova carneficina, Giovanni Bentivoglio, uomo d’indole mite e accomodante, fece rinchiudere i quattro fratelli Marescotti in una fortezza, ordinando alla moglie di non toccarli.
La donna, invece, si servì di Ermes, il più crudele dei suoi figli, e di un gruppetto di sicari per massacrare i quattro fratelli: Giasone, Ludovico, Agesilao e Agamennone.
La ferocia di quel delitto, però, segnò la fine dell’implacabile donna. Papa Giulio II inviò a Bologna un esercito costringendo la donna e il marito a fuggire. Alla notizia della completa disfatta e della distruzione della sua casa, Ginevra Bentivoglio morì sul colpo.

Testo

LA PERFIDIA

Le cronache degli ultimi tempi ci hanno abituato ad episodi di violenza inaudita compiuti da donne: madri che uccidono figli, figlie che uccidono madri, mogli che eliminano mariti,…
E’ frutto della rilassatezza dei moderni costumi? No, davvero! Le cronache di ieri ci fanno conoscere questa stessa tipologia di donna. Ecco qualche esempio.

 

- LUCREZIA  MALPIGLI

 

 

 

 

 

 

Lucrezia Malpigli e Lelio Buonvisi erano una giovane coppia dell’aristocrazia di Lucca. Belli, ricchi e felici, erano sposati da soli due anni quando arrivò la tragedia.
Una sera del 1591, mentre rincasavano da una funzione religiosa, furono assaliti da tre uomini armati di pugnali. Due dei malviventi colpirono a morte il povero Lelio, mentre un terzo tratteneva Lucrezia che, inginocchiata per terra nel suo candido abito bianco, gridava disperatamente: “Ma perché?”
I due, infatti, non avevano nemici e quell’aggressione non poteva avere altro scopo se non la rapina, ma a nessuno dei due era stato portavo via nulla.
Dopo qualche tempo i malviventi furono acciuffati e sotto tortura confessarono la terribile verità: erano stati assoldati dalla diabolica Lucrezia e dal suo amante, un certo Massimiliano Arnolfini: la veste bianca era proprio un segnale per gli assassini.
L’Arnolfini riuscì a fuggire, ma, catturato, di lì a poco diventò pazzo; Lucrezia, invece, finì i suoi giorni segregata nella cella di un convento.
 

 

-  MARIA  BRINVILLIER

 

 

 

 

 

Maria, marchesa di  Brinviliers, fu condannata per aver sterminato con il veleno l’intera famiglia: padre, fratello, sorella e perfino il marito. Lo scopo era quello di impadronirsi dell’ingente patrimonio familiare.
Una folla inferocita l’accompagnò lungo il percorso per il patibolo ed a stento le guardie  la sottrassero al linciaggio.
Amante di un ufficiale dell’esercito che, ospite della Bastiglia aveva diviso la cella con un noto alchimista di nome Niccolò Exili,  alla donna non fu difficile procurarsi il veleno.
La vita dispendiosa, sbarazzatasi di parenti e congiunti, che aveva preso a condurre, insospettì gli inquirenti. Riesumati i cadaveri e trovati nei poveri resti ragguardevoli tracce di veleno, fu chiaro a tutti che la diabolica donna aveva agevolato il trapasso dei familiari.
L’amante riuscì a fuggire e ad evitare il castigo, ma la donna fu arrestata e condannata a morte. La sentenza s fu eseguita nel luglio del 1676, tra le urla di una folla inferocita.
 

L'EROISMO

L’universo femminile è costellato di donne protagoniste di gesti eroici. E nel quotidiano e in situazioni particolari come guerre, catastrofi ed altro.
La mia scelta è caduta su tre donne, esempio di coraggio e generosità.

 

- Maria Canavese

Basta un solo gesto eroico nel corso della vita di una persona per renderla immortale. Maria Canavese, una giovane donna che viveva sulla sponda del lago di Orta, lo compì, ma lo pagò con la vita.
Correva l’anno 1529 e le truppe dell’imperatore Carlo V, in guerra con il re di Francia Francesco I per il dominio sull’Italia, avevano assediato la zona intorno al lago e fissato un presidio nella Torre di Buccione, dove era stata installata una campana per chiamare a raccolta il popolo in caso di pericolo.
Maria Canavese resasi conto della situazione, si avvicinò alla Torre. Tra le braccia aveva suo figlio, di pochi mesi, e in mano una fiasca di vino.
I due soldati di guardia non si insospettirono alla vista di quella giovane madre che offriva loro del vino e ne bevvero fino ad ubriacarsi.
Ne approfittò la giovane per salire sulla Torre e suonare le campane e dare l’allarme.
Gli abitanti del posto accorsero subito e le truppe di Carlo V furono messe in fuga, ma l’eroica Maria era già stata trucidata assieme al figlioletto.


- Colomba Antonietti

Nelle sue “Memorie” Giuseppe Garibaldi di lei scrisse così:
“Quella donna mi ha ricordato la mia povera Anita: anche lei era così tranquilla e coraggiosa in mezzo al fuoco…”
Bella e giovane figlia di un fornaio, Colomba Antonietti, animata da fervente ardore patriottico, aveva sposato il conte Luigi Porzi, ufficiale dell’esercito del Papa.
Luigi, disertato l’esercito papalino, si unì a Garibaldi e partì alla difesa di Roma.
La giovane moglie volle seguirlo in battaglia, dove si distinse con valore, e per farlo indossò vesti di semplice soldato e si fece attendente del marito.
Durante un aspro combattimento presso una villa detta “Il Vascello”, il 30 giugno del ’49, una pallottola colpì a morte il giovane attendente. Solamente allora, di fronte al disperato dolore di Luigi, accorso per coglierne l’ultimo respiro, i compagni scoprirono che il giovanissimo soldato era una donna e le resero l’omaggio dovuto: quello riservato agli eroici caduti.


 

- Onorata Rodani

Anno 1423. Un’altra donna muore in battaglia dopo un aspro combattimento; per tre anni aveva combattuto valorosamente nelle file dell’esercito di Francesco Sforza, impegnato contro Venezia.
Le sue ultime parole furono:
“Onorata vissi e onorata muoio.”
Onorata Rodano era un’apprezzata pittrice e il conte Cabrino,  Signore di Castelleone, nei pressi di Cremona, le affidò l’incarico di affrescare alcune stanze del suo castello.
Oltre che brava, Onorata era anche molto bella  e schiva.
La sua avvenenza accese le brame di un amico del conte. Invano questi continuava ad invitarla ai banchetti ed ai sontuosi festini di corte. Assorbita dal suo lavoro, la ragazza li rifiutava sistematicamente.
Contrariato ed offeso, un giorno, l’innamorato respinto la raggiunse sull’impalcatura dove lei lavorava e tentò di usarle violenza.
Nel tentativo di difendersi, Onorata lo ferì mortalmente con la lama che usava per raschiare la parete. Per evitare il castigo, la ragazza fuggì e, travestita da soldato, entrò nelle truppe dello Sforza e combatté per oltre tre anni. Fino allo scontro in cui fu colpita a morte.
I compagni si chinarono per soccorrere il valoroso cavaliere morente e solamente allora si accorsero di avere di fronte una giovane donna.


 

LA VENDETTA

La vendetta, si dice, è un piatto che va gustato freddo.
Proprio quello che fecero due tragiche figure femminili della Storia (o della Mitologia): Medea e Crimilde, l’una appartenente al Mito Nordico e l’altra a quello Creco.
 

- MEDEA

Feroce e tragica fu questa figura di donna, considerata fin dall’antichità come il “genio del male al femminile”.
La tradizione micenea la vuole al fianco dell’eroe Giasone, uno degli Argonauti partiti dalla Grecia per la Colchide, alla conquista del “Vello d’Oro”. 
Medea lo aiutò sempre ed in ogni modo, con le sue arti magiche, non disdegnando neppure di far ricorso al delitto più efferato per spianargli la via.
Secondo il mito, erano state Minerva e Giunone, Protettrici dell’eroe, ad indurre Venere a convincere il figlioletto, Eros, a scoccare una freccia nel cuore di Medea affinché si innamorasse di Giasone e lo aiutasse nell’impresa.
Giasone sposò Medea promettendo, davanti agli Dei, di amarla per sempre e portarla con sé in Grecia.
Superate le prove imposte da re Eeta, padre di Medea, e staccato il Vello d’Oro dal ramo di quercia cui era attaccato, i due salirono sulla nave Argo per tornare in Grecia.
Eeta, però, contravvenendo ai patti, fece inseguire gli Argonauti fino alla foce del Danubio.
Per ritardare l’inseguimento e aiutare il suo uomo, Medea ricorse al delitto più atroce: attirò con l’inganno il fratellastro Apsirto, facendogli credere  d’essere stata rapita e di trovarsi sulla Argo contro la propria volontà e lo fece uccidere per poi farne gettare i resti nel fiume e costringere gli inseguitori a rallentare per seppellirli.
Dopo varie peripezie, gli Argonauti giunsero in Grecia e i due amanti si fermarono a Corinto, dove Giasone fu fatto Re. Qui, però, l’eroe commise il suo più grave errore: si innamorò della bella Creusi, (o Glauce) figlia di re Creonte e la sposò, abbandonando Medea.
La vendetta della maga, nipote della ancor più potente maga Circe, fu tremenda.
Fingendosi rassegnata, l’implacabile Medea inviò il suo dono di nozze alla novella sposa: una corona d’oro e un manto bianco.
Appena, però, la sposa ebbe indossato la veste nuziale, questa prese fuoco provocandone la morte e quella di tutti coloro che si trovavano a Palazzo; Giasone si salvò solo perché riuscì a buttarsi giù da una finestra.
Non ancora soddisfatta, Medea giunse ad escogitare e mettere in atto la più orrenda delle punizioni per il marito infedele: quella di uccidere due dei figli avuti da lui.

CRIMILDE, principessa dei Burgundi

 


Questa storia fa parte della mitologia nordica del popolo dei Nibelunghi. Inizia quando l’eroe Sigfrido giunge alla corte del Re dei Burgundi.
Sigfrido è un grande eroe, che ha compiuto  grandi imprese: ha combattuto, vinto e ucciso il drago… nel cui sangue si è bagnato rendendosi invulnerabile, salvo una spalla su cui si era posata una foglia.
Ha conquistato la Spada Magica, la cui lama uccide al solo tocco ed ha ricevuto in dono da una maga un anello che moltiplica le forze.
Riesce anche a salvare la Valchiria Brunilde, vergine-Guerriera inviata da Odino, Padre degli Dei, a scegliere eroici guerrieri morenti da condurre nel Walhalla, dimora degli Dei.
Brunilde e Sigfrido finiscono per innamorarsi, ma il cattivo mago Hagen, con una pozione magica, fa infiammare il cuore dell’eroe per Crimilde, sorella di Gunther, re dei Burgundi, a cui Sgfrido consegna la bella Brunilde.
Furente, ma sempre innamorato del suo eroe, Brunilde è rosa dalla gelosia: Sigfrido e Crimilde sono molto felici e lei per vendicarsi del tradimento di Sigfrido, rivela ai suoi nemici il solo punto vulnerabile del suo corpo.
Responsabili della morte di Sigfrido, con una freccia scagliata in quel solo punto vulnerabile, sono il mago Hagen e lo stesso re Gunther, i quali vogliono impadronirsi del tesoro che l’eroe aveva sottratto al drago.
Brunilde, apprendendo del filtro magico, rosa dal rimorso, si getta sulla pira su cui Crimilde aveva fatto adagiare il cadavere dell’eroe.
La vendetta di Crimilde, invece, fu tremenda e seguiva un ben preciso disegno.
Si concesse come moglie ad Attila, Re degli Unni e si fece giurare che l’avrebbe assistita nella vendetta contro la propria famiglia.
La nuova Regina degli Unni invitò a corte il fratello Gunther con il suo seguito di nobili e cavalieri e il mago Hugen. Offrì loro un sontuoso banchetto, chiedendo, però, di lasciare le armi fuori del grande salone.
Crimilde chiese ai fratelli di consegnarle il mago Hagen, ma costoro si rifiutarono, poiché il mago era il solo a conoscere il posto, nel Reno, in cui Sigfrido aveva sepolto il suo tesoro.
Per ottenere quel tesoro, fa sapere il mago, nessuno del popolo dei Burgundi dovrà essere ancora in vita.
Crimilde non ebbe esitazioni e chiese da Attila, che non aspettava altro, lo sterminio della sua gente e dell’odiato mago Hagen, che si consumò durante quel banchetto fatale.

 

LA MATERNITA'

Non esiste termine (né si potrebbe inventarlo) capace di esprimere la grandiosità e l’unicità del legame madre-figlio. Per questo citerò due soli nomi: la più amata e la più esecrata delle madri.

 

CORNELIA

 

Figlia minore di Scipione l’Africano, Cornelia andò sposa, intorno al 175 a.C. a Sempronio Gracco; questa donna, ancora oggi, è assunta a simbolo dell’orgoglio materno.
Donna colta e di forte carattere, scrisse Lettere e Consigli rivolti ai numerosi figli; dodici, per la precisione, di cui, però, sopravvissero solo tre: Sempronia e i due famosi Gracchi, Tiberio e Caio.
Dopo la morte del marito, la matrona si dedicò completamente alla cura dei figli, rifiutando perfino di sposare il faraone Tolomeo VIII e la possibilità di diventare Regina d’Egitto.
Si racconta che ad un’amica che mostrava con orgoglio i propri gioielli, Cornelia abbia risposto:
“Haec urnamenta mea!”, indicando i figli, Caio e Tiberio, che stavano giocando in un angolo del giardino.
Da sempre Cornelia è considerata la madre ideale non solo per le sue virtù, ma anche per il carattere sobrio ed austero che la contraddistingueva.

 

PROCNE

 

Procne era figlia di Pandione, re di Atene, e moglie di Tereo, re di Tracia. Sventura volle che Tereo si innamorasse di Filamela, sorella di Procne, lasciandosi ammaliare dal suo canto.
Per averla, Tereo ricorse all’inganno: segregò la moglie, facendola credere morta, e chiese in moglie la di lei sorella, Filamela.
Saputa la notizia, Procne minacciò di avvertire il padre e la sorella; Tereo, per impedirglielo, le fece mozzare la lingua e la nascose nel quartiere degli schiavi.
Procne, però, riuscì lo stesso ad avvertire la sorella, nascondendo un messaggio nel manto nuziale ricamato dalle schiave per la sposa.
Le due sorelle, finalmente ricongiunte, si vendicarono del fedifrago marito nel modo più atroce: uccisero Iti, il figlioletto che Procne aveva avuto da Tereo e ne fecero mangiare le carni al padre.
Quando Tereo si rese conto dell’orrido pasto consumato, le uccise entrambe.
Gli Dei, dice la leggenda, trasformarono i tre in altrettanti uccelli: Filamela fu un unignolo, Prone una rondine e Tereo un corvo.
Naturalmente si tratta di allegorie, ma in qualche modo, gli Antichi sentivano la necessità di farsi una ragione dell’esistenza del male!

 

 

LA PERSECUZIONE

La persecuzione – recita il dizionario - è l’insieme dei tormenti e dei martirii patiti dal Cristianesimo nascente.
Naturalmente si può essere perseguitati per molti altri motivi, oltre che quelli religiosi: politici, filosofici, morali, etnici… e le donne, forse, più ancora degli uomini. Vediamo alcuni esempi, qui di seguito, presi non propriamente a caso:
 

- CECILIA                       
Vittima del Paganesimo, è una santa che tutti conoscono; molte donne ancora oggi portano il suo nome: Cecilia.
Regnava l’imperatore Alessandro Severo.
A Roma, una nobile fanciulla diciassettenne, appartenente alla gens Caeciliae, andò sposa ad un certo Valeriano. La ragazza riuscì a convertirlo al Cristianesimo e con lui, suo fratello Tiburzio.
Dopo il martirio dei due, anche Cecilia fu arrestata e sottoposta a torture. Subì prima la tortura del fuoco, ma le fiamme la lasciarono miracolosamente indenne. Sconcertati, ma determinati ad ucciderla, i suoi persecutori finirono per decapitarla.
Numerose leggende sorsero, nel Medio Evo, intorno a questa figura di Santa. Non è ancora chiaro per quale motivo sia stata associata all’Arte e soprattutto alla Musica; certo è che ancora oggi viene considerata Patrona dei Musicisti.
 

 - IPAZIA
Meno conosciuta di S. Cecilia   (almeno nel mondo occidentale), Ipazia è stata una vittima del Cristianesimo.
Donna di grande cultura, Matematica, Astronoma e Filosofa, Ipazia visse nella seconda metà del terzo secolo a.C. ad Alessandria d’Egitto.
Era a capo di una scuola filosofica neo-platonica e della Filosofia diceva:
“… è uno stile di vita, una costante, religiosa e disciplinata ricerca della Verità.”
Il suo pensiero, libero e laico, attirava ai suoi insegnamenti una folla sempre più numerosa e ciò mise in allarme la Chiesa Cristiana nascente di Alessandria.
Sedeva, all’epoca, sul seggio episcopale della città, un certo Cirillo, le cui mire erano quelle di trasformare l’Episcopato in un Principato.
Il vescovo Cirillo si scontrò più volte con Oreste, il Prefetto di Alessandria: il secondo difendeva le proprie prerogative e il primo tentava di dominare la cosa pubblica oltre il lecito consentito.
Tra i due il conflitto fu inevitabile e assai acceso e fu in quel clima che maturò il delitto: Ipazia, amica personale del Prefetto, era ritenuta responsabile della mancata riconciliazione dei due.
Il vescovo Cirillo, per di più, era roso dall’invidia per il grande successo riscosso dalla donna ed era preoccupato dei suoi insegnamenti: una folla sempre più numerosa  frequentava la sua casa e accorreva alle sue lezioni. Tramò per la sua morte e fomentò contro di lei i suoi seguaci.
Era un giorno del marzo del 415 d.C. quando un gruppo di cristiani, guidati da un certo Pietro, attesero che la donna rincasasse.
Ipazia fu trascinata giù dal carro e condotta in una chiesa. Qui, ai piedi dell’altare, fu denudata, uccisa  e fatta a pezzi e i pezzi furono bruciati.
Respirava ancora quando le cavarono gli occhi.

 

- MANON ROLAND
Maria Giovanna Philippon, detta Manon, moglie del conte Roland de la Platière, ministro di Luigi XVI, fu una donna di vasta cultura, apprezzata e ammirata da tutti. Nel suo salotto letterario, a Parigi, si discuteva di arte, Letteratura, Politica, Filosofia; era, infatti, frequentato dai Girondini, intellettuali di idee moderate.
Come la storia racconta, i Girondini furono ben presto perseguitati dai Rivoluzionari più spietati, come Danton e Robespierre, proprio per la moderatezza delle loro idee.
Robespierre denunciò il conte Roland come traditore e nemico del popolo; Roland riuscì a fuggire e mettersi in salvo, ma Manon fu arrestata e condannata a morte.
Celebre la frase che pronunciò mentre, a bordo della carretta che la portava al patibolo, passò davanti alla statua della Libertà:
“Libertà… quanti delitti si compiono in tuo nome!”
Tre giorni dopo il conte Roland, appresa la notizia della sua morte, si dette morte a sua volta.

 

- CATERINA MEDICI
Il numero più elevato di donne immolate sull’altare della Persecuzione è da attribuire alla superstizione e la piaga più purulenta della superstizione fu la “caccia alle streghe”.
Furono tante le donne, accusate di stregoneria, che finirono sul rogo. Qui voglio ricordarne una soltanto: Caterina Medici, vissuta nel 1600.
Caterina era una ragazza molto bella, cresciuta in un borgo in provincia di Pavia e trasferitasi a Milano come domestica.
Furono la sua bellezza, la gelosia e la superstizione, a spingerla verso una morte orribile.
Giunta a Milano, lavorò nella casa di un ufficiale dell’esercito che, per sua sfortuna, si innamorò perdutamente di lei, tanto da indurre la gelosissima moglie ad accusarla d’aver usato pratiche magiche per sedurre il marito.
In seguito Caterina servì nella casa di un nobile, un certo Melzi, che, subito dopo il suo arrivo, cominciò ad accusare  forti dolori di stomaco.
Tanto bastò a Martino Delrio, autore di un insulso quanto pericoloso ed apprezzato (all’epoca) Trattato di Stregoneria, per accusare di stregoneria la povera Caterina.
Ad avvalorare la sua accusa ci pensò un altro fanatico personaggio: Ludovico Settale, medico, che riscontrò strane macchie sul corpo della ragazza.
“… opera del demonio.” sentenziò.
Sottoposta ad indicibili tormenti, la ragazza “confessò” tutto quanto le fu ordinato di confessare. Qualche giorno dopo salì sul rogo per essere bruciata viva.

 

L'ASTUZIA

Che cos’è l’astuzia?
Non potrebbe essere la virtù di chi non ha il potere, ma le qualità per procurarselo?
Si dice che l’astuzia sia una virtù soprattutto femminile
Ed è proprio delle “astute manovre”  di due donne che intendo parlare: la biblica Abigail e l’egiziana Hutsepsuth.
 

 ABIGAIL


Visse ai tempi di Davide, quando Davide, pur essendo già considerato l’eroe nazionale per aver ucciso Golia, non era ancora colui che per la Bibbia rappresenta il personaggio più importante dopo Mosè.
All’epoca Davide, perseguitato dalla gelosia di re Saul, s’era trasformato in un fuorilegge che aveva raccolto intorno a sé tutti gli scontenti e i malumori che caratterizzano ogni epoca. Diventato il loro capo, viveva tra i monti, taglieggiando tutto il territorio, come qualunque banda di fuorilegge, per mantenere se stesso e  i suoi seguaci con le loro famiglie: un particolare della sua vita che si ignora o si tende a minimizzare.
Fu il caso che pose sul suo cammino la bella Abigail, moglie di Nabal, che la Bibbia dipinge malvagio, ma soprattutto stolto.
Questo Nabal viveva nel territorio del Maon ed era molto, ma molto ricco: una ricchezza che attirò su di lui l’attenzione di Davide.
Davide, infatti, inviò un gruppo di uomini a chiedere al ricco Nabal di cedergli un po’ di quella  ricchezza: provviste per sé e i suoi seguaci.
Lo fece, bisogna riconoscere, con gentilezza ed educazione, ma si trattava pur sempre di un atto di banditismo… diremmo oggi.

Nabal, però, era un uomo assai egoista. (un antico Mastro don Gesualdo) e per tutta risposta, occupato nella tosatura delle sue pecore, fece sapere al famoso fuorilegge che non aveva nessuna intenzione di donare
“a chi non so neppure da dove venga”, acqua, pane e carne, destinati ai suoi tosatori.
Il rifiuto mandò in collera Davide che ordinò a 400 dei suoi uomini di armarsi per una spedizione punitiva molto severa e, dice la Bibbia. “.. non sarebbe rimasto a Nabal allo spuntar del giorno neppure un maschio.”
Una carneficina, insomma. Secondo l’uso del tempo.
Un servo, però, riuscì ad avvertire Abigail, moglie di Nabal.
La bella Abigail, astutamente accorta e, forse, attratta dal bel fuorilegge, indossata la veste più ricca, gli andò incontro con un carico di pani, otri di vino, carne macellata, uva passa, fichi secchi e grappoli d’uva.
Attraverso un sentiero poco battuto raggiunse Davide e gli sbarrò la strada, poi gli si prostrò ai piedi chiedendo perdono a nome del tirchio marito.
“Egli (il marito) – disse la donna – è come il suo nome: stolto si chiama e stoltezza è in lui. Io, tua schiava, non avevo visto i tuoi giovani, mio signore, che avevi mandato.”
A queste parole, la bella Abigail ne fece seguire altre: una splendida collana di astutissime e mielate parole con cui riuscì non solo a placare la collera del bel fuorilegge, ma a conquistarne il cuore.
“Ora, mio signore, – concluse – poiché Dio ti ha impedito di venire al sangue e di farti giustizia con la tua mano, siano come Nabal (cioè, stolti) i tuoi nemici… Quando Dio avrà concesso tutto il bene che ha detto a tuo riguardo e ti avrà costituito capo d’Israele, tu vorrai ricordarti della tua schiava.”
E Davide non si scordò affatto della “sua schiava”.
Provvidenzialmente morto, Nabal, per un colpo apoplettico, soltanto dieci giorni dopo, Davide, assai sensibile al  fascino femminile (come ebbe in seguito più volte a dimostrare) inviò messaggeri alla vedova, chiedendola in moglie.
Abigail accettò, naturalmente, e divenne una delle mogli di colui che da lì a poco sarebbe diventato re Davide.

 

- Huthsepsuth

Huthsepsut - Regina-Faraone.
Le gesta di questa regina egizia, appartenente alla XVIII Dinastia, sono un capolavoro di astuzia, temperamento e capacità: una donna che oggi nessuno esiterebbe a definire emancipata.
Era figlia di Thutmosis I e della regina Amesh e fu fatta sposare al fratellastro Thutmosis II.
I due non ebbero figli maschi, ma solo due femmine, Thutmosis II, però,  il suo erede, Thutmosis III, lo ebbe  da una Sposa Secondaria, la regina Ese.
Alla morte di Thutmosis II, avvenute in circostanze non propriamente chiare,  la regina Hutsepsut assunse la Reggenza del Paese, essendo Thutmosis III ancora troppo giovane, neppure decenne, per regnare.
Troppo poco, La Reggenza, per una donna come lei.
Huthsepsut era una donna intelligente, di grande carattere e assai ambiziosa. Era anche  molto bella e possedeva un fascino irresistibile e grandi doti di diplomazia.
Sapeva leggere, scrivere, danzare e guerreggiare: accompagnava il padre nelle battute di caccia e, si dice,  uccise il suo primo leone all’età di dieci anni.
Non si accontentò, dunque, del ruolo di Reggente  e mise in scena uno di quegli intrighi di corte che solo una mente potenzialmente astuta ed audace poteva concepire.
Huthsepsut aveva creato intorno a sé una corte di funzionari fedelissimi, primo fra tutti, l’architetto Senmut, suo amante e, forse, padre di una delle sue figlie. Godeva anche del sostegno di buona parte del Collegio Sacerdotale e di quello delle più alte gerarchie dell’esercito: tutti pronti a reggerle il gioco.
Anche il principe erede aveva i suoi sostenitori, soprattutto nel corpo sacerdotale di Karnak, cui il faraone Thutmosis II aveva preferito affidarlo per tenerlo lontano dalle ambizioni della Regina, e che, inspiegabilmente, si astennero da qualunque azione.
La Regina aveva già raggiunto l’apice della sua potenza, ma sentiva il bisogno di legittimarla e di legittimare la decisione di costruire il “Milione dei Milioni di Anni”,  il suo Complesso Funerario che tutti, ancora oggi,  possiamo ammirare a Deir-el-Bahri.
Quale fu questo colpo di scena? Questo “miracolo”, come fu definito dai suoi seguaci?
Stava, un mattino, officiando in vesti di Sacerdote Supremo, nel Tempio di Karnak, quando, tra fulmini e tuoni e saette, il dio Ammon fece sentire la sua voce attraverso il naos (tabernacolo in cui era l’effigie divina) e la proclamò Figlia-Sua  e Signora-delle-Due-Terre (Alto e Basso Egitto).
“Kem-hut-Ra (Colei che regna su Kem col favore di Ra) sarà il tuo nome – disse pressappoco la voce del Dio (probabilmente quella di un sacerdote che la sosteneva nel gioco) -  Io mi compiacerò in te.”
Kem era un altro nome con cui si designava l’Egitto.
Da quel giorno la Regina, non più Reggente e con il titolo di Regina-Faraone, si mostrò in pubblico in abiti maschili e con la barba posticcia dei Faraoni.
Era già accaduto in passato che Regine avessero usurpato il trono, ma l’avevano fatto conservando sempre atteggiamenti femminili. Era la prima volta che una Regina nelle iscrizioni si faceva nominare al maschile.
Le statue la rappresentavano quasi sempre con shendit (gonnellino plissettato) e copricapo da Re: la nemesh (copricapo triangolare a righe) e il pshent (casco blu da combattimento).
I testi che fece incidere sulle pareti e i pilastri del Tempio Funerario raccontano tutta la storia.
Parlano della sua nascita divina, mettendo in bocca alla regina Amesh, sua madre, il racconto del suo  concepimento ad opera del dio Ammon:
“… quando nella tua grazia ti sei unito alla mia maestà
e la tua rugiada è penetrata in tutto il mio essere…”
c’è scritto.
E parla lo stesso Ammon:
“Colei che Ammon abbraccia è il suo nome
Sua la mia anima. Suo il mio Scettro
Suo il mio prestigio. Sua la mia corona
Affinché regni sui Due Paesi
E regni su tutti i viventi”
E ancora, per donarle prerogative maschili,  ad Ammon fa dire ancora:
“Salute a te, Figlia mia, nata dalla mia carne
Immagine brillante uscita da Me
Tu sei un Re che reggi i Due Paesi
Sul trono di Horo, come Re.”
Il suo regno durò per quasi venti anni e fu, sicuramente, uno dei momenti più pacifici e felici di tutta la storia del popolo egizio.
Durante il suo regno, infatti, quella Regina fece erigere Templi ed Obelischi, organizzò spedizioni, istituì leggi in favore di donne, bambini e gente umile e fece molte altre cose ancora che, noi gente moderna diremmo, degne di un Sovrano Illuminato.

LA SEDUZIONE

Innanzitutto il Dizionario recita così: 
“sedurre è l’atto di attrarre al male e distogliere dal bene con lusinghe ed inganni”
Davvero poco lusinghiera questa spiegazione per una “seduttrice”, letteralmente parlando.
“Ma – continua il  Dizionario – significa anche attrattiva, fascino, lusinga, malia e… corruzione.”  
Seduttrice, dunque, è colei che affascina, alletta, ammalia, seduce, provoca… in una parola: piace.
L’elenco delle “seduttrici” è numeroso. Ieri come oggi. Ne citeremo alcune, partendo dai tempi nostri e  raggiungendo il passato.

- Sulle seduttrici dei nostri giorni stenderei un velo pietoso: “escort” significa più prostituta d’alto bordo che vera “seduttrice”.

VERONICA  FRANCO

 

Letterata, poetessa e scrittrice, era anche una donna bellissima dotata di un fascino particolare. Vissuta nella Venezia del ‘500, trasformò la sua casa in un salotto mondano-letterario frequentato da nobili e uomini di cultura che, con la loro generosità, la resero ricca e famosa, fama a cui contribuì perfino il grande letterato Pietro Aretino.
Spregiudicata e libera nel suo stile di vita (consumò brevi ma intense passioni amorose), si guadagnò presto fama di  cortigiana e “seduttrice”;
Come tutte le cortigiane, però, è “honorata e riverita”, come dice il celebre Catalogo pubblicato nella metà del ‘500. Come tutte le cortigiane di rango, però, la Franco non si limitava a vendere il proprio corpo, ma offriva compagnia, eleganza, classe ed arte: sapeva suonare, cantare, recitare: composizioni proprie e quelle dei suoi ospiti.
Non mancò neppure di protettori particolarmente importanti: uno di questi fu Enrico III, re di Francia.
Morì giovane; forse proprio a causa del suo sfrenato stile di vita.
 

SEMIRAMIDE

 

Figura leggendaria, di lei si hanno notizie incomplete e spesso contradditorie, proprio per il fatto che la storia ha ceduto alla leggenda.
Molti studiosi la riconoscono nella figura di Sammuramat, sposa del Re assiro Shamshia-dad V,
vissuta in epoca tardo-matriarcale.
Molti secoli dopo, la figura di questa donna, dalla grande libertà di costumi, suscitava scandalo nella Chiesa Cattolica, che considerava Babilonia come la “Grande Meretrice”.
Nel Medio Evo era diventata simbolo di licenziosità e dissolutezza morale. Dante la collocò nell’”Inferno” fra i Lussuriosi e Boccaccio la condannò severamente nel suo “De Mulieribus Clares”.
La letteratura si è spesso accanita su questa figura, salvo rare eccezioni come in “LA città delle  Donne” di Chrestine de Pizan, che ne parla come di una donna di valore e coraggio.
Il regno di Semiramide, Regina e Reggente in nome del figlio Adad-Nizan III, fu in realtà un momento di cultura, libertà e crescita economica, valori quasi sconosciuti nel Medioevo, (periodo di maggior accanimento nei suoi confronti) chiuso in se stesso e nei suoi tabù.

 

- Cleopatra

Di questo personaggio, appartenente alla Dinastia dei Tolomei, di origine greca, si è ormai detto tutto e forse non sempre a proposito.
Tralasceremo la sua celebre storia d’amore con Marco Antonio e il tentativo di seduzione nei confronti di Ottaviano Augusto, né parleremo del suo matrimonio con Giulio Cesare e del suo  arrivo a Roma, cinematograficamente trionfale, ma in realtà osteggiato da tutti, essendo, i fatti, assai noti.
Non parleremo nemmeno della sua morte: aspide o vipera? Di qualunque veleno si trattò, certo è che pose fine alla sua vita.
Parleremo della sua fanciullezza e giovinezza.
Altre Regine con il suo nome l’hanno preceduta: lei era Cleopatra VI, nata ad Alessandria d’Egitto nel 69 a.C., da Tolomeo XII.
Fu l’ultima Regina di quella Dinastia; regnò dal 51 al 30 a.C., anno in cui morì.
Non era particolarmente bella, ma possedeva un fascino assai particolare; era astuta e ambiziosa ed era dotata di una spiccata personalità.
Aveva 18 anni quando morì il padre, lasciando il Regno al fratello, Tolomeo XIII, di soli 10 anni ed a lei il ruolo di Consorte Reale.
Roma, di cui l’Egitto era una Provincia, aveva nominato Pompeo come tutore del ragazzo, il quale godeva anche della protezione del potente eunuco Potino.
Ansiosa di agguantare il potere, Cleopatra fuggì in Siria, dove riuscì ad organizzare un proprio esercito.
Molto colta (parlava perfettamente cinque o sei lingue) e con particolari doti politiche e diplomatiche, cercò di volgere a proprio vantaggio le vicende di Roma, dove era in corso una guerra civile, scoppiata tra Pompeo e Giulio Cesare.
Potino, per compiacere Cesare, aveva fatto uccidere Pompeo e fu proprio quell’episodio che spinse Cleopatra ad osare ciò che nessuno avrebbe osato mai: avvolta in un tappeto, (una storia che ormai tutti conoscono bene) si presentò al cospetto di Cesare, che ne restò davvero impressionato. Fra i due nacque la passione e Cesare, per compiacere la “Sua Regina” fece  uccidere Tolomeo, lasciando a lei il potere assoluto.
La richiamò a Roma, ma… basta vedere il celeberrimo film con la Taylor e Burton, (con accenti hollywoodiani) per conoscere il seguito della storia.
Morto Cesare, Cleopatra cadde fra le braccia di Marco Antonio, suicidatosi questi, tentò di sedurre Ottaviano Augusto e alla fine, vistasi perduta, pose fine ai propri giorni con il veleno di un serpente.

LA FEDELTA'

Basta un solo nome per riempire un volume sulla fedeltà della donna:


Penelope

La figura di Penelope, casta e fedele, che aspetta trepidante il ritorno dello sposo vagabondo per il mondo con la scusa della guerra, che imbroglia i pretendenti con una tela interminabile, piace molto agli uomini.
Li rassicura.
Piace molto questa figura di donna in eterna attesa: è rassicurante. Viene presa come esempio anche in culture assai, ma proprio assai, posteriori.
Perfino oggi.
Ma era davvero così casta e fedele, la cara Penelope?
L’epoca in cui visse era quella di un Matriarcato in declino e un nascente Patriarcato. Lo testimoniano le vicende legate alle sue nozze con Odisseo, meglio conosciuto come Ulisse.
Questi conquistò la sua mano all’antica maniera matriarcale, vincendo, cioè, una gara di corsa.
(secondo altre versioni, di tiro con l’arco)
Penelope era figlia di Icario, re di Sparta, e della ninfa Peribea e, secondo le antiche usanze, era la sposa che accoglieva lo sposo nella sua casa e non il contrario. (Menelao era diventato Re di Sparta per averne sposato la principessa ereditaria, Elena).
Ulisse, invece, infranse le regole e si portò via la sposa contro la volontà del padre di lei.
Re Icario, infatti, li fece subito inseguire e Ulisse costrinse  Penelope a scegliere fra lui e suo padre.
Penelope scelse Odisseo: senza una parola si calò il velo nuziale sul volto e lo seguì ad Itaca, lasciando la casa paterna e la terra di Sparta.
La figura di Penelope, in realtà, non è solamente emblematica, ma anche un po’ enigmatica, per quello che fu in seguito il suo comportamento.
Omero (ma sarà stato proprio Omero a scrivere l’Odissea? Ormai sono in molti a nutrire dei dubbi) ci parla di lei in tono brillante, bucolico ed un po’ ingenuo. Ben diverso dal tono ruvido e tagliente che si riscontra nell’Iliade, la cui paternità di Omero è indiscutibilmente accettata.
Omero ci lascia con Penelope ed Ulisse riuniti dopo venti anni di separazione: dieci di guerra a Troia e dieci di peripezie attraverso il Mediterraneo.
Penelope, però, si rivela donna prudente e diffidente, oltre che paziente e fedele: prima di concedersi al marito, vuole certezze e per questo lo sottopone alla prova del talamo nuziale e della sua posizione nella loro casa. Dopo, lo premierà generandogli un altro figlio: Polipartide; il primo era Telemaco, poco più che ventenne al ritorno a casa del padre.
Penelope è anche una donna forte e di infinite risorse. Lo ha dimostrato tenendo a freno i suoi pretendenti con vari espedienti prima del ritorno di Ulisse e lo dimostrerà pure dopo la morte di questi.
Sia Ulisse che suo figlio Telemaco, infatti, subito dopo la strage dei Proci (i pretendenti) erano stati esiliati.
Ulisse partì per la Tesprozia, per espiare la sua colpa; qui, però, sposò la regina Callidice che gli diede un altro figlio, Polirete.
Telemaco, invece, raggiunse Cefallenia, poiché, secondo un oracolo, Ulisse sarebbe morto per mano di suo figlio.
Così fu!
L’eroe fu ucciso proprio da uno dei suoi figli, ma non era Telemaco, bensì Telegono, il figlio avuto dalla maga Circe durante il viaggio di ritorno da Troia.
Telegono, che dal padre aveva ereditato lo spirito d’avventura, andava scorrazzando per i mari e finì per raggiungere Itaca.
Ulisse si preparò a respingere l’attacco, ma Telegono lo uccise.
Proprio come aveva predetto l’oracolo: in riva al mare e con l’aculeo di una razza, un aculeo di razza infilato sulla punta della lancia di Telegono.
E ancora una volta Penelope ci sorprende: trascorso l’anno di lutto previsto dalla tradizione, la Regina di Itaca sposa Telegono… proprio così! Sposa l’uccisore di suo marito, figlio della rivale, la maga Circe.
E non è tutto. Raggiunta l’isola di Circe, madre del fratellastro Telegono, Telemaco, a sua volta, impalma la rivale di sua madre.
Edificante!

 

La Donna Moderna

Il seme di un Movimento per l’emancipazione femminile fu gettato con la Rivoluzione francese e la ghigliottina: due attiviste ci lasciarono letteralmente la testa, sotto quella ghigliottina!
La battaglia, però, è continuata.
Anzi, le battaglie.
Ma la guerra è stata vinta?
Per una parte dell’universo femminile, parlerei di abbondante armistizio, ma  con molti compromessi e forzature varie: sul lavoro, in famiglia...

E per l’altra parte? Una buona parte, direi!
Per quella parte dell’universo femminile posso affermare senza timori di smentite che la risposta è assolutamente no e le ragioni sono varie:
- violenza fisica al corpo femminile attraverso infibulazioni e atrocità simili.
- costrizioni ed imposizioni quali matrimoni combinati, padri-padrone, ecc.
- annientamento della personalità attraverso un abbigliamento degradante (non mi riferisco al velo, ma a quello scafandro chiamato burca)

- disuguaglianze sociali  e negazione di diritti

- stupro...  violenza di casa nostra... la piaga dello stupro che  fino a qualche anno fa non era neppure considerato reato.

- la violenza domestica, spesso sommersa e portata con vergogna.

La cronaca ci ha abituati ad episodi di violenza contro le donne..."  Femminicidio",  chiamano tale triste fenomeno. Donne che perdono la vita per mano di uomini violenti e possessivi, per la maggior parte dei casi nell'ambito familiare.
Si tratta di un fenomeno universale che coinvolge ogni strato sociale e culturale, senza esclusione alcuna.


La cronaca, però, sorvola su un vergognoso ed altrettanto triste fenomeno oppure non ne parla a sufficienza, forse perché  di casa nostra non é: parlo del Gendercidio.
Che cos'é il Gendercicio?
Potremmo definirlo l'aspetto più drammatico della discriminazione e selezione dei   sessi:  la forma più subdola di violenza sulla donna. Si tratta, in sostanza, dell'aborto selettivo di feti o di soppressione di neonati di sesso femminile: bambine che non vedono la luce o che vengono uccise appena nate.
Le armi usate? Aborto o veleno.
Dove, il triste fenomeno è più diffuso? Là dove ci sono oppure c'erano fino a poco tempo fa, povertà e sottosviluppo.
In realtà, si tratta solo di un alibi, quello della povertà, poiché in quei Paesi la crescita economica è sotto gli occhi di tutti, come sotto gli occhi di tutti é l'assoluta indifferenza verso questo sterminio di particolare proporzioni.
In alcuni Paesi (non occorre far nomi, essendo il fenomeno sotto gli occhi di tutti),  la donna è ancor oggi considerata un peso, mentre in altri pare che la tendenza sia,  per così dire, quella di invertire la rotta.
Molti, bisogna riconoscere,  i Paesi in cui è stato proibito l'aborto selettivo (fino a ieri ampiamente praticato) ed in  cui  si sono  disposti incentivi a favore dei figli di sesso femminile.  Tutto ciò, però,   non ha ancora  prodotto significativi mutamenti e la ragione è da ricercarsi, forse, in un  modello di società sostanzialmente maschilista.

La cultura cambia molto velocemente, non altrettanto la società e la società, soprattutto di stampo maschilista, vuole ancora la donna dolce, remissiva e debole. Per millenni e secoli è stato così. Nella letteratura la passività della donna è stata fragorosa ed esagerata e si è esaltata, invece, la forza maschile: c'era sempre una fanciulla da salvare, inseguita o rapita. Oggi, invece, la fanciulla riesce a salvarsi da sola. Questo disorienta il maschio e lo rende agressivo e desideroso di mostrare superiorità e potere sulla donna.  

Sul lavoro, oggi, la donna mostra di essersi emancipata, ma la società, che è assai lenta nei cambiamenti, ha ancora molta influenza sulle scelte delle donne che lavorano ed impedisce loro... o almeno rallenta... l'iter lavorativo, favorendone spesso scelte riunciatarie: difficilmente un uomo accetta una donna che guadagni più di lui. Qualcosa però si sta muovendo,  soprattutto in alcuni Paesi dell'Estremo Oriente, come la Cina, dove, assai più che nei Paesi occidentali, è possibile incontrare  donne con posizione lavorative elevate. Qui,da noi, ci sono le cosiddette  "quote rosa", ma... francamente, già la denominazione è discriminante.

Esiste, poi, un altro tipo di discriminazione sulla donna: quella della pubblicità. Quella, intendo, che per vendere un dentifricio o un tubetto di silicone, ricorre all’immagine di un nudo femminile… complice, in questo caso,   il soggetto stesso che a ciò si presta.
Per chi guarda e subisce tale pubblicità, però, resta pur sempre un atto discriminatorio… e non lo dico per facili moralismi o falsi pudori, ma solo per quel diritto al rispetto che ogni donna dovrebbe pretendere e quel personale  stile e buongusto che differenzia una donna da qualcosa d’altro.
 

La donna nella comunità cristiana


La donna nella comunità cristiana


Si parla spesso  del ruolo marginale della donna in seno alla società cristiana, ma non si può negare che la donna comincia a fare storia e lasciare tracce di sé proprio con il Cristianesimo.
Cristo rompe con la tradizione affermando per la prima volta l'uguaglianza della donna con l'uomo:  accoglie la donna in seno alla comunità nascente, la fa partecipare alla preghiera assieme agli uomini, le consente di recitare salmi,  di ospitare ( se ne ha  i mezzi) nella propria casa adunanze di cristiani, ecc..
Questa rottura con la tradizione, che vede la donna segregata in casa e le impone l'obbligo di velarsi a causa della sua condizione di inferiorità nei confronti dell'uomo, non  può che destare sospetti, perplessità e clamori.
Cristo si mette subito dalla parte della donna:
"... in verità vi dico, chiunque ripudia la propria moglie, se non  in caso di concubinato  e ne sposa un'altra, commette adulterio.."
La posizione della donna nelle prime comunità cristiane era sicuramente migliorata rispetto a quella dell'epoca. Soprattutto nell'ambito familiare dove, con l'indissolubilità del matrimonio,  si vedeva messa al riparo dal facile ripudio.  Fu condannato anche lo stupro, che in precedenza faceva perdere l'onore alla donna condannandola al suicidio e dei due protagonisti riconosceva un solo colpevole.
In proposito Agostino dirà:
"... se una donna subisce violenza, può  perdere la sua verginità e non la sua castità."
La castità! Questo si chiedeva alla donna: conservarsi vergine e casta per rendersi pura agli occhi di Dio ed abbandonare i costumi di una società dissoluta, lussuriosa e sfrenata.

Ben presto, però, questa visione aperta e paritaria della donna cominciò ad incrinarsi e ad apportare un pò di confusione e qualche contraddizione.
Scrive Paolo di Tarso:
"... Cristo é  capo degli uomini e l'uomo é capo della donna e Dio é capo di Cristo... "
e ancora:
"... l'uomo non ebbe origine dalla donna, ma fu la donna ad essere tratta dall'uomo..."
e continua...
"... l'uomo non deve coprirsi la testa perché é immagine e somiglianza di Dio,  invce la donna é gloria dell'uomo..."
Paolo, dunque, consiglia alla donna di sottomettersi all'uomo e al marito, ma la sua posizione risulta contradditoria e anche un po' ambigua quando scrive:
"... una donna che  prega e profetizza a capo scoperto manca di rispetto riguardo al proprio capo. Se non vuole coprirsi si tagli i capelli, ma se tagliarsi i capelli per una donna é vergogna, si copra col velo."
Fra i primi cristiani, dunque, si scatena presto una battaglia sul ruolo della donna e sui  suoi doveri e comportamenti.

L'elemento di riscatto del Vangelo, che aveva incontrato ostacoli nella cultura della società del tempo, riuscì, però,   a trovare spazio in alcune scelte e stati femminili come il diaconato e la condizione di verginità.
Alle diaconesse erano riconosciuti alcuni compiti quali l'insegnamento della dottrina ad altre donne, l'assistenza ai malati e perfino l'assistenza al vescovo nel sacramento del Battesimo. Questa figura, però, scomparve subito, già nei primi secoli dopo Cristo e precisamente con il costituirsi di un clero tutto al maschile.  Bisognerà aspettare Paolo VI, molti secoli dopo,  per veder proclare un "dottore della Chiesa"  di sesso femminile.

Riguardo lo stato di verginità, inizialmente e da più parti fu una scelta  accolta con qualche sospetto perché consederata solo come una scappatoia per  liberarsi dalla dipendenza  da marito e figli e dalle pastoie di una maternità spesso gravosa.
In realtà,  fu la libera scelta di uno stile di vita  austera, solitaria e di preghiera.
Nasceva il monachesimo e la donna accettava liberamente e consapevolmente di velarsi il capo.


 

La donna nella cultura biblica

Presso l’antico popolo ebraico, i costumi familiari erano senza ombra di dubbio improntati sul  Patriarcato. I nomi dei grandi Patriarchi sono noti a tutti: Abramo, Isacco, Giacobbe…
Notevole rilievo viene, dunque, dato all’uomo nell’ambito della famiglia e assai meno alla donna.
Bisogna, però, tener presente che il fondamento  del Patriarcato aveva come fine la forza strutturale della tribù.
Ma vediamo nel dettaglio quella che era la condizione della donna biblica.
Non aveva alcuna potestà sui figli, essendo, questa, esercitata quasi esclusivamente dal padre.
Alla donna non era consentito ripudiare il marito; viceversa, questi poteva farlo in qualunque momento.
Soprattutto in caso di sterilità: un difetto fisico imputabile solo alla donna.
Rimasta vedova, la legge le imponeva di sposare il fratello del marito.

In caso di necessità (e talvolta anche senza tale esigenza) il padre poteva vendere la figlia come concubina… consolante, però, sapere che a questo padre (sempre in caso di necessità) veniva concessa la facoltà di vendersi anche i figli maschi…

Qualcosa di buono per la donna?… sembra che la somma versata dallo sposo per procurarsi una moglie, restasse a lei, invece che aggiungersi al patrimonio dei nuovi parenti.
Qualcosa di simile accadeva anche alle donne romane, specialmente in epoca imperiale, le quali seppero farne buon uso (come vedremo in seguito) per affrancarsi (i primi tentativi, in verità) da secolari tradizioni.

 


 

La donna nella cultura araba

Il primo a porre la questione femminile e l'emancipzione della donna nella società fu l'intellettuale egiziano Oasim Amin.
"La Legge islamica ha preceduto tutte le altre Legislazioni, proclamando l'uguaglianza della donna e dell'uomo." scrisse
Ed aveva ragione. Sebbene solo teoricamente, poiché la condizione femminile nel mondo non è mutata poi così tanto da quando Oasim Amin fece quest'affermazione.
Immutata è rimasta anche la condizione della donna musulmana;  ieri come oggi,  che pure occupa posti di rilievo nella società.  Ieri come oggi,  infatti,  è assoggettata all'autorità di padre o marito e ieri come oggi, ritenuta fonte di tentazione per il maschio, è costretta a velarsi e nascondersi.  E, sempre ancora oggi, la troviamo sottoposta a pratiche aberranti come l'infibulazione...  e non giustifica il fatto che tale pratica sia antica e pre-islamica... semmai ne aumenta la colpa, poiché tollerare è lo stesso che praticare.

In verità, la condizione della donna nella società araba pre-islamica, considerata una disgrazia per la famiglia fin dalla nascita,  era assai dura.  Oppressa, disprezzata e privata di ogni più elementare diritto,  era considerata alla stregua di un oggetto o di una proprietà  che si poteva perfino ereditare: dal figlio maggiore della prima moglie, alla morte del padre.

L'Islam le riconobbe diritti che non aveva mai goduto prima, ma le impose  anche doveri.
Diritti e doveri. Il Corano obbliga e tutela.
Il Corano, però, si presta a varie interpretazioni.
Esiste la Sharia, la Legge Islamica, ma esiste anche la Ijtihad, la nuova interpretazione della Legge Coranica e non sempre la seconda è in accordo con quella tradizionale.

"Le donne sono uguali all'uomo di fronte a Dio." recita il Corano,
ma subito precisa:
"Le donne hanno diritti equivalenti ai doveri, ma gli uomini sono superiori.  Allah è potente e giusto!" (Sura 2 - verso 228)
o  addirittura proclama:
"Gli uomini sono preposti alle donne a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono i loro beni... Le virtuose sono le devote che proteggono nel  segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle  di cui temete l'insubordinazione. Lasciatele sole nei loro letti. Battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di loro. Allah Altissimo è grande."  ( Sura IV  - versetto 34)

Il  Corano, dunque, riconosce molti diritti (ma non tutti) alla donna e primo fra tutti, le riconosce  il diritto alla nascita: un diritto per nulla scontato, se si considera il dilagare in tutto il mondo della  piaga del Gendercidio o selezione genetica.
Bisogna anche riconoscere che se in alcuni Paesi arabi le donne non godono dei diritti loro accordati dal Corano, la causa va ricercata nella interpretazione che ne danno uomini appartenenti ad una società  per vocazione profondamente maschilista.
Sono nati così, imposizioni e divieti.
Come quello del velo, diventato nel tempo sempre più ampio, sempre più largo, sempre più avvolgente fino ad inghiottire la figura femminile. Nessun versetto del Corano, in verità, ne prescrive l'uso, ereditato dalla cultura pre-islamica. E nessun versetto coranico  ingiunge alla donna  di abbassare lo sguardo perché offenderebbe la "superiorità del maschio".
Né è il Corano a imporre  l'istituto della poligamia, secondo cui l'uomo può avere fino a quattro mogli  o quello del facile ripudio, che permette all'uomo di liberarsi  della moglie anche senza giusta causa. Si tratta di antiche consuetudini cui un certo tipo di uomo è rimasto tenacemente attaccato.

Grazie al movimento per l'emancipazione femminile  "Periodo del Risveglio",  che già nel 1923 portò la Turchia all'abolizione della Sharia  ed alla laicizzazione dello Stato, alcune cose oggi sono cambiate...  cambiamenti che hanno contribuito alla nascita di progetti sociali e culturali su cui ancora oggi si scontrano Progressisti  e Fondamentalisti.
Oggi, la poligamia, pur riconosciuta, è praticata solo in bassissima percentuale e la maggior parte dei matrimoni sono monogami.  In materia di diritto familiare, alla donna divorziata è finalmente riconosciuto il diritto di tenere il figlio con sé fino a nuove nozze o  di non contrarre matrimonio contro la propria volontà; in alcuni Paesi poligamia e ripudio sono stati aboliti. 
Alla donna araba oggi, è riconosciuto il diritto all'istruzione ed al lavoro come in ogni altra società.
Quando si parla di donna araba non si parla di una sola realtà, ma di un mondo variegato con realtà diverse, che non devono indulgere l'osservatore esterno a facili pregiudizi.   Come  nella società occidentale un'italiana è diversa da una svedese,  nella società araba una saudita lo è da una tunisina.   
E' paradossale che a diffondere lo stereotipo della donna araba sottomessa e completmente assoggettata all'uomo siano solo fatti di cronaca e si tralascino invece le conquiste, numerose, delle donne arabe nell'ambito della società.
Uscita dal limbo di ignoranza in cui è vissuta per secoli, la donna araba oggi conosce, al  pari  della donna occidentale, molte nuove realtà. Come la donna occidentale e soprattutto negli ultimi decenni,  ha conseguito successi e conquistato diritti.
Uno di queste conquiste è  il diritto a coprirsi il capo, se desidera farlo e se non vi é costretta da qualcuno o da qualche precetto.
 

La donna nella cultura cinese

Testo
La donna nella cultura cinese

Indefinibile! E' il solo termine per definire la donna cinese. Difficile per noi occidentali.
Ci è sempre apparsa semplice, forte e saggia: specchio della millenaria civiltà che l'ha sostenuta. Fragile, ma solo apparentemente;  misteriosa ed enigmatica, custode delle proprie tradizioni ed usanze. Nascosta dietro il trucco elaborato come dietro una maschera; l'acconciatura semplice oppure elaborata, ma quasi sempre ornata di fiori. La veste di  seta o di semplice cotone, ma sempre semplice, bella ed elegante.
Recita così un'antica poesia cinese:
"Come la liana abbraccia l'albero in ogni parte,
così tu abbracci me:
Sii la mia compagna e non lasciarmi mai più.
Come l'aquila nel lanciarsi in volo  batte il suolo con le ali,
così io batto alla tua porta:
Sii la mia compagna e non staccarti da me."

Meravigliosi versi d'amore che non devono farci dimenticare i tanti aspetti per  noi sconcertanti. Come l'usanza antica di fasciare i piedi: un piedino infilato in una minuscola babbuccia ricamata, simbolo di fascino ed eleganza.
Un'usanza lontana risalente, sembra, al X secolo, per acquisire grazia, leggerezza e soprattutto quel "movimento" arioso ed inimitabile. Un'usanza, però, assai penosa e dolorosa,  che non teneva in nessun conto  la donna costretta a subirla.  Quei piedi strettamente fasciati condizionavano la sua vita e la  costringevano  a restare in casa, con il risultato di  trovarsi  relegata al solo ruolo che le si voleva  assegnare: quello di sposa.

Quale, dunque, la condizione della donna nella cultura cinese?
In una società profondsmente e particolarmente partiarcale e maschilista, la donna non poteva godere di privilegi: era l'uomo a perpetrare la specie e la donna ne era solo lo strumento.
In verità, sorte e considerazione non diversa era riservata anche alle donne di altre latitudini... compresa la nostra.

Come tutti i Paesi di grandi contraddizioni, la Cina si presenta oggi con due facce: città ricche, industrializzate ed occidentalizzate e campagne povere, arretrate e tenacemente legate alle tradizioni.
La tradizione vuole la donna "ceduta" , attraverso il matrmonio, dalla famiglia del padre a quella del marito e vuole la donna relegata al ruolo subordinato di moglie e sposa.
Oggi le cose sono un po' cambiate.
Oggi molte giovani donne cinesi partono per l'Occidente per studiare o lavorare; molto  di loro sono bene inserite nella società, nel lavoro, nela politica, ma molte ancora restano nelle campagne e nel proprio limbo di ignoranza, completamente sottoposte all'uomo, defraudate dei diritti più elementsri e spogliate della dignità di essere umano,

L'aspetto più triste e drammatico, forse, della mancata considerazione nei riguardi della donna, è la vergognosa piaga del gendercidio, da attribuire alla politica del "figlio unico", adottata per porre un freno all'esplosone demografica degli ultimi decenni.
Per avere un figlio maschio, infatti, si ricorre alla selezione genetica, pur vietata dalla legge,  con il risultato paradossale di un numero superiore di maschi rispetto alle femmine (eliminate allo stato di feto o addirittura di neonato).
Per di più,  per qualche ragione che andrebbe analizzata, i giovani europei sono sempre più attratio dal fascino dolce e discreto delle ragazze orientali ed il numero di unioni miste è sempre in crescita.
E'   forse il nuovo sogno?

La Donna del Rinascimento

Rinascimento! Una parola che evoca immediatamente grandiosità ed esuberanza, sfarzo ed eleganza, genio ed innovazione, ma, al contempo, licenziosità e barbaria, ferocia e corruzione, faziosità ed intrigo. Soprattutto il Rinascimento italiano che, proprio attraverso queste contraddizioni, sviluppò uno straordinario corollario artistico, politico e di costume che segnò il passaggio dal Medioevo all’Età Moderna ed abbracciò tre secoli: il ‘400, il ‘500 e parte del ‘600.
Cito solo alcuni nome: Raffaello, Tiziano e Michelangelo, Petrarca e Ariosto, Machiavelli, Leone X e Giulio Secondo, Leonardo e  Lorenzo il Magnifico. E poi, i Borgia, ecc…
Come si colloca la donna all’interno di questo esuberante e controverso palcoscenico?
Il ‘400, ma non solo quello, fu definito: il secolo delle cortigiane.
Il ‘400 fu il secolo di santi ed eretici, papi e cardinali, principi e politici, ma fu definito anche il “secolo delle cortigiane”.
A Roma come a Firenze, a Ravenna come a Venezia, le cortigiane dominavano la scena di questo straordinario momento di rinnovamento e di risveglio dopo il torpore della tradizione.
Il ruolo e l’influenza, che queste donne ebbero nella vita artistica politica e religiosa, fu grandissimo.
Si dice che nella sola Roma di papa Sisto IV e Giulio II, si contassero non meno di sette mila cortigiane.
C’erano cortigiane d’ogni categoria: di strada e d’alto bordo. Queste ultime, colte e raffinate, talvolta perfino letterate, rivestirono un ruolo assai significativo nella politica di quel periodo e fecero da Muse ispiratrici per i tanti artisti del tempo.


Non tutte le donne, naturalmente, erano cortigiane. C’erano donne potenti per nascita. Come Lucrezia Borgia, tanto criticata dai posteri quanto dai contemporanei (a torto o a ragione, Isabella d’Este, bella colta e diplomatica; c’era, poi, la grande Caterina dei Medici.


La donna del Rinascimento godeva, dunque, di un potere acquisito con l’arte della seduzione e l’esercizio dell’intrigo e della diplomazia.
Ma non erano solo cortigiane e nobildonne ad animare le scene: una moltitudine di popolane indigenti, malate e malnutrite (è l’epoca delle grandi epidemie), prive di qualunque diritto e considerazione, assediavano quelle scene.
Tanto era lo sfarzo delle corti di Dogi, Papi, Re e Principi, tanto era lo squallore delle strade e delle periferie di città come Roma, Milano o Venezia.
A Venezia, se da un lato si continuava ad emettere Provvedimenti allo scopo di porre fine al lusso eccessivo delle patrizie, dall’altro, le popolane si accalcavano e accapigliavano davanti ai fondaci dove si distribuiva la farina.
Una certa evoluzione della condizione della donna nel periodo rinascimentale va, comunque, riconosciuta e ricercata in diversi fattori. Il più importante, forse, stranamente, fu il matrimonio, che rallentò i vincoli di controllo stretti intorno a lei.
Prima del matrimonio, infatti, le ragazze conducevano una vita assai ritirata e controllata; celebrate le nozze, però, acquisivano, se non autorità, una certa autonomia e libertà.
Non al pari di una cortigiana, naturalmente, che possedeva molta autonomia, ma poca onorabilità: la cortigiana era una donna che aveva portato la prostituzione nei Palazzi del Potere, ricevendone in cambio ricchezza e protezione… ma questa è una nota che duole anche ai tempi nostri!

            

LA DONNA dei BARBARI

Bisogna innanzitutto precisare che “barbaro” non vuol dire “uomo con la barba”, come disse un mio alunno, solo perché i “barbari” sui testi di storia sono raffigurati quasi sempre con la barba. “Barbaro” significa “Straniero” ed è con questo termine che furono chiamate le popolazioni d’oltr’Alpe conquistate durante le campagne militari, ma anche tutti quei popoli che calarono in Italia dal Nord dell’Europa, verso la fine dell’Impero Romano.
Erano per lo più popolazioni rozze, feroci ed ignoranti, dedite al saccheggio ed alla devastazione.
Non tutti, in verità! Popoli come   Franchi o Longobardi, erano civili e politicamente bene organizzati.

Tutti quei popoli, però, avevano un comune denominatore: la donna e il ruolo che ella rivestiva nella società.

La Donna dei Galli e dei Germani

La condizione della donna presso queste popolazioni era di autentica parità con l’uomo, sebbene svolgesse compiti a lei più congeniali.  La parità tra i sessi era una delle caratteristiche più importanti della società celtica.
Brave a filare, tessere e cucire, la donna celtica era spesso indovina, sacerdotessa e guerriera.
Godeva di libertà assoluta su ogni piano e la sua piena libertà sessuale era espressione del grande potere che la “maternità” esercitava su quelle popolazioni.
Miti e Leggende esaltano l’uomo celtico, facendone un super-uomo impegnato in un costante sforzo  inteso a dimostrare d’essere il migliore. In realtà, quei leggendari guerrieri e super-eroi, era dalle donne che andavano ad apprendere l’arte della guerra.
La donna celtica aveva spiccate attitudini alla guerra e i futuri guerrieri la sceglievano come “Maestro”, come dice il mitico eroe Cuchulainn.
Quel lato feroce e cruento, però, in creature deputate a creare la vita, finì per alimentare un alone di inquietudine ed ambiguità sulle figure di quelle donne-guerriere.
Molti i loro nomi.
La celeberrima Budica, che condusse alla rivolta il popolo Bretone, non fu l’unica Regina-guerriera. Celebrate sono le eroiche vicende di Eponima e Camma, eroine dei Galli. Le donne dei Cimbri, poi, seguivano i mariti in guerra e li incitavano alla battaglia attraversando di corsa gli accampamenti, agitando armi e suonando rumorosi strumenti.
Infine, come disse Tacito a proposito delle donne dell’isola di Mona, in Britannia, che combatterono al fianco dei propri uomini:
“… nude e tinte di nero, quelle donne incutevano grande rispetto nel popolo…”
“La virtù dei Galli rifulge tutta nelle loro donne.” diceva Cesare  e il generale Ammiano Marcellino rincarava così:
“Nessuna banda di stranieri potrebbe resistere ad un solo celtico in una rissa, tanto più se chiamerà anche sua moglie, ancora più forte di lui.”
 

la Donna degli Unni

Unni, Vandali… sono nomi che evocano orde selvagge nell’atto di devastare, depredare, distruggere ogni cosa lungo il proprio cammino.
Qual era la condizione della donna all’interno di popolazioni così violente e sempre dedite alla guerra?
Il “barbaro” nutriva per la sua donna un rispetto profondo e una altrettanto profonda venerazione: era saggia, conosceva rimedi naturali per ogni malanno ed aveva con la natura un rapporto particolare ed unico.
La donna, dal canto suo, restituiva tanto rispetto con una fedeltà incondizionata che giungeva a limiti estremi, come chiudersi attorno al collo una collana con inciso il nome del proprio uomo: un collare che, una volta chiuso, non poteva più essere tolto.
Donna semplice e casta, divideva con il proprio uomo, sempre in guerra per la conquista di un territorio, una vita di pericoli e disagi.
La sua casa era un carro sempre in movimento e solo di rado, nelle brevi soste di quegli interminabili percorsi, trovava riparo sotto una tenda. Tesseva, cuciva e ricamava ed utilizzava tutto quanto la natura era in grado di offrire. Si occupava dei figli e della famiglia, ma anche delle necessità della tribù, dentro la quale godeva di una parità con gli uomini, sconosciuta alla società “civile”.

 

La Donna dei Franchi e dei Longobardi

E’ giunta l’epoca dei Castelli.
Franchi, Goti, Longobardi, scesi in Italia con i loro eserciti, hanno occupato territori, ma hanno finito per adottare usi e costumi del Paese conquistato senza, però, rigettare le proprie usanze.
La donna è diventata la “castellana”. E’ riverita e rispettata da tutti. Compreso il marito.
Costui è continuamente impegnato in guerre e battaglie e perciò, sempre lontano dal castello e dal proprio feudo; quando non è lontano, spende il proprio tempo in tornei e battute di caccia.

 

Madre e sposa di guerrieri sempre lontani da casa, questa donna diventa sempre più potente, la sua posizione sempre più consolidata.
La troviamo impegnata a condurre e dirigere la vita nel castello, dove è diventata la signora incontrastata, soprattutto in assenza del marito.
Troviamo, dunque, la donna del primo millennio, in una posizione di privilegio,  ma non è propriamente così: privilegi, sì, ma solamente se si appartiene alla nobiltà. Ben altra sorte, infatti, è quella della popolana che, oltre ai disagi della povertà, deve subire spesso anche l’onta dello stupro da parte del vincitore.
Questa, però, è una storia vecchia… vecchia quanto il potere del maschio!

 

 

LA DONNA ETRUSCA

La figura della donna etrusca ancor oggi è avvolta nel mistero, lo stesso che circonda la sua gente.
Dagli affreschi e dalle sculture, però, ci appare bella, elegante e raffinata; affreschi e sculture che esibiscono ricchezze e potere ed affermano la legittimazione di un’aristocrazia in cui la donna è protagonista.
Coperta dei gioielli di famiglia, che costituivano il tesoro di famiglia ereditato per via femminile, la donna etrusca ostenta lusso e potere.


Ella è, infatti, sempre presente: nei rapporti politici, nei legami fra Clan e nella creazione di Dinastie. Vive in assoluta parità con l’uomo ed ha comportamenti ritenuti, all’epoca, adatti solamente all’uomo: beve vino, partecipa ai banchetti sdraiata come un uomo e non seduta, parla di politica ed ha opinioni proprie.


Tutto questo attira su di lei il disappunto e la disapprovazione di Greci e Romani, che giudicano scandalosa la sua condotta e i suoi comportamenti.
Bisogna precisare, però, che tanta libertà, lusso e potere, sono riservati solo alle donne di rango e che le condizioni di vita  di tutte le altre, schiave o popolane, erano tutt’altro che facili e felici.
Accadeva, cioè, quello che accadrà più tardi alla donna romana d’epoca imperiale: vedove di mariti morti in guerra, ne ereditavano e gestivano gli enormi patrimoni che permettevano loro l’esercizio del potere; la sola differenza era la partecipazione alla vita politica: alle romane rimase sempre interdetta.

 

 

LA DONNA ROMANA

La donna romana viveva in assoluta condizione di inferiorità rispetto all’uomo, da cui finiva sempre per dipendere: come padre o come marito e perfino come fratello o figlio maggiore, quando restava vedova. Non conobbe mai, però, la sorte del gineceo, in cui veniva confinata la donna greca.
Soprattutto in età repubblicana, la sua sottomissione al maschio era totale: il marito aveva sulla moglie diritto di vita e di morte.
In caso di adulterio e perfino se fosse stata sorpresa a bere vino, veniva punita con la morte. (la sbronza era considerata il primo passo verso l’adulterio).
La posizione economica era fortemente penalizzata essendo, la sua dote, completamente integrata con quella del marito, che poteva disporne a piacimento.
Non era mai sola, ma vigilata e sempre accompagnata. Il suo solo scopo di vita era la cura della casa e dei figli.( in caso di mancanza di figli, poi, era sempre lei quella sterile e mai il marito che, per quella “mancanza” poteva chiedere il divorzio).
La donna della Roma repubblicana è, dunque, una donna virtuosa, completamente dedita alla casa e alla famiglia. E’ anche una donna sobriamente elegante, però, e suo è il merito di aver indossato per prima la biancheria intima.

La società e la famiglia romana, però, non erano statiche, ma in continua evoluzione; vediamo, così, nel corso dei secoli, la donna romana migliorare la propria posizione economica e la propria indipendenza. E’ sempre in condizione di inferiorità rispetto al maschio, (che arriva perfino a discutere se ella possieda oppure no un’anima), ma la vediamo sempre più impegnata a riscattare la propria condizione. Come avvenne nel 195, quando un nutrito gruppo di donne scese in piazza per manifestare contro la Lex Oppia, una legge che stabiliva che le donne non potessero possedere più di mezza oncia d’oro,  indossare abiti ornati di porpora, e altro ancora...
Già nell’ultimo periodo repubblicano le donne videro migliorate le proprie condizioni: potevano disporre dei propri beni, applicarsi alle lettere, ecc.


In epoca imperiale, poi, anche la pressione morale andò rallentando e così il costume, che divenne sempre più libero e libertino.
Assistiamo ad un grande mutamento: abbiamo lasciato una donna sottomessa e fedele e la ritroviamo  capricciosa ed indipendente.
Le donne appartenenti a ricche famiglie si occupano sempre meno di casa e figli ( lasciati nelle mani di schiavi e precettori) e sempre più di feste e banchetti; banchetti e festini, però, sono occasioni per ostentare ricchezze e potere, anche da parte dei maschi.

La donna romana d’epoca imperiale veste di seta e splende di ori e gioielli. Dedica almeno metà della giornata, attorniata da schiave, alla cura del corpo e dell’abbigliamento. Per nascondere la bassa statura esibisce tacchi vertiginosi e per assecondare l’irrefrenabile vanità, si affida a belletti, cosmetici ed elaboratissime acconciature cosparse di polvere d’oro.
Letteralmente coperta di gioielli da capo a piedi, la donna romana ostenta le ricchezze predate ad altre donne in terre lontane; compreso le pellicce, diventate un accessorio indispensabile.
La parità con l’uomo… beh…
Nonostante il lusso sfrenato, l’apparente o reale indipendenza economica, non c’era proprio alcuna parità di sesso.
Giuridicamente non contava nulla e forse era solo questo che le mancava: la parità con l’uomo. (Cosa da poco!... No?!!!)


 

Condizione della Donna nella Storia: La donna egizia

Rispetto alle donne appartenenti ad altre culture del suo tempo, la donna dell’Antico Egitto ha sempre goduto di grande considerazione all’interno della società. Basti citare la donna biblica, romana o medioevale; perfino i Greci si stupivano della sua libertà ed eguaglianza.
Nella vita pubblica quanto in quella privata, la troviamo impegnata in ruoli di prestigio e responsabilità.
In campo religioso ricopriva spesso cariche di “Divina Adoratrice” o “Grande Sacerdotessa” di Divinità importanti come Sekhmet, Iside, Hathor; in campo amministrativo la si poteva trovare perfino a capo di un Dicastero come quello degli “Unguenti e Profumi”.
Dal punto di vista giuridico, la donna egizia godeva di totale indipendenza: poteva disporre di beni economici, conservare quelli ottenuti da un divorzio, fare testamento, difendersi in tribunale, frequentare scuole, ecc…
Nel privato si occupava della conduzione della propria casa, dell’educazione dei figli, dell’amministrazione di beni in proprietà con il marito e di altro ancora. La sua vita era facile e piacevole, vissuta quasi nell’ozio, tessendo o filando, tra feste e banchetti.


Tutto ciò, naturalmente, se si trattava di donne benestanti. Le donne di più umile origine, invece, avevano vita assai meno facile. Tessevano e filavano anch’esse, ma oltre a ciò, si occupavano dei lavori domestici e di quelli dei campi e facevano mille altre cose… come tutte le donne del mondo, prima e dopo di loro.

Diverse, però, era l’esistenza all’interno di un Ipet, il gineceo reale.
Qui, le donne vivevano in una condizione di recluse, all’interno di una gabbia dorata, con il solo scopo di arrecar piacere al Sovrano e senza nessuno dei diritti riservati alle donne comuni; scelte in tutto il Regno, quella condizione, però, era un grande onore per se stesse e le loro famiglie.

 

Condizione della Donna nella Storia: La donna greca

-  LA DONNA GRECA

Occorre innanzitutto distinguere tra Grecia Arcaica e la Grecia Classica.
Durante la prima Età, la società cominciò a scivolare pian piano dal matriarcato verso il patriarcato.
Se nel primo periodo il Re era sotto la tutela della Regina (viveva in un’ala del Palazzo Reale, esercitava il potere solo in nome della Regina e qualche volta riusciva perfino a sostituirla indossandone le vesti e gli emblemi) nel secondo, invece, lo troviamo Sovrano assoluto.
Si trattò di un percorso in ascesa lento, ma costante, iniziato quando il Paredro (principe consorte), per la prima volta rifiutò la morte e si fece sostituire da un Interrex (Sostituto). Prima fu un fanciullo o un giovane guerriero che regnava per un giorno e, se superava le prove, sposava la Regina, poi fu un animale.
Il mito parla di un certo Enopione, che rifiutò la morte anche dopo che il Sostituto ebbe superato le prove. 
Soprattutto, quest’ascesa, iniziò quando il maschio si scoprì consapevole della propria sessualità e del potere della paternità.
Già verso la fine del secondo millennio a.C., il patriarcato era diventato regola e non era il principe a lasciare la casa paterna per sposare una principessa (vedi Menelao che diventa Re di Sparta per averne sposato la Regina, Elena), ma era la principessa a seguire lo sposo.
Anche nella Religione le cose cambiarono: a rimpiazzare una sola Dea, arrivò un Olimpo di Divinità governate da un Re: Zeus, con a seguito una Sposa (Era) e tanti figli, maschi e femmine (Atena, Afrodite, Ares, Efesto, Artemide, Apollo, ecc…)
Le condizioni della donna mutarono; diritti e privilegi pian piano svanirono. La troviamo, da lì a poco, relegata al focolare domestico e occupata esclusivamente nella conduzione della casa, salvo qualche eccezione. Come la donna cretese, ad esempio.
A Creta la donna, se non di parità con l’uomo, godeva di grande autonomia; nulla a che vedere con la condizione di reclusa in cui viveva la donna della vicina Micene.
Le donne greche, in generale, si occupavano della prole e della casa, tessevano e filavano, ma facevano anche altro, come guidare carri, andare a caccia, assistere a spettacoli e non solo come spettatrici, ma anche come atlete.


Da una cosa, però, erano escluse: dalla politica.

E la donna greca d’età classica?... Si dubitò perfino che possedesse un’anima!
Naturalmente non tutte erano uguali: c’erano nobili e plebee e le condizioni di vita erano diverse; medesima era, invece, la totale assenza di considerazione da parte del maschio.
Una nota a parte merita, invece, la donna di Sparta.
Orgogliosa, forte e severa, la donna spartana godeva di considerazione e libertà sconosciute alle donne degli altri Stati Greci, spesso confinate all’interno di un gineceo.
Ad Atene di ironizzava sul loro aspetto poco femminile, ma poi, era alle cure di una donna spartana che preferivano affidare la cura dei propri figli.
C’è un’ultima distinzione da fare, nella Grecia  classica, e la faceva il maschio, naturalmente: la moglie e “le altre”.
La moglie era, quasi sempre, soltanto lo strumento con cui assicurarsi la discendenza; “le altre” erano, invece, il mezzo con cui procurarsi piacere fisico… quando non lo si cercava in un imberbe ragazzino. Preferibilmente di classe inferiore.
L’omosessualità, soprattutto maschile, se attiva e non passiva, era non solo ammessa, ma addirittura incoraggiata.
Plutarco, appassionato sostenitore dell’amore coniugale, diceva che l’omosessualità si trovava:
“… a caccia di giovani, nelle riunioni di filosofi oppure nei ginnasi e nelle palestre, per incoraggiare alle virtù, quelli degni delle sue attenzioni…”
 

La donna nella società neolitica

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Ci troviamo nell’Europa Proto-storica e vige il Matriarcato.

A quel tempo, al vertice della società non c’era ancora un Re con a fianco una Regina, ma una Regina con a fianco il suo Paredro. (Principe Consorte, diremmo oggi)
Non c’erano Dei, ma solo una Dea: la Grande-Dea, immortale ed onnipotente, il cui simbolo era la Luna, l’astro misterioso, fonte di superstizione paure ed apportatrice di piogge benefiche.


La Matriarca, custode del Mistero della Maternità, era riverita e rispettata da tutti e da tutti era temuta. Soprattutto dagli uomini, i cui compiti erano quelli di custodire gli armenti, cacciare e difendere la tribù da attacchi nemici.
Alla donna spettava invece il compito di allevare la prole, occuparsi della casa e lavorare nei campi; condizioni di vita dure, dunque, ma non di dipendenza dal maschio.
Perfino l’elezione di un capo avveniva per discrezione della Matriarca, che era anche la custode del Fuoco-Sacro, mantenuto vivo sotto la cenere, all’interno di una grotta.
La Matriarca si sceglieva ogni anno un principe-consorte, ossia un Re, da sacrificare alla fine dell’anno, affinché il suo sangue apportasse fecondità ai campi; lo uccideva, dopo essersi accoppiata con lui, così come, in natura, l’Ape-Regina uccide il maschio.
Bisognerà attendere il XVII secolo a.C. e le invasioni Elleniche ed Achee e successivamente quelle in Tessaglia, Peloponneso e Grecia centrale, per assistere al cedimento del matriarcato in favore di un progressivo patriarcato.