Crea sito
  1. DJOSER e lo Scettro di AnubI
  2. DJOSER e i Libri di Thot
  3. LA DECIMA LEGIONE - Panem et Circenses
  4. S.O.S. Pianeta Terra
  5. A G A R
  6. LA DECIMA LEGIONE - Sulla via per Gerusalemme
  7. IL PATTO
  8. C'ERA UNA VOLTA
  9. VISCHIO ed AGRIFOGLIO
  10. AMOSIS
  11. AOSORKON - Il Guardiano della Soglia
  12. OSORKON - Il sigillo del Faraone
  13. IL FASCINO de MISTERO
Copertina libro DJOSER e lo Scettro di Anubi di Maria Pace ESCAPE='HTML'

PRESENTAZIONE


ANTICO EGITTO: storia, tradizione e fantasy


“DJOSER E lo Scettro di Anubi”


L’ultimo libro di Maria Pace
edito da SOCIETA’ EDITRICE MONTECOVELLO

presso le migliori librerie a partire da fine novembre
to, Antico Regno – IV Dinastia.
Djoser
Siano in Egit, un ragazzo di sedici anni, allievo del Tempio di Ptha, Patrono delle Arti e degli Architetti, lavora al cantiere della Piramide del faraone Khafra (meglio conosciuto con il nome Kefren).
Abbandonato ancora bambino sulle rive del Nilo, viene accolto ed allevato da Pthahotep, architetto di Ptha, e da sua moglie Nsitaten.

Anubi, la più inquietante delle Divinità egizie, lo pone sotto la sua protezione, facendo di lui una “creatura” diversa dagli altri mortali: gli permette perfino un viaggio attraverso le insidiose vie della Duat, l’Oltretomba egizia, lungo Labirinti, Foreste del Tempo, Pehu e Kherty (Paludi e Caverne), frequentati da Demoni, Spiriti malvagi, Geni Protettori ed Anime defunte. La storia del ragazzo si intreccia con le vicende di un popolo unico e straordinario: scene di vita quotidiana, tecniche di costruzione di enormi strutture architettoniche, rivalità tra caste sacerdotali, intrighi di corte…

Si affacciano su questi scenari, lungo le rive di un fiume brulicante di vita, personaggi come Mosè il Ratto, piccola e simpatica canaglia, cresciuto per strada grande e con un passato pieno di misteri; Osorkon di Tanis, ufficiale di Sua Maestà, arrivato dal Delta con l’inseparabile falco e grande amico di Djoser; il principe Thaose, nipote idealista ed anticonformista del Faraone, sacerdote di Ptha, perseguitato dai preti di Ra e trascinato in una (la prima, nella Storia) guerra religiosa. C’è anche la dolce e bella principessa Nefer, ultimogenita del Faraone, verso cui il ragazzo è irresistibilmente attratto… ricambiato.

Non mancano personaggi come Hetpher, Djeda o Kabaef, “grandi di magia” che, con geloso accanimento, detengono il potere del “Sapere e della Conoscenza” e non sono per nulla disposti a dividerlo con altri.

Tutti loro condurranno il lettore attraverso un percorso di magico splendore e misteriosi rituali: lo presenteranno alla corte del Faraone, lo trascineranno lungo i sotterranei di Templi,   Sfingi e Piramidi per mostrare loro i segreti nascosti, lo inviteranno a salire sulla Barca Reale del Faraone in corteo sul Nilo, ma anche sulla Barca Solare di Ra in transito nel cielo notturno. Prenderanno per mano il lettore e lo spingeranno nel caos di un mercato faraonico e poi lo faranno sedere a riposare, alle fiamme di un bivacco… il tutto, però, attraverso una rigorosa ricostruzione storica.


 

 

 

 

 

 

 

Continua il “viaggio” di Djoser, allievo del Tempio di Ptha,
a Memfi, attraverso il percorso della “Conoscenza” che svela segreti e misteri.

E’ la “Conoscenza” racchiusa nei “Rotoli della Sapienza”, anche detti “Libri di Thot”, per redigere i quali, gli Antichi Saggi avevano utilizzato simboli che raggiungessero l’Animo e svegliassero le facoltà superiori della Coscienza. Non attraverso la parola, che restava incomprensibile, ma per mezzo di simboli ed indizi nascosti, ma illuminanti per chi avesse saputo leggere fra le righe.
Thot in persona, il Signore della Scrittura e della Sapienza, aveva guidato la loro mano.

In quei Libri Sacri, che costituiscono il collegamento tra l’umano e il divino, sono svelati i Misteri della Divina Nut, Signora del Cielo, che Thot nascose nel grembo di Geb, Signore della Terra.
Misteri segretamente e gelosamente custoditi perché pericolosi
per l’umanità, ma utili, se scoperti da creature capaci di “comprendere, custodire e operare”.

In quei Rotoli Sacri vi é tracciato il percorso segreto attraverso cui Atum-il-Creatore consente alla sua creatura prediletta di farsi simile a Lui, ma quei rotoli sono scomparsi insieme all’ultimo Saggio che li ha avuti in custodia e con essi è scomparso anche l’Aptet, la chiave di interpretazione per raggiungere la “Conoscenza”.

Djoser, figlio di Pthahotep, architetto di Ptha, ma anche figlio di Bafra, principe di sangue reale, possiede la “Conoscenza” necessaria e suo compito è porsi sulle loro tracce, ostacolato da chi, provvisto di grandi poteri, come Kabaef, il “grande-di-magia”, vuole entrarne in possesso per i suoi fini delittuosi.

Il compito di Djoser non sarà facile.

Ma Anubi, la più inquietante delle Divinità egizie, che lo ha posto sotto la sua protezione facendo di lui una creatura speciale, lo sosterrà nell’affrontare i propri Demoni ma anche i Demoni e gli Spiriti Malvagi della Duat, il Mondo-di-Sotto, che il ragazzo è deciso a ripercorrere per la salvezza propria e dell’umanità.

Da richiedere direttamente alla SOCIETA'  EDITRICE   MONTECOVELLO

Presso le migliori librerie

Libreria consigliata:  Libreria ZANABONI  di  TORINO

 

 

 

 

Testo

 

 

 

 

 

LA DECIMA LEGIONE – Panem et Circenses

Corre l’anno 882/883, il 68/69 dell’era cristiana: l’anno più lungo di tutta la storia dell’Antica Roma, che vede la morte cruenta di quattro imperatori.
Anno di violenze e congiure, è anche il momento in cui il Cristianesimo, approdato a Roma insieme a molti altri culti orientali, mette i primi germogli, pur tra sospetti, speranze e persecuzioni.

Marco Valerio, tribuno della Legione X, di stanza in Giudea, è inviato a Roma dal suo superiore, il generale Vespasiano, per valutare e riferire sulla situazione: l’Urbe sta precipitando in quella che sarà chiamata: Anarchia Imperiale.
Costretto l’imperatore Nerone al suicidio, in ogni parte dell’Impero – Spagna, Giudea, Germania – le Legioni premono per affidare la porpora imperiale al proprio Generale.

Marco Valerio si troverà coinvolto in vicende che avranno come protagonisti gladiatori che si sfidano nelle arene, pretoriani e senatori pronti a passar da una corrente politica all’altra, liberti arroganti, filosofi, schiavi, vestali, prostitute, giovanissimi banditi…
Intreccerà una bella storia d’amore con Lucilla, scampata alla carneficina seguita alla congiura Pisone contro Nerone, figlia di uno dei congiurati; per lei, Marco Valerio arriverà perfino a sfidare Cesare, di cui da ragazzo era stato compagno delle giovanili bravate.

Uno spaccato di vita nella Roma d’epoca imperiale, in cui il potere sul popolo si esercitava assicurandogli: PANEM ET CIRCENSES – Pane e Circo.

 


 

La Fossa

 

Un nuovo un ruggito riempì l’aria, potente e poderoso più che prima: un enorme leone africano attraversò trotterellando l’arena, sbucando di tra gli alberi di uno dei boschetti. Sugli spalti, intanto, una pioggia di palline stava investendo la folla; ogni pallina recava un numero abbinato a un dono: vesti, vasi, cesti di frutta, la cui conquista stava provocando gran confusione.

Dal  Pulvinar, Cesare seguiva la rissa divertito, puntando qua e là il monocolo; la sua attenzione, però, tornò all’arena e al cancello del terzo arco dell’ Oppidum dove un giovane stava ascoltando gli ultimi consigli del suo lanista.

Era molto giovane, quindici o sedici anni; forse meno. Quello doveva essere il suo battesimo dell’arena e i suggerimenti di Crescens, il suo lanista, potevano salvargli la vita. Egli li ascoltava attento, facendo ripetuti cenni di assenso col capo e alla fine si staccò dal cancello e andò incontro al leone, fermo nell’arena. Alto e slanciato, i capelli lunghi e ricci, arruffati come serpentelli, sembrava un fanciullo, la qual cosa  parve eccitare maggiormente la folla che prese ad ondeggiare, agitando braccia e teste.

Il leone emise un ruggito, tale da far rabbrividire gli spettatori più vicini alla cancellata di protezione. Gli animi si accesero.

“Coraggio! Afferra per la coda quel gattone rosso e peloso.” Urlavano dagli spalti.

Il  ragazzo stava immobile al suo posto, come pietrificato.

“Hai paura?… Sei tu, quello con il pugnale… non quel povero gattone. Ah,ah,ah.. – rideva la folla, con la proterva incoscienza di chi agisce al riparo dal pericolo – Sveglia quel gattone in letargo!”

Anche il leone era sempre fermo al suo posto e continuava a ruggire, ma accompagnava i ruggiti con lunghi sbadigli.

Il ragazzo si mosse, cercando di attirarne l’attenzione, ma la belva pareva quasi ignorarne la presenza e continuava a sbadigliare e lisciarsi le zampe con la lunga ruvida lingua rosea.

“Ah.ah! – sghignazzava – Chi ha mandato giù quel poppante?”

“Sentitelo come ruggisce… sembra lui il leone! Ah,ah,ah…”

Qualcuno cominciò a lanciare oggetti di sotto.

Un sasso colpì il leone che sollevò l’enorme testa e fiutò l’aria: si era finalmente accorto della presenza del giovane. Tornò a spalancare la bocca, ma non per sbadigliare. Fauci e denti aguzzi, affilati e lunghi oltre ogni misura, un corpo che la natura gli aveva fornito al solo fine predatorio, la belva scattò in avanti e atterrò il ragazzo; il pugnale, abbandonato al suolo, lanciava bagliori.

Un roco respiro, che nessuno poteva udire, si alzò dalla fossa; grida di disappunto si levarono dagli spalti: non per la sorte del ragazzo, ma per la brevità del combattimento.

Qualcuno, però, rifiutò quell’epilogo: Valentinus, il grande gladiatore. Si staccò dai cancelli e piombò nell’arena sottovento e alle spalle del leone; pochi colpi bene assestati e gli sottrasse  lla troppo facile preda.

“Valentinus! Valentinus!” urlava la folla andata in visibilio.

Valentinus si chinò sul  ragazzo, ferito gravemente.

Anche Marco Valerio dirottò su di lui l’attenzione: la sorte di Lucilla era legata all’incolumità di quel gladiatore.

“Un toro per Valentinus!” continuava la massa urlante.

Crescens, il lanista dell’atleta, gongolava e la folla fu accontentata e la grata di ferro della settima porta dell’oppidum si sollevò lentamente; nel vano comparve la sagoma scura di un toro, intanto che alcuni inservienti portavano via il ragazzo: per quel giorno la morte lo aveva ignorato.

Nero come    la pece, forte e imponente,       il toro si staccò dalla

inferriata, trotterellando, agile e minaccioso. Si fermò, fatti pochi passi, sbuffando e scalpitando.  Apparteneva a una razza diversa da quelle che si vedevano di solito negli allevamenti della provincia: una montagna di muscoli guizzanti e nervosi sotto un manto di lucido pelo nero. Aveva unghioni color ardesia, sincipite prominente e lunghe corna, appuntite e rovesciate verso il basso: corna viste solo sul capo del dio egiziano Hapy, nel Tempio di Serapide, in Campo Marzio.  La coda flagellava l’aria e le narici la fiutavano. Avanzò ancora di qualche passo. Si fermò nuovamente, scuotendo l’enorme testa e come accecato dal riverbero che saliva dall’arena. Sollevò il muso; le froge fumavano.

Alto, bello, le proporzioni fisiche straordinarie, la pelle dorata e scurita per esposizione al sole, l’aspetto quasi selvaggio, Valentinus si mosse, concentrando su di sé ogni sguardo.

La lunga, singolare capigliatura bionda raccolta in treccine e trattenuta da un cordino di pelle, l’espressione ostinata del volto dai tratti energici e un po’ schiacciati, gli occhi chiari e glaciali, le sopracciglia congiunte, gli conferivano un aspetto terribile.

Lo sguardo scintillava nel giorno che avanzava veloce.

Stagliato contro un cielo terso e accecante, la figura salda e composta, pareva quasi trasfigurarsi, simile ad un semidio.

Al collo portava un torqes d’oro fiammante, un collare di metallo ritorto e senza chiusura, sottile alle estremità, che girava a spirale intorno al collo. Una larga striscia di pelle ornata di placche dorate gli fasciava il poderoso torace; schinieri in bronzo con decorazioni figurate, gli proteggevano le gambe e una striscia di cuoio intorno al braccio destra, costituivano il suo abbigliamento.

La coda del toro continuava a flagellare l’aria e le narici a fiutarla: aveva   avvertito      la presenza del giovane e gli occhi scrutavano

d’intorno alla sua ricerca.

Il galate agitò un braccio per richiamare la sua attenzione.

L’animale riprese a trotterellare, ma si  fermò ancora e sollevò la testa e il muso, poi un tuono partì da quella montagna  scura, come da una gola cavernosa e riverberò nell’arena.

Il toro caricò.

Valentinus lo attese fermo al suo posto; si scansò solo all’ultimo

secondo, con un formidabile colpo di reni e l’animale gli passò accanto come una valanga.

Nell’impeto della corsa, il toro proseguì per qualche metro, poi si fermò, si girò e si preparò a una seconda carica; il terreno rimbombava sotto lo zoccolo sinistro che scalpitava furioso.

Nell’arena e sugli spalti non volava una mosca.

Valentinus cacciò un urlo spaventoso, che disorientò il toro e si trascinò dietro quello della folla eccitata.

La folla amava il suo idolo. La folla riconosceva il suo valore, il suo coraggio e anche qualcosa di incondivisibile, che lo rendeva diverso da loro.  La folla amava e osannava  il suo idolo, perché la sua figura, da sola, riempiva quella fossa in cui  lo sapeva destinato a restare.  Non quel giorno, forse, ma di sicuro un giorno.

Il toro tornò a caricare.

Valentinus questa volta non lo attese. Gli andò incontro con l’arma tesa in avanti, più corta delle lunghissime corna dell’animale  e con un colpo magistrale gliela conficcò proprio nel mezzo. Quando si girò, però, due vistose cicatrici gli segnavano il petto, là dove s’erano conficcate le corna del toro.

Marco Valerio, nel palco, ebbe un sussulto di contrarietà.

Il toro piegò le zampe anteriori, abbassò il capo e il muso toccò terra; l’enorme montagna pelosa ebbe un tremito, poi si accasciò.

Il galate si chinò, estrasse l’arma e si voltò a salutare la folla poi si avviò a passo lento verso le cancellate dell’ oppidum.

Nell’arena intanto si preparava la scenografia per un nuovo gioco…

(continua)

La prima volta

 

 


Si allontanarono verso l'interno della casa, la mente ancora occupata dal pensiero della sorte della liberta di Nerone, ma con nuove prospettive di gioia e felicità. Si ritrovarono da soli e Lucilla, coperta unicamente dallo sguardo innamorato di Marco.

Il giovane le si avvicinò piano.
Lentamente. Assaporando l'attimo meravigliosamente prossimo di un frutto da cogliere. La guardava con tutta la sessualità accesa, l'olfatto eccitato: l'aveva desiderata fisicamente fin dal loro primo incontro sul Palatino. Un desiderio che lo aveva quasi ossessionato e spinto altrove: un desiderio mai soddisfatto con alcuna altra donna, però. Un desiderio sempre più potente. Più di ogni altra sensazione ed eguagliato solamente dall'amore che, per lui, era sfaccettatura dello stesso sentimento.

Anche lei lo guardava.

A piedi nudi, le mani tremanti che reggevano un telo di lino e con dentro gli occhi qualcosa che Marco non capiva. Le fu vicino. Lei continuava a fissarlo con "quello" sguardo. Lui continuò ad accarezzarle le spalle nude poi le cinse la schiena; il desiderio gli premeva dentro prepotente.

Lucilla si sollevò sulla punta dei piedi; con un braccio gli circondò il collo e con l'altro continuò a
reggere il lembo del telo che copriva ormai così poco del suo corpo, ma nascondeva tutto il suo pudore che brillava intenso, rannicchiato negli occhi azzurri; Marco tremava d'emozione, mentre si chinava a cercare quella curva eccitante; l'anima e i sensi, imprigionati dall'odore di lei.

"Marco, io.." cominciò lei con le palpebre abbassate.

Marco comprese.

"Hai paura? - domandò - No!... Non devi averne, tesoro mio. L'amore è una cosa dolcissima!" la rassicurò rituffandosi nel suo sguardo e prendendo possesso dei suoi sensi e del suo pudore. Abbassò il capo e la bocca affondò ghiotta sulla nuca e sul capo; il telo scivolò a terra; il tripode, poco discosto, ardeva crepitando. Con le mani la percorse: la schiena, i fianchi, la vita. Si insinuò tra curve e pieghe.
Lentamente. Leggermente. Dolcemente.

Lei sentiva liquido fuoco vivo attraversarla tutta e l'eccitazione consumarla: il contatto con la diversità di lui. Così dura. Così terrificantemente eccitante. Poi la bocca di lui, che
scivolava lungo il collo, la gola per fermarsi sul seno: "Oh!..." gemette.

Vinto da quella resa voluttuosa e dall'ardore del proprio temperamento, Marco piegò un ginocchio e la trascinò a terra con sé; con l'altro ginocchio, piegato, la sostenne; il soffio ansante
delle sue labbra sfiorava i capelli di lei.

Lucilla cercò di trattenere gli ultimi brandelli di pudore, ma lui sorrise con inusitata dolcezza in tanta eccitazione. Prese la mano di lei e ne guidò le dita tremanti sotto la tunica slacciata. La pelle eccitata fremette. La bocca, sempre affondata nella dolcissima curva tra collo e spalla, impazzì di piacere. Premette più forte.

Un brivido percorse Lucilla. Così profondo da darle la sensazione di perdere conoscenza e vacillare. La sua mano smise di carezzarlo; le dita si contrassero, le unghia quasi si conficcarono nella schiena di lui. Si accorse di essere distesa per terra, al bordo del letto. Supina.

Marco, a torso nudo, era sopra di lei. La tunica di lui era per terra accanto al suo telo di lino, ma lei ne vedeva solo un lembo, segmentato di rosso. Vedeva l'aria rilucere del riflesso del tripode e il bel volto di lui trasfigurato dall'eccitazione e dalla passione. Chiuse gli occhi e sentì le
labbra di lui che cercavano la sua bocca; le sue mani continuavano a percorrerla. Rispose al bacio.

 Nuovamente Marco prese la sua mano per guidarla su di sè. Nuovamente lei fremette, mentre imparava a conoscere quel corpo che amava e in cui era concentrato tutto il mondo, che
andava scomparendo intorno a lei: sempre più piccolo e stretto, fino a ridursi
a quel solo essere adorato. Le pareva, mentre con le dita scorreva e scopriva la pelle eccitata di lui, i rigonfiamenti, i muscoli, gli incavi, di conoscerlo già: quante volte aveva
accarezzato quel corpo facendo l'amore con lui con la fantasia.

Un'altalena di emozioni, un groviglio di sensazioni che elevava e inabissava e i respiri ora corti, ora lunghi. Pian piano i respiri si fecero calmi, placidi. Fino a scivolare all'unisono lungo un
tempo immobile. Come trasognata, Lucilla sentiva il capo di lui fremere contro la sua spalla, il suo petto ansante, le sue mani sulle gambe. E Marco sentiva le braccia di lei intorno al
busto, le gambe avvinghiate alle sue, le dita accarezzargli dolcemente la schiena. Ancora cercò le labbra di lei, poi, quando le labbra la lasciarono per saziarsi altrove, le vide reclinare il capo dolcemente di lato. Completamente arresa. Completamente abbandonata. Completamente rilassata. Rilassati i muscoli delle gambe, rilassato il grembo, rilassata la pelle intorno all'inguine.

Un dolore acuto le strappò un gemito, poi una sensazione di sconfinato piacere che mutò in
eccitato languore i gemiti di dolore e che la trasportò in alto, verso vette sconosciute e immacolate, in un tempo immobile, insieme a lui, in dimensione irreale e magica.

Giacquero, l'una sull'altro, per riemergere storditi e appagati.

(continua)

tratto dal libro LA DECIMA LEGIONE - Panem et Circenses di Maria Pace

se in qualcuno è nato il desiderio o la curiosità di sapere come prosegue questa storia... beh! basta continuare nella lettura.. ciao, ciao.

LA DECIMA LEGIONE - Sulla via per Gerusalemme

 ESCAPE='HTML'




Correva l’anno 882-883. il 68-69 dell’era cristiana: l’anno più lungo di tutta la storia dell’Antica Roma, che vide la cruenta fine di quattro imperatori.
Anno di violenze e congiure, la “Capitale del Mondo” fu campo di battaglie private e pubbliche; teatro di complotti ed intrighi: pretoriani e senatori, legionari e gladiatori, filosofi e letterati, schiavi e liberti, vestali e prostitute, maghi e fuorilegge.
Fu anche l’anno in cui il Cristianesimo, approdato a Roma assieme a molti altri culti orientali, metteva i primi germogli, pur tra sospetti, speranze e persecuzioni.
Intrappolati nelle maglie delle tante manovre civili, politiche e militari, si trovarono anche il tribuno Marco Valerio e il centurione Fabio, il filosofo Lucilio e il  pedagogo Cleonte, i gladiatori Milos e Seilace e il taverniere Trebonio, la vestale Ottavia e la prigioniera di guerra Tracia, il piccolo fuorilegge Aquilinus e la giovane ereditiera Livilla, l’ostaggio Lucilla e tanti altri ancora.
Uno spaccato di vita nella Roma d’epoca imperiale 
 

BRANI TRATTI dal LIBRO

LA VIOLENZA


.................
Lo sguardo di Lucilla seguì terrorizzato il pretoriano che richiudeva la porta alle spalle della donna e si faceva avanti. Seguì con raccapriccio il sorriso da ebete che gli istupidiva il volto, il lampo inequivocabile che gli incendiava lo sguardo mentre con gesti eccitati si toglieva l’elmo.
“La voglio prima per me. - udì la voce del compagno altrettanto eccitata - Dopo potrai farne ciò che ti aggrada!”
“Non mi serve la ragazza. – rispose l’altro, freddo, gelido, composto – E’ troppo vecchia per me. Io voglio la piccolina!”
”No! - Lucilla scosse il capo inorridita; la pietra le tremò sotto i piedi; il soffitto parve venirle addosso - E’ ancora una bambina…” riuscì a dire con voce soffocata.
Quello però l’aveva già raggiunta e le strappava Keriat dalle braccia; elmi, spade e corazze giacevano sparsi per terra.
Muta di terrore, Keriat barcollò; l’uomo la sostenne. Un gesto quasi affettuoso. Paterno.
“Vieni, piccolina. - diceva - Dopo ti farò un bel regalo. Togliamo questi vestiti. Ti scalderò io se avrai freddo...”
Le tolse i vestiti con gesti pacati, amorevoli; le accarezzò i capelli, le spalle, i piccoli seni in sboccio.
“Lasciala andare. E’ ancora una bambina. Lasciala...” urlò Lucilla lanciandosi in avanti, ma una mano l’agguantò. Forte come una morsa. Una stretta implacabile. Sentì sulla faccia l’alito pesante dell’uomo, il suo respiro affannoso.  Non provò neppure a svincolarsi: un urto e si trovò distesa per terra e l’uomo sopra di lei.
Era pesante.
Sentiva il suo largo torace schiacciarla e impedirle di respirare. Tentò, ma inutilmente, di liberarsene, poi il  sapore delle sue labbra bavose sul collo, sulle guancia e sulle labbra l’annegò di disgusto. 
Aprì la bocca e affondò i denti in quel labbro.
Il pretoriano dette in un grido di dolore, ritrasse il capo e sollevò una mano, che si abbattè con inaudita violenza sulla sua bocca.
“Brutta cagna rognosa! - lo udì imprecare - Ti insegnerò io a mordere!”
Lucilla sentì il sangue scorrerle lungo le labbra e il mento e nuovamente la bocca e la lingua di quell’essere immondo percorrerla e insozzarla di bava e saliva mischiate al proprio sangue; l’urlo di Keriat le lacerò le orecchie e il cuore e  un’angoscia disperata le  afferrò lo spirito.
Poi, d’improvviso, uno strazio fisico!
Le impediva fin’anche di respirare, come se una lama cercasse di affondare nella carne. Capì che l’uomo stava penetrando dentro di lei.
Spalancò gli occhi atterrita. 
Dal profondo della mente partì un puntino doloroso. Una ferita che espandendosi scatenava nel cervello un ribollire tumultuoso di paure e travagli che il cervello non era capace di contenere. Finalmente l’urlo. Un urlo che era retaggio di ataviche paure represse per generazione e che le sconvolsero la mente.
Poi, di colpo, un volto di donna, dolce e sorridente, prese forma in quell’etra maligno e nemico.
“Mamma!...” urlò.
Era la prima volta che sua madre “tornava” da quando era morta, quasi quattro anni prima. Scosse il capo e la “visione” s’appannò; lentamente si adombrò, fino a a diventare luce trasparente. Svenne! Aveva raggiunto quel confine oltre cui la misericordia divina non permette di andare e le risorse  fisiche esauriscono.
Non si accorse della porta che si apriva e di qualcuno che sollevava di peso lo stupratore scaraventandolo di lato. Quando rinvenne, in una bruma di paure e vergogne, del soccorritore sentì solo la voce, poichè continuava a tenere gli occhi chiusi in un silenzio profondo rotto solo da respiri affannosi.
Non sentiva più neppur le grida di Keriat.
Fu proprio questo a scaraventarla fuori della bruma delle proprie angosce: quel silenzio era più terribile delle urla.
“Cosa stai facendo, animale?” sentiva la voce del soccorritore; una voce contrariata, ma sconosciuta.
“Di cosa ti impicci? – quella dello stupratore - Calvia Crispinilla in persona ha affidato costei alle mie cure!”
“Imbecille! Quando Cesare lo saprà ti farà scorticare vivo!”
“Per tutti gli Dei!... Perché?”
“Perché costei è la moglie del tribuno Marco Valerio Flavio, animale! Cesare vuole servirsene per trattare con lui e il generale, Vespasiano, il Legato della Giudea. Finirai sotto la scure del boia!”
“Maledizione!” imprecò lo stupratore tentando di darsi contegno. Intanto guardava la sua vittima e faceva l’atto di tirarla su dal pavimento. Con uno spintone il centurione lo ricacciò in fondo allo stanzone, poi si voltò verso Lucilla:
“Cosa ti ha fatto questo animale, domina. Ha abusato di te? - la voce era compassionevole e gentile, ma Lucilla non rispose: era umiliante dover spiegare. L’altro insisté - Hai capito cosa ti ho chiesto, domina? Questo animale ha abusato di te?”
Lucilla continuava a tacere e per non subire il suo sguardo abbassò il capo
Il primo irrompere della vergogna al cervello fu un vortice impetuoso che andò dilagando fino nelle più remote e nascoste pieghe dell’anino Come una folgore l’aggredì al cuore, coinvolgendo nervi, ossa, pelle: la voce e lo sguardo del centurione le davano la misura dell’offesa subita.
L’assalì il bisogno di nascondere l’offesa e la vergogna, il bisogno di nascondersi in un luogo buio, il bisogno di nascondersi a quell’uomo, che pure l’aveva sottratta alla violenza di un bruto.
L’assalì il bisogno di morire.
Ma non poteva fare nulla di tutto ciò e non trovò altro rimedio che conficcarsi le unghia nella carne, ma un gemito la strappò a quell’angoscioso smarrimento: Keriat.
Giaceva in un angolo, svenuta, seminuda e sanguinante. Dimenticò se stessa; si trascinò per terra e la raggiunse. Si chinò sopra di lei. La chiamò:
“Keriat!”
Anche il centurione si accostò alla piccola; anche lui si chinò. La contemplò in silenzio.
“Che scempio! - esclamò con accento nauseato, poi - Devi venire con me,domina. Cesare vuole parlare con te.” disse.
(CONTINUA)
brano tratto da  "LA DECIMA LEGIONE - Sulla via per Gerusalemme"
chi fosse interessato può richiedere il libro AUTOGRAFATO e con DEDICA 
direttamente all'Autore 
[email protected]
 

IL FASCINO del MISTERO

 ESCAPE='HTML'
Testo

BRANO TRATTO dal LIBRO

VIAGGIO A SORPRESA

Il Cairo.
Il locale era al completo: luci basse, note di alud  e tendir, tavoli strapieni di tazze e bicchieri e una danzatrice del ventre che si muoveva tra i tavoli leggera e piena di grazia.
Era molto giovane, il bel volto incorniciato da capelli neri, ricci e trattenuti da una reticella di perle e dischetti, alla foggia delle beduine arabe; gli occhi brillavano, nerissimi e pungenti come spilli, spostandosi da un tavolo all’altro e senza fermarsi su nessuno. Distaccata ed irraggiungibile.
“Che Dea!”
Chi aveva parlato era un ragazzo. Un europeo; c’erano molti europei nel locale: l’Egitto è pur sempre un Paese in grado di accendere la fantasia del turista.
Alto, bruno, l’aria scanzonata, il ragazzo aveva appena fatto il suo ingresso nel locale e stava seguendo un cameriere, fez rosso in testa, che lo stava accompagnando al suo tavolo. Non era da solo. Con lui c’era un altro ragazzo, un coetaneo, alto esattamente quanto lui, ma un po’ più robusto. Raggiunto il tavolo, i due  vi presero posto e ordinarono da bere; il cameriere si allontanò,
“Cos’era quella roba che hai ordinato?” domandò all’altro uno dei due.
“Veramente non me lo ricordo, Leo. Mi è piaciuto il nome.”
“Quale nome?”
“Non lo so, accidenti. Non me lo ricordo.”
“Non sarà aranciata o acqua brillante!”
“Ma insomma… aspetta. E poi, che vuoi che me importi. E’ lei che m’importa.” il ragazzo indicò la danzatrice, da cui non aveva staccato per un attimo lo sguardo.
“Sono sempre così affollati questi locali?” chiese ancora l’amico.
“Credo di sì! Guarda quanti turisti.”
“Ma ci pensi, Franco… siamo in Egitto! Ah! Voglio che questa vacanza sia indimenticabile! Ma… da bere non arriva più?”
“Ti avranno preso per un minorenne – rise Franco – e stanno pensando se portarti gazzosa o acqua brillante, ah.ah.ah… Bella fregatura, sarebbe!”
“Niente paura, Franco. Niente paura. Siamo maggiorenni… freschi maggiorenni con tanta voglia di divertirsi.”
Il cameriere arrivò proprio in quell’attimo; sul vassoio c’erano due bicchieri con del liquido trasparente e dall’apparenza innocua.
“Te lo avevo detto.  acqua brillante! Si tratta proprio di acqua brillante.”
Rise ancora Franco prendendo il bicchiere e portandoselo alle labbra. Ne tracannò d’un fiato quasi la metà del contenuto, ma ciò che finì nel suo stomaco gli sembrò davvero esplosivo: il volto divenne rosso, gli occhi strabuzzarono e una mano corse a trattenersi la gola.
Leo lo guardò stupito e divertito, col suo bicchiere trattenuto a mezz’aria.
“Ti è andato di traverso?” scherzò.
“Questa roba è dinamite!” esclamò Franco, invitandolo a bere; anche Leo ne tracannò.
“Porca vacca! – proruppe, passandosi sulla bocca il dorso della mano - Hai ragione… Ehi ! – aggiunse immediatamente dopo - Guarda quell’uomo. Guarda quell’uomo… Ha uno strano atteggiamento.”
“Ma cosa vuoi? – lo sguardo di Franco stava seguendo sempre la bella danzatrice – Lasciami ammirare quello schianto di ragazza.”
“Deve sentirsi male. – insisteva l’amico – Guarda.”

A malincuore, Franco dirottò lo sguardo nella direzione indicata; Leo, intanto, s’era alzato e avvicinato all’uomo che aveva attirato la sua attenzione, un europeo anche lui.
“Si sente bene, signore? – sentì Leo domandargli – Parla italiano?... Do you speak english?”
Nessuna risposta ed a questo punto Franco, che aveva raggiunto il tavolo dello sconosciuto, gli pose una mano sulla spalla.
Al lieve contatto, l’uomo reclinò la testa sul petto.
“Ma questo sta davvero male! - esclamò il ragazzo – Sembra…”
“Sembra un po’ morto! - lo interruppe l’amico con preoccupata ironia,  indicando la vistosa ferita alla schiena,  inequivocabile segno di una pugnalata – Bisogna chiamare qualcuno. L’assassino potrebbe ancora essere qui intorno.”
Franco fece un gesto per attirare l’attenzione della gente seduta ai tavoli vicini, ma uno dei camerieri lo raggiunse alle spalle e gli bisbigliò all’orecchio qualcosa di assolutamente incomprensibile.
“Che cosa vuole, questo? – anche Leo si girò a guardarlo – Perché non fa qualcosa?”
“Qualcosa la sta facendo, - spiegò l’amico – Mi sta puntando un pugnale nel fianco.”
“Accidentaccio!... Ma che cosa vuole e perché…”
“Che cosa vuole non lo so, - lo interruppe Franco – ma se non lo seguiamo… questo è chiaro, vuole che lo seguiamo… mi infilzerà come un pollo.”
Lo seguirono, fin dietro la tenda che nascondeva una porta, e si trovarono in un corridoio; qui, altri due figuri altrettanto poco raccomandabili, si unirono al primo.
“Che cosa volete? – Leo si girò verso uno dei due che aveva cominciato a parlare concitatamente con il cameriere – Non abbiamo fatto nulla. Non siamo stati noi a far fuori quel turista.”
“Maledizione! – imprecò Franco – Ci siamo cacciati in un bel pasticcio.”
“Già! – assentì l’amico – Devono essere quelli che hanno fatto la festa a quel poveraccio e noi abbiamo avuto la disgrazia… anzi, tu hai avuto la bella idea di metterti a fare il detective.”
“Che diavolo vorranno da noi?”
“Niente di buono, temo. Se almeno riuscissimo a capire quello che dicono…  Ehi, che volete da noi? Chi siete?”
“Tu cammina.” esordì uno dei tre con fare perentorio.
“Ah, ma tu mi capisci? – fece Leo – Parli italiano?”
“Tu cammina. – ripeté quello – Tu visto cosa che non doveva vedere… tu e tuo amico.”
“Dove volete portarci?” domandò Franco.
“Tu niente domanda, se vuoi salvata vita.” rispose quello con pessimo accento italiano.
“Sei un extra-comunitario?... Oh, qui l’extra-comunitario sono io, ah.ah.ah – rise Leo, poi  – Per la Barba del Profeta, come dite voi, dì al tuo amico che non mi sforacchi!” continuò.
“Cosa … sforacchi?” domandò l’uomo.
“Sforacchi , significa tagliare corda.”
Uno sguardo d’intesa passò tra i due ragazzi; l’uomo li guardava stupito.
“Tagliare corda?” replicò, mentre  Leo continuava a protestare:.
“Attento al tuo amico… potrebbe affettarmi con quel pugnale!”
Un cenno e il cameriere abbassò il pugnale, ma continuò a tenere saldamente stretto il suo braccio, l’altro teneva Franco. In fondo al corridoio si vedevano i primi gradini di una scala.
Il gruppo si fermò davanti alla penultima delle numerose porte che si affacciavano su quel corridoio; uno dei tre malviventi infilò una chiave nella serratura e l’altro, quello che teneva Leo per un braccio, si avvicinò alle scale, senza separarsi dal ragazzo: avevano sentito un rumore provenire dal piano di sotto.
“E’ il momento! – esclamò Franco – A cavalcioni della ringhiera.”
Uno strattone, un calcio negli stinchi, la sorpresa dalla loro parte e i due ragazzi si ritrovarono liberi. Montati a cavalcioni sulla ringhiera, si lasciarono scivolare fino al piano di sotto. I tre li inseguirono immediatamente giù per le scale imprecando,  ma i due ragazzi riuscirono a guadagnare la porta in fondo alle scale e l’uscita.
Imboccarono la prima stradina che trovarono; una corsa frenetica e furono dietro l’angolo.
“Che si fa, adesso? - Franco si fermò a riprendere fiato – Quei tre ci staranno cercando per fare la festa anche a noi.”
“Proseguiamo per questa strada, che porta alla città vecchia. Penseranno che siamo diretti al fiume.” propose Leo.
“Però, così ci allontaneremo troppo dall’albergo.” replicò l’altro.
“Ci torneremo quando saremo sicuri di aver fatto perdere le tracce.”
“Nei quartieri della città nuova sarebbe più facile liberarci di loro.” Obiettò Franco.
“Ti sbagli. Sarà più facile qui, in queste stradine.”
“Non è meglio fare qualcosa, invece di scappare…. Per esempio, avvertire la Polizia?”
“Sei pazzo!”
“Perché?”
“Stranieri  incasinati con un delitto… Per prima cosa ci toglierebbero i passaporti e poi ci terrebbero in guardina per chissà quanto tempo.”
“Hai ragione. Torniamo nella città vecchia, poi  cercheremo un taxi  e torneremo in albergo."

Tornarono inditro e riattraversarono la città vecchia. Rasentarono case popolari ammassate
come greggi sorprese dalla pioggia, passarono davanti a  splendidi palazzi appartenuti a lontani, temuti califfi e sempre di corsa, attraversarono suk e bazar. Furono in vista di un caravan-serraglio, testimonianza di un avventuroso passato non troppo remoto, ad una delle porte della città vecchia: qui si fermarono.
Fu Leo a fermarsi per primo; Franco continuava a correre.
“Fermiamoci, Franco. Abbiamo corso abbastanza. – Franco parve non averlo udito – Aspetta, Franco. – lo richiamò il ragazzo – Non mi sento bene. Fermati.”
Franco rallentò la corsa e tornò indietro: ansava ed era molto pallido.
“Mi… mi manca il respiro.” balbettò.
“Anche a me. – disse Leo – Mi tremano le gambe e il cuore mi batte forte.”
“Anche a me. Che cosa ci succede?”
“Sarà stato l’intruglio bevuto in quel locale.”
“Che cos’era?”
“Non lo so… - Franco parlava a fatica - Fermiamoci a riposare.”
Il ragazzo sentiva come un nodo stringergli la gola; sollevò gli occhi al cielo: il sole splendeva implacabile e picchiava spietato. La testa pareva scoppiargli, come stretta in una morsa rovente e il cuore palpitava furioso; le vene delle tempie pulsavano vertiginosamente.
Respirava a fatica e una profonda stanchezza gli opprimeva corpo e spirito; il più piccolo gesto gli costava sforzo immane.
Si girò verso l’amico, come a chiedere soccorso.
Leo stava appoggiato ad una parete rocciosa, le mani aggrappate ad una sporgenza e la testa abbandonata sul petto; il suo respiro sembrava l’ansimare di un animale selvaggio.
Gli parve che quella roccia prima non ci fosse; in verità, gli pareva che tutto quanto li circondava, prima non ci fosse. Ma non se ne stupì affatto. Era così che doveva essere e la vista di quelle rocce, che profilavano tutto l’orizzonte, gli quietarono l’animo, perché familiari.
Si avvicinò all’amico e lo toccò sulla spalla; Leo si girò.

 

 

“Principe Sethos… coraggio. – disse, lo sguardo deferente e nella voce un tono di profondo rispetto – I nostri inseguitori sono lontani. Qui abbiamo trovato la nostra salvezza.”
Franco, che Leo aveva chiamato principe Sethos, scosse il capo, ma senza alcun stupore nello sguardo, anzi, guardò l’amico con un sorriso.
“E’ solo una provvisoria salvezza. – rispose – Ram-Seth, il mio implacabile nemico, non ci darà tregua.”
“Ne sono consapevole, mio signore, ma noi potremo trovare rifugio per qualche ora tra queste gole.. Il fianco di questa montagna offre molti anfratti e screpolature e la potente Nefty ci proteggerà.”
“Sì, mio fedele Amosis. Una di queste gole profonde ci permetterà qualche ora di riposo e la Dea Nefty, nostra Protettrice, veglierà su noi.”
Passarono attraverso una delle tante fenditure che screpolavano la superficie della montagna che nascondeva caverne, gole e bui corridoi.
“Qui non ci raggiungerà nessuno, principe Sethos.” disse Leo-Amosis.
“La generosa Nefty ha convinto il dio Ammon ad anticipare il suo viaggio attraverso la Dua,  il Mondo-di-Sotto.”
“La tua vita, mio signore, è preziosa a tutti gli Dei.”
I due cercarono un posto per riposare qualche ora poi lasciarono l’anfratto e il fianco della montagna e ripresero il cammino.
Camminarono per un tratto senza parlare, poi Franco-Sethos esordì:
“… se avessimo un cammello o un cavallo…”
“Purtroppo i nostri nemici hanno cammelli veloci.  Ma non importa. Siamo ormai vicini: l’Amentit, la Terra-Nascosta, è dietro quei monti.”
Era già notte, ma la luna rischiarava ogni cosa.
Percorsero ancora qualche miglio poi raggiunsero la cima di una collina.
“Ecco la Città-dei-Morti. – disse Sethos tendendo il braccio verso il basso e la grande vallata disseminata di fosse, tumuli e tremolanti lumicini – Noi andremo laggiù.”
“Ma io non posso varcare quei sacri confini e profanarli con la mia presenza.” replicò titubante Leo-Amosis, facendo un passo indietro.
“Lì saremo al sicuro, proprio perché a nessuno è permesso varcare quei confini.” spiegò il principe.
“Ogni disgrazia cadrà sulla persona di Amosis, se oserà profanare quel luogo sacro, principe Sethos. Solo tu puoi farlo, perché presto sarai Faraone del Basso ed Alto Egitto.”
“Non temere, Amosis. Io sarò con te.” lo incoraggiò il principe e Leo-Amosis tacque e lo seguì, ma quando furono in vista dei primi tumuli di terra smossa, Amosis fu nuovamente preso dal panico.
“Io non posso violare la legge di Osiride o la sua collera mi perseguiterà per sempre.”
Amosis pareva davvero terrorizzato e irremovibile; l’altro lo interruppe:
“Taci… Non senti delle voci?”
“Sì, le sento. Chi può essere? Forse i nostri inseguitori?”
“Ascolta questa voce…”
Amosis tese l’orecchio.
“E’ la voce della principessa Nefer.” esclamò.
“E’ con i suoi rapitori. Mia sorella, la principessa Nefer è con i suoi rapitori… possiamo ascoltare le loro voci.”
Ascoltarono.

 

 


“Per il vostro bene, lasciatemi. – stava dicendo una voce femminile – La collera di Iside e Osiride, i Signori di questo Luogo Sacro, vi perseguiterà in eterno se non mi lasciate andare.”
“Se non ti portiamo indietro, principessa Nefer, il Gran Visir,  Ram-seth, ci metterà a morte.”replicò una voce maschile.
“Temete più un mortale che la collera degli Dei? Se avete ancora un po’ di rispetto per la vostra principessa e di devozione per i vostri Dei, lasciatemi stare e io placherò l’ira degli Dei.”
“E’ inutile implorare né minacciare: la collera di Ram-seth è più vicina e reale di quella di Iside ed Osiride.”  udirono la voce di un altro uomo; erano almeno una mezza dozzina.
“Se sei davvero la figlia di Iside ed Osiride – fece una terza voce – ebbene, perché non arrivano in tuo soccorso?”
“Sciocchi… invocherò la collera di Iside, che sarà implacabile con voi.”
“Chiama pure i tuoi Dei, ma sappi che nessuno potrà aiutarti.”
“Oh, Isis ed Usir – prese ad invocare, a questo punto la principessa Nefer – squarciate le tenebre e punite gli empi. Tu, Anubi, prima di guidare la mia anima verso la Duat, prendi con te questa gente sacrilega e torturali lungo il cammino…”
Ghigni e risate accompagnavano le parole della principessa, ma un lampo, improvviso e inatteso, squarciò la tenebra e spezzò le parole sulle sue labbra. Il serpente di fuoco e illuminò la scena e si abbatté sul gruppo. Caddero tutti a terra, spinti dallo spostamento d’aria.
Ne approfittò il principe Sethos per calare giù, seguito da Amosis.
“Nefer, sorellina mia. – gridò – Sono qui. Sono qui.”
I due ragazzi raggiunsero la principessa; era stesa a terra, colpita anche lei dal fulmine.
“”Uh, Dei possenti! – gemette il fratello chinandosi su di lei e sollevandola, per stringerla al petto – perché? Perché avete colpito anche lei,  Perché non avete ascoltato le sue suppliche? Perché…”
“Sethos… - la voce di lei lo scosse  - Gli Dei mi hanno ascoltata.” Disse sorridendo.
I due fratelli stettero a lungo abbracciati; Amosis li guardava muto.
Quando  si alzarono, la principessa trasse un oggetto da sotto il mantello.
“E’ per  questo che il Gran Visir è disposto ad uccidere. – disse tendendolo al fratello – E’ lo Scettro-del-Comando.del Faraone. Ram-seth lo ha portato via durante la Cerimonia di sepoltura di nostro padre, il Faraone., ma solo tu puoi impugnarlo, perché sei il principe ereditario.”
Sethos prese lo Scettro reale.
“Dimmi, Nefer, - domandò – come sei arrivata alla Terra-Nascosta?”
“E’ stata Iside a proteggere i miei passi. Ho pensato che questo fosse il solo posto che potesse darmi rifugio e salvezza e che anche tu saresti venuto qui, ma gli uomini di Ram-seth mi avevano preceduta… Ora posso tornare a Palazzo.”
“Sì, sorella mia. Io devo raggiungere la guarnigione militare e scoprire se il popolo ama oppure no il suo principe erede.”
Si salutarono; il sorriso della principessa era  dolce e triste insieme.
Presero strade diverse: Nefer con il solo cavallo scampato al fulmine e il principe Sethos, con il fedele Amosis, a piedi.
“Riposiamo, principe Sethos. – propose Amosis appena fuori della Cttà-dei-Morti – La notte è ancora lunga e anche il cammino che ci attende.”
“Sì. Riposiamo.”
Si trovarono un posto sicuro e tranquillo ove trascorrere la notte e la notte scivolò silenziosa sopra le loro  figure rannicchiate, fino a lasciarsi fugare dai primi chiarori del nuovo giorno che

"Per il vostro bene, lasciatemi. – stava dicendo una voce femminile – La collera di Iside e Osiride, i Signori di questo Luogo Sacro, vi perseguiterà in eterno se non mi lasciate andare.”
“Se non ti portiamo indietro, principessa Nefer, il Gran Visir,  Ram-seth, ci metterà a morte.”replicò una voce maschile.
“Temete più un mortale che la collera degli Dei? Se avete ancora un po’ di rispetto per la vostra principessa e di devozione per i vostri Dei, lasciatemi stare e io placherò l’ira degli Dei.”
“E’ inutile implorare né minacciare: la collera di Ram-seth è più vicina e reale di quella di Iside ed Osiride.”  udirono la voce di un altro uomo; erano almeno una mezza dozzina.
“Se sei davvero la figlia di Iside ed Osiride – fece una terza voce – ebbene, perché non arrivano in tuo soccorso?”
“Sciocchi… invocherò la collera di Iside, che sarà implacabile con voi.”
“Chiama pure i tuoi Dei, ma sappi che nessuno potrà aiutarti.”
“Oh, Isis ed Usir – prese ad invocare, a questo punto la principessa Nefer – squarciate le tenebre e punite gli empi. Tu, Anubi, prima di guidare la mia anima verso la Duat, prendi con te questa gente sacrilega e torturali lungo il cammino…”
Ghigni e risate accompagnavano le parole della principessa, ma un lampo, improvviso e inatteso, squarciò la tenebra e spezzò le parole sulle sue labbra. Il serpente di fuoco e illuminò la scena e si abbatté sul gruppo. Caddero tutti a terra, spinti dallo spostamento d’aria.
Ne approfittò il principe Sethos per calare giù, seguito da Amosis.
“Nefer, sorellina mia. – gridò – Sono qui. Sono qui.”
I due ragazzi raggiunsero la principessa; era stesa a terra, colpita anche lei dal fulmine.
“”Uh, Dei possenti! – gemette il fratello chinandosi su di lei e sollevandola, per stringerla al petto – perché? Perché avete colpito anche lei,  Perché non avete ascoltato le sue suppliche? Perché…”
“Sethos… - la voce di lei lo scosse  - Gli Dei mi hanno ascoltata.” Disse sorridendo.
I due fratelli stettero a lungo abbracciati; Amosis li guardava muto.
Quando  si alzarono, la principessa trasse un oggetto da sotto il mantello.
“E’ per  questo che il Gran Visir è disposto ad uccidere. – disse tendendolo al fratello – E’ lo Scettro-del-Comando.del Faraone. Ram-seth lo ha portato via durante la Cerimonia di sepoltura di nostro padre, il Faraone., ma solo tu puoi impugnarlo, perché sei il principe ereditario.”
Sethos prese lo Scettro reale.
“Dimmi, Nefer, - domandò – come sei arrivata alla Terra-Nascosta?”
“E’ stata Iside a proteggere i miei passi. Ho pensato che questo fosse il solo posto che potesse darmi rifugio e salvezza e che anche tu saresti venuto qui, ma gli uomini di Ram-seth mi avevano preceduta… Ora posso tornare a Palazzo.”
“Sì, sorella mia. Io devo raggiungere la guarnigione militare e scoprire se il popolo ama oppure no il suo principe erede.”
Si salutarono; il sorriso della principessa era  dolce e triste insieme.
Presero strade diverse: Nefer con il solo cavallo scampato al fulmine e il principe Sethos, con il fedele Amosis, a piedi.
“Riposiamo, principe Sethos. – propose Amosis appena fuori della Cttà-dei-Morti – La notte è ancora lunga e anche il cammino che ci attende.”
“Sì. Riposiamo.”
Si trovarono un posto sicuro e tranquillo ove trascorrere la notte e la notte scivolò silenziosa sopra le loro  figure rannicchiate, fino a lasciarsi fugare dai primi chiarori del nuovo giorno che andava formandosi.

 

 

Il cielo schiarì, su Sethos-Franco che si svegliò per primo e si guardò intorno con stupore: le acque del Nilo scorrevano pigre e le prime case della città erano avvolte ancora dalla nebbia dorata del primo mattino; guardò il compagno ancora addormentato.
“Ehi, ma che cosa ci facciamo qui? Perché non siamo in albergo?... Ah! Adesso ricordo. Quei tipi che ci inseguivano, ieri sera… Eravamo talmente sbronzi che ci siamo addormentati per strada. Ehi!... sveglia! Sveglia, dormiglione.”
L’altro si svegliò; si passò una mano sugli occhi.
“Dovevamo essere davvero fatti, ieri sera. – continuò Franco – Sapessi che strano sogno ho fatto… Ero nientemeno che un principe.” spiegò, scoppiando in una sonora risata.
“Sethos, mio signore. – Leo si alzò – Dovevamo svegliarci prima . Il giorno è già fatto e l’accampamento militare è a molte miglia da qui.”
“Ma che cosa stai dicendo?”lo interruppe Franco.
“Il campo è lontano, principe Sethos e il cammino è lungo…”
“Aspetta…aspetta! Come mi hai chiamato, accidenti?”
“Con il tuo nome, mio signore.” Fece l’altro un po’ meravigliato, mentre una certa inquietudine cominciava ad assalire lo spirito già eccitato di Franco, che ripeté:
“Come mi hai chiamato? Chi sarei io?”
“Il principe Sethos, mio signore. – l’amico lo guardava con sempre maggior stupore – Sei il nuovo Faraone, ora che il Nab-Tani, il Signore-delle-Due-Terre, tuo padre è salito tra gli Dei.. Tu sei il nuovo Faraone e lo Scettro-del-Comando, che la principessa Nefer, tua sorella, ha portato via all’usurpatore consegnandolo a te, taciterà i tuoi nemici.”
“Lo Scettro-del-Comando?” balbettò Franco portando lo sguardo sul bastone che giaceva ai suoi piedi e che vedeva per la prima volta.. Sollevò lo sguardo sul volto ossequioso dell’altro e ne rimase atterrito: quello non era il suo amico Leo ed egli stesso era molto confuso.
 

 

OSORKON - Il Guardiano della Soglia

 ESCAPE='HTML'

Alcuni tra i titoli dei libri di Maria Pace

S.O.S.  PIANETA TERRA

Quasi una spy story questo romanzo che racconta le vicende di Sharon e Richard, due ragazzi che partono per l'Amazzonia brasiliana alla ricerca di Joe, fratello della ragazza, un medico missionario, di cui si sono perse le tracce.
In realtà, Richard è un agente del governo americano posto sulle tracce di un traffico di droga ed armi che ha la sua base nel pieno della giungla. Tra mille pericoli, avventure, rapimenti ed evasioni, i due ragazzi raggiungono i propri scopi e conosceranno (e faranno conoscere al lettore) un mondo straordinario, ancora incontaminato ma minacciato dalla civiltà dell'uomo bianco.
Incontreranno personaggi caratteristici come garimpeiros e seringueiros, macumbeire e sciamani, indios e trafficanti, "meninhos de rua" ed avventurieri, tutti protagonisti di spericolate avventure.
Richard dovrà affrontare situazioni rischiose e inaspettate, che supererà mettendo in pratica le proprie conoscenze fisiche, chimiche e di sopravvivenza.
E’ un romanzo che offre l’occasione per riflettere sulle problematiche importanti del nostro Pianeta, quali: droga, deforestazione, corsa agli armamenti e la conseguente progressiva distruzione del suo equilibrio ecologico.
Distribuito su tutto il territorio nazionale, è destinato ad un pubblico scolare: MEDIE  e BIENNIO SUPERIORE, ma godibile anche per un qualsiasi lettore. 

Richiedetelo a:
Giuseppe PRINCIPATO EDITORE - Milano

 

LUNGO IL RIO delle AMAZZONI

Lungo il Rio delle Amazzoni
Il battello si mosse, tra difficilissime manovre, per uscire dal porto e seguire la corrente, fendendo l'acqua con l chiglia e lasciandosi dietro una scia bianca ed azzurrina. Presto si staccò dalle altre imbarcazioni e prese il largo, andando incontro all'arcipelago dell'Anavilhanas  ed  allo spettacolo dello sposalizio del Rio Negro con il Rio Solimeos, dal cui amplesso   nasceva il Rio delle Amazzoni.
Sulla riva, palazzi, case, baracche e chiome di alberi, andarono  scomparendo, inghiottiti dalla nebbia e dalle ombre calanti.
Lasciata Manaus, il Rio delle Amazzoni continuava il suo cammino verso l'oceano; le luci del "Tucano" penetravano le acque raggrinzite dal vento e tutt'intorno si respirava un'atmosfera  indicibile e variegata di sensazioni, splendori ed effetti speciali della Natura. Nell'atmosfera primordiale che avvolgeva ogni cosa, lo ssguardo si riempiva di stupore: piante rigogliose, felci gigantesche, mangrovie dalle forme insolite, liane intricate.

Le ombre della notte erano ancora estese, ma un pallido chiarore iniziò ad arrivare da lontano: l'Aurora sul Rio delle Amazzoni era uno spettacolo sconosciuto sotto altri cieli,  grandiosa e senza confini,  carica di impetuosa vitalià. Poi, il giorno si fece strada con prepotenza colorando il paesaggio con colori di fuoco.
Sul   "Tucano" non passavano alimenti, ma c'era uno spaccio dove si poteva acquistare cibo preparato a terra o cucinato a bordo e anche bevnade come cahaca o succhi di ananas e avocado. E non mancavano freschi sorvetes al gusto di maracuya e cayus, che lasciarono deliziato il palato dei tre amici, ma soprattutto quello del piccolo carioca.
"E' tutto così immenso. - proruppe  Sharon  -Credi davvero che l'uomo sia capace di turbarne l'equilibrio? Sembra tutto così... così possente ed inespugnabile."
"Già!... Eppure questa gigantesca forza della natura - Richard le sfiorò la guancia con l'indice - sottoposta a fuoco e al taglio scriteriato, si trova in serio pericolo... Guarda quelle case in rovina... - il giovane indicò delle casupole in evidente stato di abbandono -Sono state abbandonate  da  contadini in disperata, incessante migrazione. Anche qui, come nelle immediate vicinanze della Transamazzonia, dove il Governo ha accantonato il progetto di colonizzazione agricola in favore di interventi industriali, i contadini vengono ricacciati sempre più lontano."
Richard ebbe una pausa, che riempì con una sorsata di maracuya, poi riprese, dopo essersi schiarito la gola:
"Questa foresta viene distrutta al ritmo di ottantamila chilometri l'anno; viene depredata e saccheggiata con notevole  danno per l'ambiente... senza contare le antiche culture sopravvissute e l'alto potenziale di risorse e conoscenze ecientifiche in essa racchiuse... Lo sai che alla base di un gran numero di farmaci usati in tutto il mondo c'è la flora e la fauna delle foreste pluviali?"
"Sì! - assentì la ragazza, continuando a gustarsi il suo sorbetto - Lo sapevo."
"Vivono qui, in questa foresta, - continuò Richard - piante ed animali la  cui linfa e le  cui secrezioni  leniscono punture d'insetti, neutralizzano veleni e costituiscono potenziali anestetici o antiemorragici naturali. Molte società farmaceutiche americane ed europee collaborano, nelle loro ricerche, con la popolazione indigena che possiede un enorme patrimonio di conoscenze naturali ereditate dagli antenati... Tutto questo rischia di andare perduto."
"Perché stanno distruggendo la foresta?" domandò la ragazza; Richard scosse il capo:
"L'isolamento geografico finora ha protetto questo mondo meraviglioso ancora in parte da scoprire, ma la possibilità ch  venga irrimediabilmente danneggiato è un pericolo reale e concreto... Questa foresta provvede da sé al proprio nutrimento con il sole, l'anidride carbonica dell'aria, l'acqua e i sali minerali del terreno. La cosa più importante, però, è  la  grande  quantità di ossigeno che produce... Questa, è una foresta dall'estensione enorme... Sai quanti sono i fiumi che si gettano nel Rio delle Amazzoni?"
"Sono più di mille. " interloquì  Rodrigo, che aveva scoltato attento e voleva mostrare di conoscere la sua terra.
"Bravo Rodrigo! - Richard lo gratificò di un sorriso e con un buffetto sulla nuca  gli scompigliò i già contorti e ricci capelli nerissimi - Sono esattsmente mille e cento, i  fiumi e gli affluenti   che sfociano nel Rio delle Amazzoni." spiegò.
"Rio delle Amazzoni... Chissà perché si chiama così!" interloquì Sharon e Rodrigo, prontamente:
"Io lo so! - disse - Fu l'esplorarore  spagnolo Francisco de Orellana, compagno di quel Pizarro.. . a dargli il nome."
"Hhhh! - Sharon ebbe un'esclamazione - Come fai a sapere tutte queste cose?" domandò.
"L'ho letto in un libro... Io so leggere, sapete."
"E che cosa sai di questo Francisca Orellana?" domandò la ragazza con un sorriso.
"La sua spedizione fu attaccata dagli indios della tribù dei Cumuris - spiegò il ragazzo,  tutto  lieto dell'interesse che i due amici gli riservavano - Dovete sapere che questi indios,   dall'aspetto sembravano donne e così gli uomini di Orellana li chiamaroni Amazzoni,  come un antico popolo di donne-guerriere."
"Certo! - assentì Richard - Le Amazzoni della mitologia greca."
"Quanti conquistadores  sono giunti qui alla ricerca di facili guadagni? -  osservò Sharon - Tutti, però, sono stati fermati e sconfitti, perché la Natura sa difendersi dalla violenza dell'uomo!"
"Sicuro! - assentì Richard - La Natura sa rigenerarsi e rimettere le cose a posto, anche se dovrà impiegare un po' di tempo per farlo. Occorrono decine di anni prima che una foresta tropicale si sviluppi su una piantagione abbandonata e questo perchè le zolle del terreno fertile sono soltanto di pochi centimetri: in una foresta di questo tipo, sono le stesse piante che provvedono a rigenerarle con i rami e le foglie morte."
"L'uomo va e il Fiume resta!" recità il piccolo carioca.
(continua)

PER LE VIE DI RIO de JANEIRO


Raggiunsero l'uscita dell'aeroporto, che immetteva sul Parco Flamengo.
"Sei già stato a Rio?" domandò la ragazza.
"Qualche tempo fa."
L'aria calda, densa, satura di tutti i profumi, i suoni e le luci che facevano di quella parte della città un'immensa sala a cielo aperto, li accolse insieme ad una marea di gente.
Nonostante l'ora di punta trovarono un taxi e il tassita con una sola battuta diede loro un'idea del particolare mondo carioca.
"Benvenidos, signori, nella  Citade Meravilhosa, a cui il buon Dio ha dedicato due giorni interi, dei sette impiegati nella Creazione del mondo." e dallo specchietto retrovisore sbirciò in direzione di Sharon.
"Grazie, amigo! - dal sedile posteriore Richard guardava la macchina che li seguiva, una cabriolet blu mare con a bordo i due segugi dell'areoporto  - Ma dimmi, vuoi guadagnarti diecimila cruzeiros?...  - aggiunse  - Devi seminare la cabriolet che ci sta seguendo."
All'autista bastò una rapida occhiata nello specchietto per afferrare al volo la situazione.
"Stiamo giocando alle spie? Eh?... Americanos? - esclamò in tono niente affatto  preoccupato - E quelli sono i cattivi?" disse, facendo della lingua americana un uso simpaticamente  personale ed accompagnandola con quella cadenza particolare, piacevolmente ritmata, muscale e dolce.
"Proprio così, amico. Sono cattivissimi.."
Richard rise. Gli mancava, pensò  guardandolo, soltanto la chitarra, poi vide che la  chitarra c'era ed era sul sedile accanto a guidatore.
"Ah! Ah!.. Si vola! Allacciate le conture!" disse quello, poi sollevò la mano e, indice e  medio allargati,  fece il segno della più trionfale delle "V".
In realtà, le cinture di sicurezza mancavano, ma doveva essere un dettaglio di poco conto per Paulo José, così si chiamava, che schiacciò il piede sul'acceleratore facendo partire la vettura alla velocità di un razzo; i due passeggeri trattennero il respiro.
Nonostante l'ora avanzata come sempre il traffico era intenso e caotico, ma Paulo José sapeva districarsi in quella selva di auto con la perizia di un pilota di Formula Uno.
"Serviremo ai cattivi un Samba alla dinamite...  ah.ah.ah!" rise, svoltando l'angolo.
"Ne sono lieto!" esclamò Richard.
La strada era in salita e con marciapiedi a larghi gradoni e seguiti da un'improvvisa pendenza.
"Tenetevi forte!" avvertì lo spericolato autista
Balzarono in avanti e Richard tese un braccio per trattenere Sharon.
In salita o in discesa, troppo larghe o troppo strette, le vie di Rio erano piene di contrasto: sfavillanti o completamente al buio,  in mezzo alla foresta o in pieno centro, sulla sabbia o tra colline. Le vie di Rio erano capricciose come le Divinità che avevano creato e plasmato quell'angolo di mondo.
"Siete americani, vero? - Paulo chiese conferma, ma senza attendere risposta aggiunse - Qui arrivano tanti americani."
"Attento! - l'avvertì la ragazza - Sono dietro di noi. Ci raggiungeranno."
"Niente paura, miss! Sta a vedere:"
Un cartellone pubblicitario, però,  sbarrò loro il passo; era enorme, eccessivo e sproporzionato. Ritraeva una donna senza veli che suggeriva un metodo  inglese per perdere chili.
"Bisks... a maneira inglesa de perder..."
Qui c'era uno strappo, ma era facile indovinare l'ultima parola.
"Attento!" seguì anche l'avvertimento di Richard, ma il giovane brasiliano non si scompose e lo attraversò da parte a parte come in un numero da circo equestre.
"Tranquilli! - disse - Paulo José sa quel che fa."
"Hhhh! Lo vedo!" esclamò Richard.
"Ah.ah.ah... - Paulo pareva davvero divertirsi molto - Ehi, ma quelli sparano. Ah, no!... Questo non si fa!... Tenetevi forte, amici." avvertì, poi  infilò a velocità vertiginosa una  stradina.
Aggirato l'ostacolo pubblicitario, però, la cabriolet tornò a rimettersi in coda.
Paulo a questo punto puntò in direzione di una scalinata, facendo sobbalzare l'auto ad ogni gradino; Richard ne contò quattordici prima di sentire nuovamente sotto le ruote la terra piana di un parcheggio all'aperto.
"Copacabana, signori! - disse il tassita in tono enfatico  - Quelle laggiù sono le acque impetuose di Copacabana."
"E ora?"
"Ora dobbiamo scomparire. -  rispose quello senza scomporsi, infilandosi  di coda  in  mezzo alle auto in sosta -  Abassate le teste e aspettiamo che i "cattivi" siano lontani." e rise.
Abbassarono le teste e videro la cabriolet sfrecciare loro accanto e perdersi sull'Avenida Atlantica, il lunghissimo viale che costeggiava la spiaggia.
"Dove andiamo?"
Paulo si voltò verso Richard e il giovane ripeté l'indirizzo:
"Hotel Meridien... Avenida Atlantica."

(Brano tratto dal libro S.O.S. Pianeta Terra)

Inserisci qui il tuo codice html!

- IL GUARDIANO DELLA SOGLIA (giunto alla terza edizione)

Antico Egitto - XIX Dinastia
Regna il faraone MeremPtha, figlio di Ramseth II.
Un viaggio nel passato alla scoperta dei riti e dei miti che resero famoso questo popolo affascinante ed enigmatico, fermamente convinto del potere dei sacerdoti di Ammon di dar vita alla materia inerte. Un viaggio anche attraverso la DUAT, l’Oltretomba egizia, che svelerà al lettore alcuni dei tanti misteri.

VIAGGIO A SORPRESA

- IL SIGILLO DEL FARAONE

Antico Egitto - XIX Dinastia
Seguito de: “Il Guardiano della Soglia”
Molti degli enigmi e dei misteri legati all’affascinante popolo del Nilo (come la maledizione dei Faraoni), sono qui risolti e spiegati con scientifica chiarezza e molti aspetti della vita quotidiana e delle pratiche funerarie, sono presentati con piacevolezza e scioltezza di linguaggio e faranno conoscere al lettore un mondo di magia e di splendore.


 

"L'Età Perduta"

- L’ETA’ PERDUTA (giunto alla quarta edizione)

Romanzo storico-ambientale: il rapporto uomo-ambiente dalla Preistoria ad oggi. L’homo sapiens sapiens a confronto con l’Homo tecnologicus.
E’ la storia di Taur, proiettato nel mondo moderno, che regala al lettore flash di vita d’epoca preistorica e gli fa scoprire la spiritualità dell’uomo di Neandertal e la capacità dell’uomo di Cro-Magnon.
Un libro di avvincenti avventure narrate con linguaggio vivace e scorrevole, arricchito di un particolare glossario.

 

- UN MONDO IN VENDITA (tre edizioni)

Ancora due civiltà a confronto: quella minacciata, ma ancora incontaminata, dell’Amazzonia e quella super-tecnologica della città di New-York, entrambe, però, impegnate con i problemi di sopravvivenza dei suoi abitanti.
E’ un romanzo etnografico in chiave ambientale che vuole mettere i lettori in guardia dai rischi di una tecnologia troppo spregiudicata: una lettura che, per le tematiche ambientali trattate, è consigliabile non solo a qualsiasi tipo di lettore.

 

 


- QUI RAMSETE, PASSO E CHIUDO (giunto alla quarta edizione)

Antico Egitto – Nuovo Regno - XVIII Dinastia.
Romanzo storico ed etnografico, è la storia di due ragazzi  che comunicano attraverso un computer sperimentale, ma che sono separati da uno spazio di tempo di 3.500 anni.
La teoria della relatività del tempo e dello spazio, la misteriosa e inquietante storia del Faraone Thut-ank-Ammon, le fantastiche avventure del suo amico Ramsete e di Franca, una ragazza del XX secolo, si intrecciano in un crescendo di emozionanti scoperte.
Due civiltà a confronto.
 

copertina de "Il bracciale egizio"

- IL BRACCIALE EGIZIO

Seguito de “Qui Ramsete, passo e chiudo”. Sono trascorsi dieci anni e i protagonisti sono gli stessi. Stessi sono anche gli scenari in cui si muovono, ma i misteri e le scoperte sono nuove e condurranno il lettore in un mondo di straordinaria magia e, al contempo, rigore storico.
Nota: da questi due volumi è stata tratta una riduzione teatrale.
 

copertina de "Soldato di Ventura"

- SOLDATO DI VENTURA

L’Italia della metà del ‘400
Un secolo di violenze e congiure, battaglie pubbliche e private, ma anche un fiorire di scoperte e invenzioni.
Intrappolato in una di queste congiure si troverà il protagonista di questo romanzo storico-etnografico.
E’ un ragazzo e coivolgerà il lettore nelle sue avventure, nei suoi amori e negli intrighi di vicende storiche, politiche e sociali.
Emozioni e un pizzico di mistero e nero-gotico.