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ROMA ANTICA - I Protagonisti... vol. I° - vol. II

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Roma, Città Eterna… Città senza tempo.

Il modello di città conosciuto dagli antichi è quello della città-stato con forma di governo evoluta e progredita, proprio come Roma, a partire almeno dal quarto secolo dopo la sua fondazione.

La crescita  e lo sviluppo  della città-stato di Roma fu il risultato di un processo economico e  sociale lento e graduale e, come disse Cicerone:

“La nostra repubblica non è  stata creata dal genio di uno solo, ma di molti, né durante la vita di un uomo,  ma per vari secoli ed epoche.”

Molti uomini, dunque, ne furono gli artefici  ed è attraverso la loro storia e la loro personalità  che ricostruiremo la storia e lo sviluppo culturale, civico e sociale di questa città unica al mondo.

Cominceremo da Enea.

Perché Enea? Enea non era neppure romano, ma  un eroe fuggito da Troia in fiamme ed approdato in suolo italico. E perché era il simbolo dell’eroe coraggioso ed equilibrato, caro all’immaginario romano, per cui si cercò di coprire la distanza cronologica esistente fra l'arrivo di Enea e la fondazione della città.

Da Romolo a Tarquino il Superbo, da Collatino a Catilina, dai Gracchi agli Scipioni,  da Cesare a Vespasiano, da Traiano a Costantino,  da  Giuliano a Teodosio e alla caduta dell’Impero, come su una tela, si snoderà, attraverso  il racconto di vita di ognuno di questi  PROTAGONISTI,  la storia di  ROMA,  CITTA’  ETERNA.Testo

Brano tratto dal libro

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La scena é raccapricciante.

Un vecchio giace in mezzo alla strada in una pozza di sangue, trafitto da un pugnale. Un cocchio con a bordo una donna giunge a gran velocità e travolge di proposito il ferito. Quel vecchio é Servio Tullio, VI° Re di Roma e la donna é sua figlia, Tullia Minore.

Ecco come lo storico Tito Livio riporta l’episodio:

“…mentre faceva voltare il cocchio per raggiungere il colle Esquilino, il cocchiere trattenne le redini mostrando alla padrona il giacente trucidato Servio…. resa forsennata dalle Furie – continua il racconto – Tullia fece passare il cocchio sul corpo del padre e portò sul cocchio insanguinato, lorda ed aspersa essa stessa, le tracce dell’eccidio paterno…”

I romani chiamarono “scellerata” quella via che prima si chiamava Urbia.


Ma non era il primo orrendo delitto che quella donna violenta ed ambiziosa consumava in seno alla famiglia.

Servio Tullio, VI° Re di Roma, aveva due figlie, tutte e due di nome Tullia: Maggiore e Minore. Egli le dette in moglie ai due Tarquinii, figli del defunto Re, Arunte e Lucio, per conto dei quali continuava a tenere la Reggenza del regno.

I due, però, non erano più bambini. Erano cresciuti. Erano già uomini.

Lucio Tarquinio aveva superato la quarantina ed aveva figli già soldati e non aveva alcuna intenzione di aspettare un giorno di più per occupare un trono praticamente vacante, senza contare il suo carattere violento, ambizioso e privo di scrupoli.

Al contrario, sua moglie Tullia Maggiore era una donna mite e gentile, assolutamente priva di qualsiasi ambizione.

Afflitta da muliebris pavor – l’accusava la sorella, Tullia Minore, che la disprezzava profondamente – e priva muliebris audacia.


Di certo quest’altra Tullia, la Minore, era proprio il contrario della sorella: astuta, ambiziosa e implacabile.

Due coppie assai male assortite, dunque e non sappiamo per quali reconditi progetti la Tullia violenta era finita sposa del mite Arunte e la mite Tullia faceva coppia con il violento Tarquinio. Una “miscelanza esplosiva” che poteva scoppiare da un momento all’altro, proprio come accadde.

Sostenuti dal comune ed ambizioso progetto di raggiungere quel trono vacante e di occuparlo, Lucio e Tullia Minore si sbarazzarono degli incomodi coniugi e convolarono a giuste nozze, facendo quale unico scopo di vita, quello di eliminare ogni ostacolo si frapponesse fra le loro ambizioni e quel trono.

Non era facile, però, sbarazzarsi del vecchio Re, le cui riforme sociali e politiche gli avevano guadagnato le simpatie del popolo e il suo appoggio: sia dei nuovi ricchi, ma anche dei soliti poveri cui era stato concesso qualche privilegio. Non era facile neppure avvicinarsi alla sua persona, sempre attorniata da una incorruttibile ed agguerrita Guardia del Corpo.

La posta in gioco, però, si faceva ogni giorno più alta, il clima sempre più avvelenato e Lucio Tarquinio non era proprio più disposto ad aspettare; per di più, i rimbrotti della moglie si facevano sempre più accesi e le giustificazioni sempre più convincenti.

Ecco le parole che Dionigi mette in bocca alla figlia di Servio Tullio:

“Uno può anche esitare a compiere delitti a fronte di obiettivi umani. Ma quando la posta in gioco è il trono, allora bisogna osare tutto e non si può essere giudicati per questo…”

I delitti consumati, però, erano tre: l’ingenuo Arunte, la mite Tullia Minore e il tenace Servio Tullio.

Testo

VOLUME II

Copertina vol. II

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Presentazione

Si racconta che Filippo II di Macedonia a chi gli rimproverava di essere un “barbaro”, cioè, non della Grecia, domandava:“Che cosa intendete voi per Grecia?”All’epoca, in realtà, la Grecia aveva abbandonato l’idea di esistere come nazione: le varie città trovavano più conveniente combattersi tra loro, piuttosto che battersi per un interesse comune.Ed invece, ad accarezzare un progetto di “unione”, fu proprio un discendente di quel Filippo e precisamente Filippo V, che, come si è detto, i greci di Atene, Corinto, ecc… consideravano un “barbaro”, come la terra su cui regnava. Il Filippo sopra citato, però, e suo figlio Alessandro, proprio quell’Alessandro il Grande, avevano già realizzato una impresa simile, unendo tutte le città della Grecia sotto un unico comando, prima del padre e poi del figlio, e sembrò che davvero si potesse conquistare il mondo.In realtà, la civiltà greca, soprattutto quella di Atene, che tanto piaceva al grande Alessandro, proprio grazie a lui era penetrata ovunque: dalla Palestina alla Persia, dall’Asia Minore all’Epiro. Dovunque le classi dirigenti erano grecizzanti. Cosicché, se politicamente non esisteva più, culturalmente, filosoficamente, letterariamente, la Grecia aveva conquistato il mondo… il mondo conosciuto all’epoca.Quando Roma, “sistemata” ogni faccenda con Cartagine, rivolse la sua attenzione verso la Grecia, la trovò proprio così: teatro di lotte intestine, che la rendevano sempre più vulnerabile. Tanti staterelli turbolenti ed in eterna competizione tra loro, litigiosi e inaffidabili, il cui ultimo tentativo di opporsi a Roma finì nel bagno di sangue di Corinto. Con esso, però, finì anche quel breve sogno di libertà.Finì proprio come disse Orazio: “ Graecia capta ferum victorem cepit…” (la Grecia conquistata conquistò il feroce vincitore. )E Roma intanto cresceva e si arricchiva. Ma, quelle ricchezze, procurate con le tante vittoriose battaglie, non portarono all’Urbe pace e stabilità, ma instabilità e guerre interne: guerre sociali, guerre civili e guerre servili. Questa nuova, immensa ricchezza segnò l’inizio di una trasformazione dei costumi di vita dei romani: non più la dura e modesta vita da contadini, ma quella sfarzosa e sprecona di una borghesia di mercanti e trafficanti. Non occorreva faticare per procurarsi ricchezza e benessere, bastava prenderseli con la forza: i tributi imposti alle popolazioni assoggettate avevano riempito le casse dello Stato e quelle di quasi tutti i privati cittadini… patrizi, per la preferenza. Certo, restavano gli altri. Restavano gli “scontenti”. Che erano tanti. La distribuzione di quella ricchezza era stata tutt’altro che equa e la fede nella “democrazia” ben presto si affievolì e produsse un nuovo partito: quello degli scontenti, per l’appunto. Di ogni categoria e censo. E condusse alla congiura Catilina, mentre all’orizzonte spuntava l’astro nascente di Cesare. Di lì a poco, sconfitto l’antagonista, Pompeo, Cesare sarebbe diventato il padrone assoluto di Roma, fino alle Idi di Marzo. Il passaggio dalla Repubblica al Principato.

Brani tratti dal libro

CALIGOLA

Sadico, eccentrico e privo di ogni freno morale. Questo è il ritratto ormai cristallizzato di Caio Giulio Caligola, figlio del generale Germanico e di Agrippina Maggiore. I suoi primi mesi di regno furono esemplari, come se avesse voluto onorare la memoria di suo padre e seguirne l’esempio di grande magnanimità e correttezza. Ma poi, la svolta.

Aveva 25 anni quando arrivò al potere, inesperto e privo della forza di carattere necessaria per operare per il bene di tutti. Ecco come si espresse Filone d’Alessandria:

“… sprovvisto di qualunque sentimento umano, innovatore, giovane, dotato di un potere assoluto privo di ogni controllo. Ora, quando la giovinezza è dotata di potere assoluto e segue inclinazioni incontrollate, è un male difficile da combattere.”

Il giudizio di Giuseppe Flavio fu ancora più esplicito: “… difficile rimanee moderati quando non si ha nessuno a cui rispondere.”

In realtà, una istituzione a cui rispondere c’era ancor: il Senato, ma i senatori, invece di esercitare controlli, finirono, per ambizioni personali e servilismo, per rafforzarne il potere e porre il Princes al di sopra della Legge. Questo, già ai tempi di Augusto. In realtà, Caligola, che la morte del padre, Germanico aveva profondamene turbato, nutriva un odio profondo contro il Senato.

Ed ecco la fatidica domanda: il potere rende folli? Molti dei Cesari hanno manifestato segni di follia. Ma davvero il potere trasforma il buon Princes in un folle despota? Si è molto discusso su questa questione, alimentata dalla interpretazione di fatti riportati da Autori contemporanei e postumi: fatti sempre concordanti e interpretazioni, invece, no! Ci sono interpretazioni ambigue, incomplete o apertamente ostili e poi ci sono testimonianze che riferiscono di malattie mentali quali epilessia, schizofrenia, ecc..

La situazione, alla morte di Tiberio, era assai tesa e la successione avvenne in un clima di ambiguità e intrighi a causa del rifiuto dell’imperatore di nominare un erede, fin quando Macrone , non prendeva in mano la situazione: il Senato fu costretto dai pretoriani ad eleggere il nuovo Imperatore. L’accoglienza del popolo, quando Caligola giunse al potere, fu di grande esultanza: Roma acclamava il figlio di Germanico, amatissimo e stimatissimo, e il nuovo Princes rispose dando al proprio governo una spiccata impronta tollerante e generosa, attraverso donativi ed elargizioni varie. Caligola pareva davvero voler prendere il padre come modello da seguire.Durò pochi mesi, poi tutto cambiò. Correva l’anno 37.

Cosa accadde in quell’anno? Caligola si ammalò e la sua guarigione fu segnata, ancora una volta, da grande esultanza popolare. Tutto cambiò proprio dopo quella malattia. Cominciò con l’ordine di darsi morte fatto arrivare a Gemello, cugino dell’imperatore e poi allo stesso Macrone; seguì il suocero. Ricercatori e studiosi sostengono, oggi che quella malattia sia sfociata in una psicosi maniaco-depressiva. Fu proprio con quegli episodi che il popolo cominciò a manifestare la propria contrarietà ed avversione nei confronti del Princes.(continua)