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Presso tutte le antiche culture, Il Fato o Destino è quel “Genio” che prende l’uomo per mano e lo guida lungo il suo cammino.
Gli Antichi Egizi non facevano eccezione. Credevano che  ogni creatura umana avesse un percorso già tracciato e stabilito prima ancora della sua nascita.
Stando così le cose,  dicevano i Saggi, nessun uomo era in grado di mutare il corso del proprio destino.  Però, aggiungevano, disponendo di alcuni elementi, come la data di nascita, la posizione di stelle e pianeti in quel giorno, ecc… si potevano, se non mutare, almeno prevedere le mosse del Destino e, quando possibile, provare a prevenirle o correggere, oppure adattarvisi.

Shai, era il nome della Dea del Destino e non mancava mai all’appuntamento con una nuova vita che si affacciava a questo mondo.
Era sempre presente ad una nuova nascita, ma non si presentava mai da sola. Le inseparabili compagne di questo immancabile appuntamento erano altri due Geni: Renenet e Meskhenet.
La prima, incessantemente invocata dai mortali, era la Signora della Fortuna e la seconda, non meno autorevole delle altre due, era la Signora del Futuro.
Questa Triade, insieme costituiva anche la corte di Tuaret, la Dea che presiedeva al parto e che attraverso la sua Grande Sacerdotessa, assistiva la partoriente ed il bambino, cui dava responsi per il futuro.

Così si legge su un papiro custodito a Berlino:
Le tre Dee, assunte le sembianze di tre donne comuni, si presentrono nella casa del nobile Ea-User, la sui sposa, Rut-Tettet, stava avendo le doglie e l’assistettero amorevolmente assieme alle altre donne della casa.
Rut ebbe tre bei gemmellini.
Al primo dei tre che aprì gli occhi alla luce, la dea Meskhenet profetizzo:  “Sarà Re!”
Renenet aggiunse: “Dominerà su tutta la terra”
E Shai, infine: “Il suo Regno sarà breve, ma felice e prospero.”
La stessa cosa i tre benevoli Geni dissero quando venne al mondo il secondo gemellino.
All’arrivo del terzo, Shai esclamò: “Il suo Regno sarà lungo e duraturo.”
La stessa cosa profetizzarono le altre due Signore del Destino.
Quei tre neonati diventarono, in età adulta, i primi tre Sovrani della V° Dinastia.
Il racconto, invece, risale ad epoca ramessida: più di mille anni dopo.

 

Un’altra storia, assai simile ad alcune delle favole moderne, racconta della visita delle Tre-Signore ad un’altra partoriente, sposa di un Sovrano, la quale dette alla luce un bel maschietto.
“Fra diciotto anni un cane, un coccodrillo o un serpente, si presenterà qui per portarlo via.”
Sentenziarono insieme i tre Geni.
Significava che a diciotto anni il piccolo principe sarebbe morto per il morso di un cane o di un coccodrillo oppure di un serpente.
(chi volesse conoscere questa storia, scritta su un papiro esposto al Museo de Il Cairo, può leggere il post: “C’era una volta… 3500 anni fa”, su questo stesso sito)

I compiti di queste tre simpatiche Signore, però, non terminavano qui e quelle non erano sempre così favorevoli e disponibili con i mortali.
Shai, Signora del Destino, era anche il Genio della Fatalità e dell’ineluttabilità del Fato e si sa che, a volerlo evitare, spesso si finisce ancor più velocemente nelle sue braccia.
Il Destino, sentenziavano i Saggi, rende vano ogni sforzo dei mortali per procurarsi ricchezza o felicità, se manca  il suo consenso.
Una Dea assai, invocata, dunque, Shai, e perfino minacciata, secondo la disposizione tutta egizia di pregar gli Dei (vedi post: Magia e Religione ).
Anche Renenet, Genio della Fortuna, era assai corteggiata, come lo era Meskhenet, che del Futuro di ogni mortale conosceva ogni particolare.
Tutte e tre, inoltre, erano invocate anche in molte altre circostanze: matrimoni, viaggi, affari, guerre, e altro ancora.

Seguiamo, a questo punto, il rito propiziatorio offerto alle Tre-Signore da una giovane promessa sposa . (brano tratto dal libro: DJOSER e i Giardini di Osiride)

                                             *****        

Un fuoco rosseggiava nel tiepido mattino di mehir, l’ultimo mese della stagione Peret, quando il sole placava la sua arsura e la terra si copriva di verde.
L’incenso, gettato alle fiamme, lasciava nell’aria un odore acre e penetrante.
Tausert, la Veggente del Tempio di Tuaret, stava invocando la benevolenza della Dea, Protettrice della Donna e della Maternità.
Era di spalle e l’ampio mantello color lapislazzulo mimetizzava e  celava la figura, ma la voce era limpida e tonante:
       “Ta-urt, Signora del Nun, in cui si è creata la Vita.
         Ta-urt, Signora delle Acqua e della Vita.
         Ta-urt, vieni a noi...”

Il respiro era lento e ritmico e la voce un po’ roca, ma “giusta” di tono, come imponeva la buona riuscita del rito. Vibrante, ma calma e paziente, pensò il ragazzo. Persuasiva. Consapevole di aprire un varco con il divino. Nel cielo vide brillare una splendida Luna Crescente, favorevole al Mistero ed alla Magia.
     “Fai sentire la tua amorevole presenza, 
      Grande Madre, ma non annientarci
      con la Radianza del Tuo Essere.
      Quando un mortale parla ad una Divinità,
      ascoltare è pericoloso…”  andava salmodiando.
Immobile davanti al simulacro della Dea, le mani tese in avanti, Djoser la sentì che richiamava le Forze dell’Infinito Cosmo per usarle a beneficio dei partecipanti di quell’assemblea.
Era una piccola folla raccolta e silenziosa. Tutte donne.
Il cuore, d’un tratto, gli salì in gola: c’era la principessa Nefer, ultimogenita del Faraone e sembrava esser lì per chiedere responsi.
L’ambiente in cui si svolgeva quell’assemblea era un piccolo spazio adorno solamente della statua della Dea, in diorite scura, collocata sopra uno zoccolo di pietra di Turah. Appoggiato allo zoccolo c’era il panno di finissimo lino in cui, terminato il rito, pensò il ragazzo, sarebbe stata riposta la sacra effigie, che solo mani purificate potevano toccare.
   “Fai sentire la Tua voce, Signora delle Acque Primordiali.
    Fai sentire la Tua presenza, Signora della Vita.”
continuavano le invocazioni della Veggente.
    “Ta-urt! Ta-urt! Che prende Acqua dal cielo!”
rispondeva il coro; Djoser non osava nemmeno respirare per non turbare quella Cerimonia per sole donne, interdetta a qualunque uomo… anche a lui, naturalmente.
    “Quando viene, Essa è grande.
     Nessun’altra può misurarsi con Lei.”
continuava la Veggente e il coro le faceva eco:
     “Ta-urt! Ta-urt! Che prende Acqua dal cielo!”
      
Djoser vide la Veggente versare in una ciotola il latte contenuto in un vaso dalla forma particolare.
Osservandolo attentamente, anche da lontano poteva vedere bene la sua forma: una figura femminile accovacciata con testa d’ippopopotamo e seno forato da cui sgorgava latte.         
Sull’altare, alle spalle della Veggente, fumigava un piccolo braciere in bronzo finemente cesellato e riproducente scene di vita della Dea; una novizia continuava a versarvi dentro grani di incenso e il fumo, alzandosi dalle braci, si espandeva ad anelli nel piccolo ambiente, cogliendo in un unico abbraccio la Dea e la piccola folla di donne.
Djoser fissava ammaliato la figura di Tuaret; il suo aspetto non era gradevole, però era rassicurante: gravido e rotondo, suggeriva il mistero della Vita.
Sapeva che il dono che la Dea preferiva ricevere dalle sue fedeli erano lembi di stoffe o di vesti; la piccola statua ne era letteralmente coperta.

Anche la principessa Nefer, notò il ragazzo, ne aveva in mano uno da offrirle: un lembo della sua veste più preziosa, di lino finissimo, segmentata di color zafferano.
Alle Tre-Signore, invece, le Assistenti di Tuaret, che  seguivano la Grande Madre in ogni rito, vide che la principessa di Memfi stava offrendo un bracciale di conchiglie d’oro.
Le Tre-Signore erano: Renenet, Genio della Fortuna, Shai, Genio del Destino e Meskhenet, Genio del Futuro.
      “Oh Shai, Signora dell’Immutabile e Inevitabile,
       che al Tempo indichi il cammino.
       Oh Renenet, Signora dell’Accadimento,
       che sui sentieri della Vita vai soffiando...”
Continuava a salmodiare la Veggente, Grande Sacerdotessa del Tempio; una musica struggente, intanto, stava catturando i sensi insieme alla miracolosa virtù dell’incenso e dei mille balsami e profumi di cui era satura l’aria.
Qualcosa stava per accadere, pensò il ragazzo.
Tutto poteva accadere, negli istanti  in cui la potenza degli Incantesimi irrompeva sotto forma di presenza divina.
      “Oh Meskhenet, Signora del perdurare delle cose,
        che tessi il divenirdel Tempo...”

Con l’ultima invocazione, il varco dell’impossibile, infatti, si spalancò sotto i suoi occhi.
La prima a comparire fu l’ultima invocata: Meskhenet, che parlò con la voce di una delle due bambine presenti; neanche sei anni e “costretta” dalla volontà della Veggente ad entrare nel piccolo corpo trasfigurato di luce divina.
Djoser aveva timore perfino di respirare.
“O Nefer, Dolce Figlia degli Dei. – la Signora-del-Futuro parlò con la voce della bambina – Stai attraversando il Grande-Verde  per diventare madre di creatura di bellezza mai vista...”

Grande-Verde. Con quel termine, la gente del Nilo indicava il mare.

Sotto quel divino impulso, la voce della piccola era ferma e sicura, i toni pacati e tranquilli. Pause ed interruzioni parevano addirittura dosate e quasi studiate e a Dioser parve anche che nel sentirli, la  principessa Nefer mostrasse fremiti di piacere, mentre si accarezzava il grembo ancora vergine.
“E’ meglio, per adesso, non sapere...” continuava la voce della piccola, sempre calma e sempre ispirata… ma di colpo tacque, poi cambiò di tono. 
Divenendo tenera e dolce, con un pizzico di velata malinconia ed a tratti di rammarico, quasi che a “comunicare” non fosse più la stessa Entità.
E non lo era!
Non era più Meskhenet, Signora-del-Tempo, a parlar per bocca della piccola, bensì Renenet, Signora-della-Fortuna.
“Dovrai rischiar un salto ad occhi chiusi. – diceva – Interroga te stessa e non il Fato...”
Ancora una convulsione nel corpo esile della piccola: Renenet era già andata via ed era arrivata Shai,  Signora-del-Destino.
Un oscuro presentimento attraversò lo spirito del ragazzo: con Shai non si poteva davvero barare, come si faceva qualche volta con il gioco della senet, spostando di nascosto le pedine della scacchiera.
He-Kau e Rew, Formule Magiche ed Incantesimi, potevano indurre le prime due Signore all’indulgenza, ma a Shai non c’era possibilità alcuna di sfuggire.
“Sommersa sarai dai tormenti della Terra... – furono le sue ultime parole - Non hai fortuna e molto perderai...”

Il ragazzo restò ancora a guardarla di nascosto, a seguirla con sguardo incantato.
Piena di grazia, come una dolce Psiche malinconica, la vide prender posto su un tronco di palma che pareva essere stato messo a terra apposta per lei; sorrideva alla propria immagine riflessa in uno specchietto.
Djoser lasciò il nascondiglio e le si accostò, fermandosi alle sue spalle: i loro occhi si incontrarono attraverso la superficie dello specchietto.
(continua)
brano tratto dal libro di prossima pubblicazione: DJOSER e i Giardini di Osiride
 

ANGELI


Dal greco angelos, che vuol dire “messaggero”, gli Angeli sono presenti in tutte le culture e tradizioni fin da epoche assai remote.
E ancora oggi!
In molti, infatti, ancor oggi credono nell’esistenza degli Angeli, anche se nessuno può affermare di averne visto uno.
Creature piene di fascino e di splendore, circondati di mistero e suggestione, gli Angeli appartengono ad un mondo evanescente e fantastico, ai confini tra materia e spiritualità. E tale è anche il loro aspetto: luminoso ed evanescente ed al contempo composto di materia.

Caratteristica principale, oltre alla “sostanza”? Le ali, di cui sono provvisti.
Nella Bibbia, però, non sempre hanno ali, ma utilizzano le Scale celesti per salire in cielo ed assumono forma umana per portare messaggi divini agli uomini.
Forma umana, infatti, hanno gli Angeli che si presentano ad Abramo per annunciargli il concepimento di Isacco o per impedirgli il suo sacrificio. Così è anche quando, con il nome di Azaria, l’arcangelo Raffaele accompagna e protegge Tobia nel suo viaggio.
Ed è sempre un messaggero di Dio, anche se Dio ha cambiato nome e non si chiama più Jeowa, ma Allah, quello da cui Maometto riceverà la Rivelazione: Jabrà, ossia Gabriele.
Gli altri due sono: Israfil, cioè Raffaele, l’Arcangelo che suonerà le Trombe della Resurrezione e Mikail o Michele, colui che è alla guida delle azioni dell’uomo.

Li troviamo attivamente all’opera anche nel Cristianesimo: nell’Annunciazione alla Vergine Maria, in quella ai pastori di Betlemme… E ancora: fu un Angelo a confortare Cristo sull’alto del Monte degli Ulivi quando andò a pregare prima della Passione.
Fu ancora un angelo ad aprire la porta della prigione a Pietro e l’elenco sarebbe davvero lungo.
Una caratteristica dell’Apocalisse, infine, è proprio la mediazione degli Angeli i quali saranno chiamati a recare il messaggio divino alle 7 Chiese, quando

E gli Angeli Custodi?
E’ radicata la convinzione che ognuno di noi abbia un Angelo Protettore o Custode che ci guida nel nostro cammino ed agisce a livello umano.

Già nelle società primitive si credeva all’esistenza di uno Spirito Protettore.
Nella cultura ebraica si parla di Angeli Protettori non solo degli uomini, ma anche della Natura: Angeli del mare, Angeli dell’aria, angeli del fuoco, ecc.
In Mesopotamia, Spiriti benigni dall’aspetto di grifoni alati anticipano le figure di Angeli ed Arcangeli di qualche millennio.
Nella mitologia greca i messaggeri degli Dei erano raffigurati con le ali proprio come gli Angeli.
Ali d’oro e caduceo, che era l’insegna del messaggero.
Il caduceo era un’asta con due serpenti attorcigliati e terminanti con due ali.
Messaggeri delle Divinità greche e romane erano Iride, personificazione dell’arcobaleno, che congiunge cielo e terra ed Ermes o Mercurio, simbolo del mistero e dell’arcano.

Angeli custodi si trovano anche in Persia: i fravashi, copia perfetta ma evanescente di ogni individuo. Un po’ come il Ba degli egizi, detto anche il “Doppio”, essendo la copia esatta di ogni essere umano, ma trasparente e di puro spirito.
Sempre in Persia, Zoroastro, profeta di Ahura, riferì che il mondo era stato creato proprio con l’aiuto di Spiriti benigni: sette angeli.

Esiste una gerarchia nella società angelica?
Pare di sì!
Gli Ordini Angelici sarebbero nove, divisi in ulteriori tre Ordini.
Al primo Ordine apparterrebbero:
Cherubini  -  Serafini  -  Troni
Al secondo ordine:
Dominazioni  -  Virtù  - Potenza
al terzo ordine
Principati  -  Angeli  - Arcangeli.

Gli Angeli sarebbero tanti mentre gli Arcangeli, di grado superiore, sarebbero quattro, ma noi ne conosciamo il nome solamente di tre di loro:
Gabriele - Raffaele  -  Michele.
Per alcuni il quarto arcangelo sarebbe Emanuele.

E il sesso degli Angeli?
Se ne discute da secoli, ma secondo l’opinione dei più, gli Angeli sarebbero asessuati, anche se possono apparire con aspetto umano maschile quanto femminile.

DEMONI

Diavolo, Demone, Belzebù, Belfagor… tutti nomi dello Spirito Maligno che perseguita l’uomo o lo conduce alla perdizione.
Demone è la personificazione del male.
E il male è sempre un serpente: è Apep, il dragone cosmico degli Egizi, è il serpente dell’Eden degli Ebrei, è il drago dell’Apocalisse dei Cristiani, ecc…

Per gli Egizi erano il simbolo delle tenebre e del male; indistruttibili ed eterni: Seth ed Apep. Con una sostanziale differenza fra i due, però: il primo era soltanto il Perturbatore dell’Universo e delle sue creature, ma il secondo mirava alla sua distruzione.
Apep (meglio conosciuto come Apofi) ne era il Distruttore e l’Annichilatore.
E se ciò non fosse bastato, a disturbare la vita degli egizi vi era tutta una serie di demoni di secondo grado, i quali costituivano la “corte” di divinità superiori come Sekhmet, Dea della Distruzione e della Malattia. Questi avevano la capacità di entrare nel corpo dell’uomo ed apportarvi tormenti e malattie.

Possessione demoniaca la chiamavano i Cristiani, (e qualcuno, poco pratico di medicina, la chiama ancora oggi); per liberare il malcapitato usavano ed usano, come unico rimedio, l’esorcismo: un rituale praticato anche in passato da altre culture
Ma che cos’è, ancor oggi, il Diavolo o il Demonio per i cristiani?
E’ l’Angelo che si è ribellato al Signore ed ha tentato Eva, la prima donna, che con il suo comportamento ha condotto alla rovina l’umanità appena creata.
(… la donna! Sempre origine e causa di ogni calamità!…)
Per punizione Dio scacciò dal Paradiso Terrestre sia Eva che Adamo.   
Il Diavolo… che da Angelo aveva un bel nome, Lucifero, fu anch’egli buttato fuori dall’Eden, ma continuò e continuerà a far guerra all’uomo spinto da nessun’altra ragione che la propria natura malvagia.

L’Apocalisse (scritta duemila anni fa) ci dice che passati mille anni (e cioè mille anni fa) il Diavolo sarebbe stato liberato dall’abisso in cui era stato scaraventato dopo la tentazione ad Eva e rimesso in libertà assieme alla sua “corte” di Demoni, ossia quegli Angeli che lo avevano sostenuto della ribellione. Aggiunge anche che alla sua sconfitta definitiva, seguirà il Giudizio Finale.

Satana, che in ebraico vuol dire “nemico”, in realtà, rimase sconosciuto agli Ebrei fino al periodo dell’esilio babilonese.
Cielo e terra, dicevano i Babilonesi e prima ancora i Sumeri, erano popolati di demoni che definivano: principio attentatore della vita e responsabili di tutti i mali che affliggono l’uomo.
All’origine, asserivano, erano soltanto spiriti di defunti ed abitavano nelle tombe e nei luoghi isolati e deserti.
Avevano nomi assai appropriati: Distruzione, Destino di Morte, Spirito Rapace, Spirito Maligno ed altro ancora, tutti d’aspetto spaventevole.
Non meno spaventevoli, erano anche  gli Spiriti malvagi dei Romani e non meno appropriati i loro nomi: Libitina (Morte), Larvae (Demoni) Lèmures (fantasmi).

Ancora più spaventevoli, forse, erano quelli che popolavano l’Inferno etrusco: mostri alati a tre teste, creature ibridi con quattro e più zampe. Tutti provvisti di lunghe zanne, corna notevoli, zampe di capro e tutti armati di forconi e bastoni: esseri infernali di second’ordine e per quesro assai gelosi della posizione dell’uomo nella gerarchia delle “creature”.
Geloso dell’uomo è, infatti, l’Iblis (diavolo) o Saytan Satana), capo degli Angeli della Bibbia, che si rifiutò di inchinarsi davanti ad Adamo e che per ripicca ne sedusse la compagna (come abbiamo già detto).

Il sesso del Diavolo? Maschile e anche femminile!
La diavolessa più famosa era certamente Lilit, il cui passatempo preferito era adescare l’uomo: nemmeno Adamo sfuggì alle sue pericolose lusinghe amorose.
Meno note, ma non meno letali erano l’alata Vanth, demonessa etrusca dell’Agonia e le Strangolatrici, Forze Maligne della Notte dei Fenici. (di queste creature così particolari parleremo ancora e più approfonditamente nella pagina: FATE e STREGHE)


Più noti i nomi di Demoni di sesso maschile (per meriti letterari e cinematografici): Belfagor, Belzebù, ecc… non sempre dall’aspetto spaventoso e talvolta perfino avvenente.(anche di queste creture parleremo più approfonditamente nelle pagine: MAGHI e STREGONI)
Non così può dirsi per Charun, il Demone della Morte, nella cultura degli Etruschi. E’ quello che, d’altronde, si avvicina di più al Caronte di Virgilio.
Charun è d’aspetto animalesco: occhi di brace, piedi ungulati, zanne digrignanti.

Una domanda è d’uopo. L’uomo ha qualche possibilità di sfuggire alle mire di così tanti diavoli e diavolesse?
Direi proprio di sì!
O, più precisamente, lo pensa chi afferma di credere nella loro esistenza!
L’uomo dispone, dicono costoro, di uno strumento potentissimo con cui riuscire a dominare le forze infernali: Magia e Stregoneria.
Magia e Stregoneria, ancelle della Superstizione e della Religione, che da sempre hanno permeato la vita dell’uomo.
Amuleti ed incantesimi, dicono, se opportunamente adoprati, possono perfino volgere a proprio favore le forze malefiche, ma il successo è subordinato all’abilità di Maghi e Stregoni, Ministri del Culto di Satana che… ma questo è un altro discorso, di cui ci occuperemo ancora.

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INTRODUZIONE

Moire, Graie, Arpie… tutti nomi che evocano terrore, mistero, paura… tutte con qualcosa in comune: l’attinenza con la Morte.

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MOIRE O PARCHE

Erano le Signore del Fato, arbitri dei destini umani: vita e morte.
Nacquero dall’unione fra Notte ed Erebo (Inferno).
Insieme a loro nacquero anche: Vecchia, Morte, Sonno, Discordia, Miseria;  ma aprirono gli occhi alla luce anche: Gioia, Amicizia, Nemesi (Memoria), Pietà e le Ninfe Esperidi, le Custodi della pianta del Pomo d’Oro, dono di nozze di Gea (Terra) ad Era (Giunone).

Cloto, Lachesi e Atropo, i nomi delle tre Dee e quest’ultima, delle tre, era la più implacabile
Vestite di bianco, perché il bianco è il colore del lutto e della morte, reggevano in mano il “filo della vita” di ogni creatura. A filare quel “filo” con il fuso era Cloto, a misurarne la lunghezza, facendolo scorrere tra le dita, era, invecem Lachesi. Atropo, infine, lo recidevs con le sue Forbici Sacre quando ritneva fosse giunto il momento giusto.
In onore di queste implacabili Divinità furono eretti altari esposti ad intemperie e circondati da boschi di querce; durante i riti si offrivano loro acqua, miele e fiori e ci si presentava alle cerimonie con il capo inghirlndato di fiori e foglie

Un mito più recente le vuole, invece, figlie di Giove e della ninfa Temi; sempre secondo questo  mito, era Giove a mettere nelle loro mani il filo della vita di mortali e semidei ed era lo stesso Giove che poteva decidere quando fosse il momento di reciderlo.

Quando non filavano o spezzavano “fili”, le Moire non se ne stavano certamente in ozio.
Essendo le Signore del Fato, erano loro ad assegnare a tutti, mortali ed immortali, destini e compiti.
A Venere, ad esempio, avevano assegnato il solo compito di amoreggiare, a Marte di guerreggiare, ecc…
Un giorno Atena sorprese la Dea dell’Amore davanti ad un telaio e non mancò di rimproverarla aspramente, accusandola di volerle togliere una della sue prerogative.
Venere si scusò immediatamente, lasciò il telaio e da quel giorno non si occupò d’altro che di amori e corteggiamenti, senza mai fare qualcosa che assomigliasse vagamente ad un lavoro.

Alle Graie, secondo i Greci, va anche il merito di aver inventato l’alfabeto: le vocali, in realtà, più le consonanti B e T;  altre undici consonanti furono inventate da un certo Palimede.
Ermete, infine, riprodusse i suoni corrispondenti a quei segni.
Si aiutò, si dice, con due preziosi doni ricevuti dalle Graie: l’Occhio-Magico e il Dente dalle proprietà divinatorie.
Pare, inoltre, che queste eclettiche Divinità possedessero una voce straordinariamente melodiosa e che fossero sempre pronte a rallegrare banchetti e festini divini con la loro presenza e il loro canto.

Troviamo  spesso le Moire all’interno di miti riguardanti altri personaggi. Ne proponiamo un paio: il gigante Tifone e l’argonauta Admeto.


ADMETO

Particolari e per molti aspetti patetiche le vicende che vedono protagonista questo eroe.
Divenuto caro ad Apollo per avergli offerto dieci anni di servizio, il principe Admeto, con l’aiuto del suo divino protettore, si apprestava a convolare a giuste nozze con  Alcesti, la bellissima e generosissima figlia di re Pelia.
Disgrazia volle che Admeto si dimenticasse di offrire, per l’occasione, sacrifici ad Atena.
Si sa quanto gli antichi Dei greci fossero astiosi e vendicativi. La Dea, infatti, offesa da tanto affronto, riempì la camera nuziale di velenosi serpenti che  causarono la morte dello sposo.
Prima che la sua anima si mettesse in viaggio per L’Ade, ancora una volta Apollo intervenne in suo soccorso, convincendo le Moire a prolungargli la vita per qualche tempo ancora.
Queste acconsentirono , ma ad una condizione: che qualcun altro prendesse il suo posto.
Per primi, Admeto scongiurò i propri genitori:
“Mi avete dato la vita. –  implorò, gettandosi ai loro piedi -  Se adesso uno di voi due non scende nell’Ade a prendere il mio posto, è come se questa vita ve la riprenseste indietro.”
Sia pure a malincuore, tanto il padre quanto la madre opposero un netto rifiuto
“Ogni creatura umana – risposero – deve sottostare al proprio Destino. Qualunque esso sia.”
Proprio mentre Admeto, ormai rassegnato, stava per intraprendere il suo ultimo viaggio, ecco presentarsi la bella
Alcesti con in mano una coppa di veleno, pronta a prendere il suo posto e sacrificare la sua vita per amore.
Admeto accettò quel sacrificio ed Alcesti bevve il eleno e rggiunse presto l’Ade.
Chi, invece si rifiutò di accettare quel grande sacrificio d’amor fu Proserpina, Regina degli Inferi che la rimandò subito indietro, retendendo che ’insensibile ed ingeneroso marito scendesse giù ad occupare il proprio posto.

TIFONE

Con il povero Tifone, il più grosso e spaventevole dei Giganti, le Moire si comportarono addirittura in modo ingannevole e subdolo.
Durante la rivolta dei Giganti contro l’Olimpo, le Moire si schierarono dalla parte di Zeus e lo aiutarono scagliando contro i ribelli proiettili di rame infuocati.
Nello scontro Tifone restò seriamente ferito e dolorante.
Fingendo di volerlo soccorrere, le diaboliche, candide  creature gli offrirono dei frutti misteriosi facendogli credere che gli avrebbero ridato forza e vigore.
Come si sa,le cose andarono diversamente.
Tifone affrontò Zeus convinto di una forza che in realtà non possedeva e alla fine si ritrovò piuttosto malconcio.
Zeus, uscito vincitore dal durissimo scontro, lo scaraventò sotto l’Etna che da quel giorno non ha più smesso di sputare fuoco.
 

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LE GRAIE

Sicuramente meno fastidiose ed invadenti delle cugine Arpie,   Divinità investite di funzioni funerarie, ma non molto più gradevoli, erano le Graie.
Capelli grigi (da cui il nome), ma candide come cigni, di cui amavano talvolta  assumere le sembianze, le Graie, figlie della ninfa  Ceto e del Genio marino Forcio, erano anch’esse  Geni dell Morte.
Erano tre e i loro nomi erano Enio o La-Guerresca, Dino o La-Terribile e Pafredo o La-Vespa
Il loro animale sacro era il cigno, che nella mitologia europea, dal Nord al Sud, è sempre stato considerato l’Uccello-della-Morte.
Il colore del piumaggio di questo splendido animale, infatti, è bianco e il bianco, nelle antiche culture, è sempre stato il colore del lutto (anche presso gli Egizi i quali non si trovavano certo in zona nordica)
Lo è anche per la forma a  “V” che lo stormo prende quando si alza in volo per la migrazione della mezza estate, essendo il segno V, considerato simbolo femminile (si tenga presente che siamo in epoca patriarcale, anche se il patriarcato avanza a lunghi passi).
I cigni emigravano a mezza stagione, epoca in cui si compiva il sacrificio del Re-Sacro o Paredro (oggi lo chiameremmo  principe-consorte) e si pensava che portassero via sulle loro ali l’anima del Re defunto.

Il mito secondo il quale le tre Divinità avessero un sol dente ed un sol occhio è nato molto più tardi e cioè in età classica avanzata.
L’unico riferimento a ciò, lo troviamo soltanto riguardo le imprese di Perseo, come racconto di tempi antichi.

Secondo questo mito, Perseo nella sua impresa per uccidere la Medusa, una delle tre Gorgoni, fu aiutato dallr Graie. Le sorprese, si dice,  mentre riposavano sui loro troni sul monte Atlante e portò via il loro unico dente e l’unico occhio, costringendole a rivelargli il luogo dove vivevno le Ninfe Stigie.
All’eroe era vitale avere questa informazione poiché queste ultime lo avrebbero fornito dei tre strumenti necessari a condurre a buon fine la sua impresa e cioè: i sandali per muoversi volando, la sacca in cui riporre la test della Medusa e l’elmo che rendeva invisibili.
Si trattava, in realtà, di un mito partorito successivamente da una fertile mente.
Secondo il mito originale, le tre Graie non si lasciarono affatto portar via il dente da Perseo, ma ne donarono uno ad Ermete per le sue proprietà divinatorie.
Ermete ricevette dalle Graie anche un Occhio Magico e il mito ci dice che questo eclettico Dio ne farà davvero buon uso: se ne servirà per dare un suono ai segni delle vocali ed delle consonanti inventate dalle Moire, cui i Greci attribuivano l’invenzione della Scrittura (come si vedrà)
Le Graie per le loro capacità divinatorie erano dette anche Forcipi o Profetiche: dal padre, Forci,  detto anche Genio-Profetico o Porcaro.
Nessun stupore!  Nei miti d’ epoca più arcaica i Porcari  esercitavano anche la veggenza ed erano conosciuti  anche con il nome Dios , “simile a Dio”.
Fu, infatti, con questo appellativo che Ulise si rivolse ad Eumeo, il porcaro dell’isola di Itaca.
Questo avveniva in età di tardo matriarcato ed inizio patriarcato; in età classica, invece, tale attività profetica era del tutto cessata.

 


 

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LE ARPIE

E’ l’appellativo che diamo ancora oggi ad una donna dal molesto  carattere e dall’atteggiamento sgradevole. Molesto e sgradevole come la Morte.
Sì! Perché le Arpie, queste abominevoli creature, erano proprio la personificazione della  Morte.
Fin dalle origini furono considerate la personificazione di Ecate, la Dea della Morte, la quale viveva nell’isola di Eea, dove lavorava al telaio accompagnandosi con il suo canto lamentoso.

Per un po’ le Arpie risedettero nel Giardino delle Esperidi, in sembianze di nibbi, uccelli sacri, cui veniva offerto del cibo. In seguito furono messe in fuga dagli Argonauti su richiesta di re Fineo (come si vedrà) e relegate sull’isola di Strofadi, dove finì per imbattersi Enea in fuga da Troia (si vedrà).

Figlie di Taumante e della ninfa oceanina Elettra, le Arpie erano mostruose creature alate: testa e busto di donna, corpo di uccelli. Così come le Sirene. E non vivevano in acqua come queste, ma nel sottosuolo: grotte, caverne, anfratti.
Orride a vedersi, erano anche sgradevoli all’olfatto: il loro era l’odore della Morte, di cui, come si è già detto, erano la personificazione.
Personificazione anche dei venti della Tempesta,  funzione che evocavano anche nei nomi: Aello la-Tempestosa, Cileno
La-Oscura, Ocipite la Rapida-in-volo.
A queste prime tre se ne aggiunsero presto delle altre: Ocitoe, Alopo, Tiella…
Tra i compiti loro assegnati c’era quello di trasportare in volo nell’Erebo le anime dei morti di morte violenta e quello di acciuffare i colpevoli e consegnarli alle Erinni.
Tra i loro sollazzi, invece, quello di insozzare  tavole imbandite.
Entravano nelle case svolazzando, rubavano il cibo dalle tavole e insozzavano il resto per renderlo immangiabile.

Lo fecero con Enea, insozzandone più volte la tavola fino a quando l’eroe non perse la pazienza e non le mise in fuga con le armi.
Lo fecero con Fineo, Re-Indovino, accecato dgli Dei per i suoi oracoli troppo precisi e veritieri.
Fineo chiese agli Astronauti, di passaggio attraverso il suo Regno per raggiungere la Colchide e il Vello d’Oro, di liberarlo di quel tormento.
Gli Argonauti, tutti eroi di grande tempra, acconsentirono,   ma con la loro partenza, i guai di Fineo ritornarono.

Quello che gli accadde assomiglia davvero molto alla favola di Biancaneve.
Morta Cleopatra, la prima moglie, Fineo aveva impalmato in seconde nozze la bella ma perfida principessa Idea.
Per liberarsi del marito e dei tre figli che questi aveva avuto dalla prima moglie, questa donna diabolica non si fermò davanti a nulla per mettere in atto i suoi piani.
Per prima cosa accusò i tre giovani dei più gravi delitti riuscendo a farli gettare nelle prigioni di palazzo.
Non paga di ciò, tramò per sbarazzarsi del marito, cieco e vulnerabile,  tentando di farlo morire di fame.
Quasi ci riuscì!
Come?
Insozzando la tavola, ogni volta che Fineo vi si accostava per mangiare e facendogli credere che a farlo fossero state le Arpie, tornate a tormentarlo dopo la partenza degli Argonauti.
Fineo sarebbe sicuramente morto di fame se Zete e Calaide, i fratelli della prima moglie, non si fossero accorti dell’inganno.
I due fecero anche liberare i poveri nipoti dal carcere in cui languivano e la cattiva Regina fu punita come meritava.

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LE ERINNI

Nate dall’unione fra  Aria e Madre Terra, le Erinni erano più antiche di ogni altra Divinità e vivevano nell’Erebo (Inferno),  si accompagnandosi spesso ad Ecate, Dea infera.
Interessante sapere che in quello stesso “evento” nacquero anche:
- Terrore, Collera, Lite, Paura, Vendetta, Battaglia e Oblio, ma anche:
- Destrezza, Valore, Giuramento, Trattato.

Le Erinni erano tre e loro nomi erano: Aloto, Tisifone eMegera. Il loro aspetto era davvero orrendo: vecchie, decrepite e con la pelle nera come il carbone; per capelli esibivano un contorto cespuglio di teste di serpenti e su un corpo umano reggevano teste di cane ed ali di pipistrello; le mani, infine, erano ungulate e provviste di pungoli con punte di bronzo per procurare ai perseguitati i più indicibili tormenti.

Questo, bisogna precisare, era l’aspetto delle Erinni-Infuriate, (le Furie,le chiamavano i romani).
C’erano anche le Erinni-Placate e il loro aspetto era assai più rassicurante, poiché era quello di maestose matrone.
Il loro appellativo era: Eumenidi, ossia “Gentili” oppure “Solenni”, poiché tale era la loro natura quando agivano in quella veste.

I loro compiti erano molteplici: ascoltare le suppliche degli anziani contro le insolenze dei giovani, accogliere le istanze degli ospiti maltrattati nei confronti degli ospitanti, punire lo spergiuro, le colpe e le offese verso padri e fratelli, ma, soprattutto, perseguitare senza tregua coloro che si macchiavano di matricidio. Esse erano la personificazione dei rimorsi che tormentavano le coscienze dei colpevoli e placarle, significava placare la propria coscienza attraverso il perdono e l’oblio.
Al supplice si faceva cingere il capo con ghirlande di narcisi e sempreverdi e stessi  fiori si offrivano alle Erinni: il narciso,
fiore noto per le propiertà narcotiche (da cui il nome), che aiutava a dimenticare.
Purificarsi era essenzial. Non solo per il colpevole, ma anche per  coloro che gli  stavano vicino, poiché correvano il rischio di incorrere nelle stesse persecuzioni. Inoltre, era prudente non fare mai il loro nome durante una conversazione, se non con l’appellativo di Eumenidi.

Riti di purificazione, ghirlande, libagioni e il sacrificio di un ariete o di una pecora nera, bastavano a placare le nere signore dei tormenti, le “Solenni”.
Tutti gli anni, in ricorrenza di feste in loro onore, i sacerdoti, tutti discendenti di re Esichio, officiavano davanti alle grotte in cui vivevano. Sopra altari di terra nera e tra cespugli di sempreverdi, i fedeli, tutti con il capo coperto con ghirlande di sempreverdi e narcisi, offrivano miele, fiori e il sangue di una pecora: davanti a quei doni, le “Auguste Matrone” non sarebbero riuscite a resistere: si sarebbero cibate di quel miele e dissetate di qul sangue ed avrebbero risparmiato l’intero gregge e la comunità tutta.

Furono molti gli Eroi, i Principi  ed i Re inseguiti dalle Erinni per le loro colpe, ma la persona a cui davvero non concedettero tregua fu il principe Oreste, figlio matricida di Clitennesta, moglie di Agamennone. Anche quella, affato innocente: con l’amante,  aveva ucciso il marito Agamennone, di ritorno dalla guerra di Troia.
Le Erinni, però, quasi la ignorarono. Forse perché il matricidio era una colpa assai più grave dell’uxoricidio.
Continuarono a tormentarlo anche dopo il rito di purificazione cui Oreste si era sottoposto: capo rasato, abluzioni in acqua corrente ed esilio di un anno.
Non gli concessero un attimo di tregua; dormivano perfino accanto a lui.
Fu proprio mentre erano immerse nel sonno che Apollo, intervenuto in favore del giovane perseguitato, riuscì a farlofuggire con l’aiuto  di Ermete.
Lo spettro di Clitennestra, però, le svegliò e quelle ripresero l’inseguimento.
Dopo aver vagabondato di città in città, regione in regione, per un anno intero, Oreste raggiunse il Tempio di Atena, sull’Acropoli di Atene: per completare il rito di purificazione, il supplice doveva abbracciare il simulacro della Dea.
Qui lo raggiunsero le Erinni, ansanti per la corsa e veramente infuriate. E ancora di più si infuriarono, quando appresero che il giovane principe era stato sottoposto a giudizio e perdonato della colpa.
Per protesta contro quel verdetto, Tisifone, si dice, si sia impiccata per offrirsi in espiazione dell’orrendo peccato.
 

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CREATURE FANTASTICHE E MITOLOGICHE – MUSE ed ERINNI

 

INTRODUZIONE

Muse ed Erinni! Creature assai contrastanti e nel carattere e nell’aspetto: bellissime le prime ed orrende le seconde; le Muse apparentemente generose (sottolineo apparentemente) e le Erinni implacabili.
Eppure, hanno qualcosa in comune… o, forse, più di qualcosa, come si vedrà di seguito.

LE MUSE

 

“Dalle Muse e da Apollo Lungi-Saettante, - recita Esiodo – gli uomini sono sulla Terra cantori e citaristi, re da Dia. Felice colui che le Muse hanno caro: dolce a lui dalla bocca scorre la parola…”
Non meno enfatico si mostra Platone:
“… chi senza follia di Musa, al Palagio regale di Poesia s’avvicina, convinto di diventar poeta per forza d’arte, inutile, lui e la sua poesia: di fronte alla poesia dei folli, la poesia del savio, ottenebrata, scompare.”

Le Muse o Mneiadi (dalla madre Mnemosine), erano le Dee del Canto e della Poesia. Tre, secondo alcune fonti; nove, secondo altre.
Figlie di Giove e di Mnemosine, la Memoria, i loro nomi ed epiteti erano:
- Melete o l’Esercizio
- Mneme o la Memoria
- Aoide o il Canto
riguardo il numero di tre; in numero di nove, invece, erano:
     -     Clio, la Glorificata
- Enterpe, la Rallegrante
- Talia, la Festosa
- Melpomene, la Cantante
- Tersicore, la Danzatrice
- Erato, la Nostalgica
- Urania, la Celeste
- Polimnia, la Ricca di Inni
- Calliope, il Bel Canto

Nessuna di loro,però, aveva una sola prerogativa: Clio, ad esempio, era anche la Musa della Storiografia, mentre Erato era anche la Musa della Poesia Amorosa e Calliope lo era del Canto Epico.
La più nota e anche la più celebrata è, senza dubbio, quest’ultima, ma tutte con il loro canto e la loro musica incantavano Natura, uomini ed animali e gli stessi Dei. Perfino il
monte Elicone, su cui le bellissime Dee avevano fissato la loro dimora, si lasciava incantare e rapire dal loro canto e dal suono delle loro lire al punto da continuare a svettare verso il cielo.
Fu l’alato Pegaso che fermò quella crescita con un bel colpo di zoccolo alla cima più alta.
Pegaso, il cavallo alato, frequentava assiduamente il monte Elicone perché le Muse gradivano molto la sua compagnia e si dice che l’alato figlio della Medusa abbia fatto scaturire la sorgente Ippocrene proprio per dissetare le bellissime, divine amiche.
Allegre e spensierate, esclusivamente dedite al canto e alla poesia, le Muse rallegravano i banchetti divini; soprattutto quelli nuziali.
Famoso quello delle nozze di Teti con Peleo.
In quell’occasione  furono invitati tutti gli Dei, tranne  Eris, la Dea della Discordia. Quella, però, si presentò con una  splendida mela rossa che gettò sul tavolo prima di allontanarsi con la ormai a tutti nota frase:
“Alla più bella!”
L’episodio passò alla mitologia come il pomo della discordia e come tutti sanno, fu all’origine della disastrosa guerra di Troia… ma quella è un’altra storia.

 

 

Belle, gioviali e anche generose: le Muse insegnarono l’arte della guarigione e della profezia.
Belle e generose! Certo! Ma anche gelose e vendicative. Gelose della propria arte e vendicative con chi provasse ad eguagliarla.
Come dimostrano episodi come quelli con le Sirene o con Tamiri.
Tamiri era un giovane bellissimo, ma era anche il primo uomo ad innamorarsi di qualcuno appartenente al suo stesso sesso.
Non che la cosa scandalizzasse qualcuno!
Uomini e donne erano invaghiti di lui, mentre egli era perdutamente innamorato di Giacinto, il mortale più avvenente della terra.
Per sua disgrazia, però, Tamiri aveva come rivale nientemeno che Apollo il quale si liberò di lui nel modo più infido e crudele: disse alle Muse che quegli si era vantato di essere più bravo di loro nell’arte del canto.
La reazione delle bellissime, vendicative, divine fanciulle, fu immediata   e spietata: lo accecarono, lo resero sordo e lo privarono della memoria.

Più spietate ancora, quelle gioiose, divine fanciulle si mostrarono con le Sirene in una sfida di canto.
Benché il canto delle Sirene fosse meraviglioso e perfino più ammaliante di quello delle Muse,  la dea Era, che doveva fare da Giudice,  per compiacere il capriccioso consorte assegnò alle Muse la palma della vittoria.
Fu così che le Sirene persero le ali e le Muse acquistarono l’aureola: con le piume delle ali strappate alle Sirene, le Muse intrecciarono corone con cui si cinsero il capo.


 

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LE ANGUANE

 

 


Dal latino anguis, cioè serpente.
Sono geni malefici, creature favolose tipiche della mitologia alpina; creature con la capacità di trasformazione e metamorfosi.
Vivono nelle acque, (di fiume, di fontana, di sorgente) ma di notte amano assumere sembianze di donne bellissime e vagano per boschi, foreste e luoghi isolati alla ricerca di vittime.

A volte si mettono sul ciglio della strada con uno strumento in mano e cantano, con voce melodiosa ed invitante.

Disturbano chiunque attraversi il loro cammino, soprattutto se si imbattono in Fate e perfino Streghe e da quegli scontri non sono mai le Anguane ad avere la peggio.
Le vittime preferenziali, però, sono viaggiatori, vagabondi e viandanti,
Le Anguane attirano la loro attenzione con modi cortesi ed affabili; la loro voce è dolce, carezzevole e rassicurante.  Chiedono loro se hanno perso la strada o se hanno bisogno d’aiuto.
I modi sono affabili e cortesi e non inducono certo al dubbio o al sospetto. Ma è soprattutto il loro aspetto a rassicurare il viandante. La loro bellezza è straordinaria, il fascino irresistibile ed è facile per il povero disgraziato precipitare nella trappola.
Sono alte, statuarie; le linee dei corpi sono morbide e sinuose; la pelle, al chiaro di luna, è di seta rosata e i capelli sono una cascata morbidamente arruffata e dagli argentei riflessi.
Il disgraziato cede alle loro lusinghe e si lascia trascinare, felice e ignaro. Appena, però, la favolosa creatura interrompe il suo gioco perverso e riprende l’orrido aspetto di donna-serpente, quel che accade, non è dato sapere. Nessuno di quegli sventurati, si dice, è mai stato in grado di raccontare quanto gli è capitato.
Di una cosa, però, sono tutti sicuri: le Anguane non uccidono, come fanno altri geni malefici: il loro scopo è solamente incutere terrore.
E ci riescono.
Sono molti, infatti, a credere nella loro esistenza.

 


 

 

Di natura tutt’altro che benevoli, Sirene ed Ondine, appartenenti a culture diverse, sono entrambe  GENI della MORTE: le prime appartengono alla mitologia greco-romana e le seconde alla mitologia germanica.

 

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LE  ONDINE

Favolose creature della letteratura nordica, le Ondine erano Geni femminili dalla natura benevola, fatta qualche eccezione.
Il loro elemento era l’acqua, per cui abitavano mari e fiumi.

Le Ondine marine, figlie di Ager, Re del Mare e di Ran, la bellissima sposa, avevano come compito guidare i naviganti, soccorrere i naufraghi e, se possibile, riportare alle madri i marinai annegati.
Erano nove e i loro nomi ricordano le saghe vichinghe e nibelunghe:
Himinglifa – Dufa – Hadoha –Hedring –Udir – Hronn –Bylzia – Bora – Kolga.
Quando non erano impegnate a proteggere o soccorrere naviganti, passavano il tempo giocando e nuotando con tritoni, delfini, cavallucci marini ed altre creature del mare. Oppure se ne stavano sugli scogli e promontori a suonare, danzare e cantare, poiché una delle loro qualità era il suono struggente della voce, capace di incantare ogni creatura.
Erano creature bellissime, ma dalla vita in su, poiché erano creature ibridi: metà donna e metà pesce.
 


Anche le Ondine di fiume lo erano.
Queste abitavano le insenature di fiume, scogli, grotte, argini informi e, come le compagne marine, accompagnavano i naviganti fluviali con i loro meravigliosi canti e come quelle, erano bellissime e piene di fascino.
Avevano lunghissimi capelli che coprivano spalle e seni, fluttuanti al vento e dai riflessi blu, che ornavano con fiori e minuscole conchiglie.
Erano immortali, ma non possedevano un’anima, per cui, in caso di mortalità, sarebbe stato loro precluso andare in Paradiso.
Però, avevano una possibilità per guadagnarsi l’Anima: far innamorare di sé un mortale e dargli un figlio.

Struggenti leggende sono nate intorno agli amori, spesso infelici e tragici, nati tra un’Ondina ed un mortale, nonostante che l’Ondina ne conoscesse l’epilogo in anticipo. Sì! Poiché queste mitiche creature possedevano anche il dono della preveggenza e potevano leggere il proprio futuro attraverso quello di chi stava loro accanto.
Di indole benevole e pacifica, erano, però, implacabili se ingannate o umiliate, come si leggerà nelle leggende che seguono.

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KOLGA  E  SIR LAWRENCE

Sir Lawrence era un nobile cavaliere che amava andarsene per boschi e campagne. Un giorno si avvicinò
all’argine di un fiume per abbeverare il suo cavallo.
Si chinò sull’argine, quando ecco emergere dalle acque una fanciulla di una bellezza ineguagliabile.
La mitica creatura levò verso di lui le mani raccolte a conchiglia e gli offrì dell’acqua da bere.
Sir Lawrence si dissetò con quell’acqua e da quel si innamorò profondamente della bellissima Kolga che, immersa nell’acqua era una sirena, ma fuori, si trasformava nella fanciulla più bella che egli avesse mai visto.

I due si giurarono eterno amore e fedeltà e si sposarono; per amore, La bellissima Kolga rinunciò all’immortalità.
“Finché avrò respiro.” giurò sir Lawrence il giorno in cui la sposò e condusse con sé al suo palazzo.
La loro vita scorreva felice, appagata e serena, allietata dalla nascita di un bimbo.

Ma fu proprio quel lieto evento all’origine della loro rottura. Kolga aveva acquistato un’anima, ma, perdendo l’immortalità, era diventata umana a tutti gli effetti.
Cominciò a invecchiare e la sua mitica bellezza, inevitabilmente, sfiorire.
Sir Lawrence pian piano perse interesse per lei, fino a  giungere al tradimento.
Kolga non perdonò l’offesa e né l’umiliazione: aveva rinunciato all’immortalità, ma non ai suoi poteri.
“Ti amerò fino a che avrò respiro, mi hai detto. – gli gridò in faccia – Ebbene, vivrai fino a che avrai respiro!”
Sir Lawrence morì quella notte stessa, caduto in apnea nel sonno.


LORELAI

Lorelai era una Ondina di fiume ma era un Genio tutt’altro che benevolo e gentile.
Viveva lungo gli argini del fiume Reno e il suo passatempo preferito era nuocere ai naviganti.
Con la sua voce incantevole  li attirava verso uno scoglio su cui stava  seduta con la sua cetra e li attirava  verso il naufragio e la morte.
La sua bellezz era talmente sfolgorante ed ammaliante e la ua voce così suadente che erano in molti a cadere vittima del suo mortale incanto.
Accadde anche al giovane, sprovveduto figlio di un potente signore. Il ragazzo annegò e il padre, disperato e furioso, organizzò una spedizione punitiva  con l’intenzione di mettere fine alla vita di quella creatura malefica.
Proprio quando l’Ondina stava per soccombere, ecco che, inviato dal Dio del  Reno, un irruente cavallo di schiuma emerse dalle acque portandola in salvo.
Da quel giorno, però, la terribile Ondina non si fece più vedere.

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LE  SIRENE

 

 

 

Affatto benevoli e gentili erano queste favolose creature marine: infide ed adescatrici. La loro voce incantata stregava il povero navigante e lo conduceva a morte certa.
Proprio in quell’ora che, come disse il Sommo Poeta, al navigante “intenerisce il cor”, nel silenzio infinito di un mare sterminato si levava una voce. Era un canto dolce e malinconico, che attirava i marinai stanchi e con il cuore  gonfio di nostalgia.
Era un canto dalla bellezza struggente. Un canto divino.
I marinai non riuscivano a resistere a tale  irresistibile richiamo e puntavano la prua della nave nella direzione da cui proveniva tanto incanto e tale soave delizia per le orecchie e il cuore: quel canto aveva la voce della sposa lontana, del figlio e della madre lasciati nella patria terra. 
Era un canto che inebriava e stordiva e conduceva dritto verso la morte, nelle braccia di splendide fanciulle la cui bellezza era quasi pari all’ingannevole splendore della loro voce.
Ma non erano fanciulle normali. Erano creature dalla forma bizzarra: metà uccello e metà bellissime fanciulle.

Stanno sedute sopra scogliere infiorate dai lussureggianti colori e i marinai, lasciati remi e timoni, stavano ad ascoltare quel canto.
Troppo storditi per accorgersi che quella scogliera fiorita non era di roccia, ma di ossa umane ed era troppo tardi per fuggire.
Erano le “Rocce dei Naufraghi”, che ogni navigante conosceva attraverso i racconti di altri naviganti ed in cui sperava di naufragare mai.
E quelle donne adescatrici, splendide ed orribili insieme, erano le Sirene e erano belle quanto crudeli.
Quale bizzarro scherzo della Natura le aveva rese così mostruosamente belle? Metà donne e metà uccello.
Erano le figlie del dio del fiume  Achelao e della Musa Sterpe, abilissime nel suono e dalla voce dolce e struggente.
I loro nomi erano: Leucasia, Molpe, Imerope, Teles… Erano dodici. Dodici fanciulle piene di grazia e dolcezza, tanto che Demetra, la Dea della Terra, le volle come compagne di sua figlia Persefone.
Fu proprio questa la loro disgrazia.
Erano in compagnia di Persefone (Proserpina) quando Ade (Plutone) la rapì per condurla con sé negli Inferi.
Demetra si infuriò così tanto con loro per non aver impedito il rapimento, che le trasformò nei mostri in cui i naviganti ebbero, da allora, la disgrazia di imbattersi lungo le loro rotte.

Le più conosciute tra loro: Telsiope l’Incantatrice, Aglaope la Meravigliosa Voce, Pasinoe la Maliarda, Partenope la Vergine… (da cui prese il nome Napoli, la Citta Partenopea).

 Umiliate e vergognose del proprio mostruoso aspetto, le Sirene si ritirarono su un’isola del Tirreno dove cominciarono ad attirare al naufragio i naviganti che avevano la sfortuna di passare da quelle parti.

L’episodio più famoso legato alle Sirene è senza dubbio quello con Ulisse che vuole ascoltare il loro canto ma non vuole farsi catturare.

Sappiamo tutti com’è andata.

E le Sirene? Che fine hanno fatto?

Sono immortali, ma di loro non si è più saputo nulla perché, vinte ed umiliate da Ulisse, sopravvissuto al loro canto, si sono buttate in mare scomparendo per sempre sotto la sua superficie.

Successivamente ebbero una parziale riabilitazione: assursero a simbolo della qualità ammaliatrice delle donne, ma senza più quell’alone di morte e crudeltà.

Localizzate nel Tirreno meridionale, ebbero un centro di culto piuttosto importante in uno splendido Tempio nella penisola di Sorrento.

Oggi, con la completa riabilitazione, Sirena è davvero sinonimo di bellezza e grazia femminile.

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LE NINFE

 

 

 


Nei tempi in cui si adoravano gli Spiriti, di cui  si credeva fossero animati gli elementi della Natura, si divinizzò il fulmine che atterra, la fiamma che incenerisce, la nuvola che si scioglie in pioggia o grandine, il vento che scuote, la fiera che dilania.
Tutti terrificanti fenomeni che contribuirono alla costruzione delle fondamenta arcaiche della mitologia.

Più tardi l’uomo riuscì a non farsi più solamente atterrire dalla pericolosa potenza della Natura, ma si lasciò anche affascinare dalla bellezza del Creato, sempre pericolosa, ma anche grandiosa e ispiratrice.
La guardò con animo diverso: commozione, stupore, poesia… soprattutto poesia.
Furono i poeti a creare i Miti: quelle favole che cantavano la Natura, la sua bellezza, la sua pericolosità, la sua generosità, la sua violenza.
Lo fecero attraverso l’allegoria, l’enigma, la fantasia l’immaginazione.

Era nato il MITO, magica tela su cui scorrevano i ritmi della Vita: l’ineluttabilità del Fato, i paurosi Misteri della Natura,  le inquietanti divinazioni delle Profetesse, i chiassosi riti delle Baccanti, le risate argentine delle Ninfe…

 

 

Dal greco nimpha, il termine letteralmente significa “fanciulla in età da marito”.
Personificazione delle forze della Natura, le Ninfe erano parte integrante di essa e, di conseguenza, avevano con la Natura un rapporto particolare: fiumi e laghi, mari e monti, prati e sorgenti, boschi e alberi… tutti avevano la propria Ninfa protettrice.

Erano fanciulle bellissime e dotate di straordinari poteri. Di animo gentile, erano sempre pronte a rendersi utili a Divinità e uomini.
Diana, Apollo, Dioniso e Soprattutto i Satiri, Geni della Natura, ricercavano continuamente la loro compagnia e i loro favori.
Talvolta le Ninfe si concedevano anche agli uomini, ma quei contatti finivano quasi sempre in drammi e tragedie, soprattutto se la Ninfa in questione era immortale.
Non tutte le Ninfe, infatti, al contrario degli Dei, erano immortali: le Ninfe dei Monti, quelle dei Boschi, ma soprattutto le Ninfe degli Alberi, erano mortali proprio come gli uomini, benché la loro vita fosse assai più lunga.
In onore di queste splendide creature gli Antichi praticarono culti risalenti addirittura in età arcaica; per propiziarsene i favori, innalzarono in loro onore Templi che chiamarono Ninfei, dove praticavano riti ed offrivano doni: latte, miele, frutta, vino e fiori.

Le Ninfe erano assai numerose, perché numerosi e sfaccettati erano gli elementi della Natura.
Le più conosciute di loro erano, forse, le Ninfe dell’Acqua: di Mare, di Fiume, di Lago, di Sorgente e perfino di Stagno.
Cantori e Poeti da sempre ci hanno fatto conoscere le mitiche Nereidi, le favolose Sirene, le splendide Oceanine e altre ancora.


Una prima classificazione la possiamo fare tra le Ninfe di Acqua e Ninfe di Terra


NINFE di Acqua salata (mari ed oceani)

- Oceanine
- Nereidi


NINFE di Acqua dolce
- Naiadi: ninfe di sorgenti
- Potameidi: ninfe di fiume
- Limniadi: ninfe di laghi
- Eleadi: ninfe di paludi


NINFE di Terra:

- Driade: ninfe dei boschi
- Amadriade: ninfe degli alberi
- Oreadi: ninfe dei monti
- Napee: ninfe delle valli

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Schiamazzi e grida echeggiavano lungo ampie vallate e boschi ombrosi: erano i cortei di Baccanti e Satiri che facevano da corte a Bacco.
Lungo quegli stessi sentieri, però, a quelle grida si mischiavano allegri gridolini e risate squillanti:erano le Ninfe dei Boschi, delle Valli e dei Monti.
Erano giovani, belle e allegre e la loro fresca bellezza era l’immagine più dolce, serena e gentile della Natura.
Erano le Driadi, le Oreadi e le Napee…
 

LE  DRIADI

 

 

Erano le Ninfe dei Boschi, figlie di Nereo e Dori e compagne di Euridice.
Ogni bosco aveva le sue Ninfe:
- Driade, si chiamavano quelle delle querce
- Meli’e era il nome delle ninfe del melo
- Melie erano le ninfe del frassino, figlio di Ermete.

Il frassino, chiamato anche “amico della folgore” era considerato un albero sacro. Era, infatti, tra le specie d’albero quello colpito più frequentemente dal fulmine e poiché gli alberi incendiati erano fonte di fuoco, era considerato il più sacro fra gli altri. La Ninfa che l’abitava, era tra le più rispettate e venerate e si fregiava anche del titolo di “Dama delFuoco”

 

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AMADRIADE

 


Le Driadi erano mortali, al contrario delle Ninfe del Mare e degli Oceani. La loro vita, però, era assai lunga e scorreva in grande serenità ed allegria e soprattutto, conservando un’eterna giovinezza.
Le Driadi nascevano, crescevano  e morivano con l’albero.
Ogni pianta che moriva, infatti, causava la morte della favolosa creatura che viveva nella corteccia che ne  rivestiva l’albero. Il nome era AMADRIADE.
 

Molti i racconti sorti intorno alla vita ed agli  idilli innocenti delle  Driadi e delle Amadriadi, intrecciati con Divinità e mortali.
Ne riportiamo alcuni.

 


DRIOPE

 

Era una Driade assai carina e gioiosa e passava le sue giornate in compagnia delle amiche Driadi ed Amadriadi occupandosi del gregge del padre.
La sua grazia e bellezza attrassero l’attenzione di Apollo, soprattutto dopo che l’ebbe vista fare il bagno nel fiume.
In principio Driope respinse le profferte amorose del bel Dio del Canto, ma questi non si arrese. Si tramutò in una graziosa tartarughina e si lasciò accarezzare dalle ragazze.
Appena, però, Driope si attirò in grembo l’animaletto, Apollo si trasformò in serpente mettendo in fuga tutte le ninfe.
Tutte eccetto Driope, la quale, appena il Dio ebbe ripreso le bellissime, abituali sembianze, si lasciò sedurre, rispondendo con slancio amoroso alle focose attenzioni di Apollo.
Il frutto di tanta passione fu chiamato Anfisso il quale, diventato adulto, innalzò al divino padre un grandioso Tempio in cui Driope svolgeva funzioni di sacerdotessa.
Il richiamo della vita dei boschi, libera e spensierata, però, era assai forte e così, un giorno, Driope lasciò il Tempio per raggiungere le compagne.
Prima di partire, la ninfa piantò un albero di pioppo, che divenne la pianta sacra del  dio Apollo.
 

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LE OREADI

 

Erano le bellissime, giovanissime vergini Ninfe dei Monti, amanti della caccia, della natura e soprattutto della solitudine.
Figlie di Giove, trascorrevano le giornate tra vallete ombrose e boschi annosi e qualche volta seguivano in corteo le scorribande di Diana, la Dea della Caccia.
La più importante tra loro era certamente Eco, la cui triste storia d’amore la portò quasi alla morte.

 

ECO  e  NARCISO

 

Eco era una graziosissima Ninfa dei Monti con la tendenza ad impicciarsi sempre dei fatti degli altri.
Ad esempio, distraeva Giunone con bellissime favole, (alla piccola Ninfa piaceva molto parlare…) per permettere a Giove di intrattenersi con altre donne.
Quando Giunone scoprì il giochetto, la punì in modo davvero insolito e particolare: non avrebbe mai più parlato per prima, ma solo ripetuto scioccamente quello che dicevano gli altri… e solo le ultime parole.
Un giorno mentre se ne andava vagabondando per i boschi
Eco si imbatté in un giovane di straordinaria bellezza e fu subito un colpo di fulmine.
Ignorando che quel bellissimo giovane era addirittura Narciso, figlio del fiume Cefiso, innamorato di nessun’altra creatura che di se stesso, la bella Ninfa cominciò a seguirlo, guardandolo di nascosto estasiata e scivolando leggera tra siepi ed arbusti.
Sempre di nascosto, la piccola Ninfa si lasciò condurre fino ad una sorgente dove Narciso si fermò per dissetarsi.
Prima ancora che potesse chinarsi sulle acque della fonte, il bellissimo giovane sentì un fruscio alle spalle.
“Chi è là!” chiese.
“…là!” rispose Eco
“Esci fuori e fatti vedere, chiunque tu sia!”
“… tu sia!” fece ancora la voce della piccola ninfa.
“Chi sei? Dico a Te!”
“… a te!” ancora Eco.
Non vedendo nessuno, il ragazzo si chinò sulla fonte e tese le mani per prendere acqua e quale non fu la sua sorpresa: riflesso sulla superficie dell’acqua c’era un volto dalla bellezza così unica e rara che egli si sentì stringere il cuore dall’emozione.
“Chi sei? – domandò e non ricevendo risposta, continuò – La creatura degna dell’amore di Narciso… ecco, chi sei tu.”
Fino a quel momento, infatti, Narciso aveva rifiutato ogni offerta d’amore, reputandole indegne di lui.
“… sei tu!” lo raggiunse alle spalle la voce della piccola Ninfa che aveva trovato il coraggio di lasciare il  nascondiglio, avvicinarsi e tendergli le braccia.
“Vai via da me, piccola, sciocca Ninfa. – la respinse il bel Narciso, infiammato d’amore per quel volto riflesso nell’acqua – Nessuno, all’infuori di lui è degno dell’amore del bel Narciso.”
“… bel Narciso.” sussurrò la povera ninfa allontanandosi tra la vegetazione, mentre Narciso tornava alla fonte ed al volto riflesso nella superficie dell’acqua.
“Chi sei?” chiamò ancora, ignorando di parlare all’immagine di se stesso.
“Ahimè!… Ahimè!” cominciò a genere, poiché quello non rispondeva e restava immobile se non per ripetere i suoi gesti.
“…Ahimè!” rispondeva l’eco sempre più lontana.
Continuò così, fino a quando il bellissimo giovane non cadde riverso tra fiori di lillà.
Gli Dei, impietositi, lo trasformarono nel fiore che porta il suo nome.
 


CIRENE

 

Cirene era una fanciulla attratta più dai passatempi maschili che da quelli femminili; amava più andarsene in giro fra i monti ed a caccia nei boschi, con la scusa di proteggere le greggi del padre, piuttosto che filare, tessere ed occuparsi di faccende domestiche.
Apollo la vide un giorno che aveva appena cacciato pericolose belve e subito pensò che quella coraggiosa fanciulla fosse davvero degna di lui. Oltretutto, Cirene non era soltanto una coraggiosa fanciulla, ma anche una bellissima fanciulla.
Non faticò a convincerla e la fece salire sul suo cocchio d’oro per condurla in una città che battezzò con il nome di lei.
Anche Venere fu felice di quella scelta e accolse i due innamorati in una stanza tutta d’oro.
Apollo fu così soddisfatto e contento di quell’incontro, che concesse di esudire il suo più grande desiderio.
Cirene, eccellente cacciatrice, non aveva, in verità, un grande istinto materno, per cui chiese di poter vivere la sua vita a caccia tra i monti,
Apollo, lieto di quella richiesta che gli permetteva di dedicarsi ad altre avventure, le concesse una lunghissima vita dedicata alla caccia.
Il figlio nato da quell’amore, cui fu dato il nome di Aresto, fu affidato alle Ninfe del Mirto, figlie di Ermete-Mercurio, che fecero di lui un grande indovino,
 

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LE  NAPEE

 

Giovanissime, minute ed alate, erano le Ninfe dei Prati. Si esibivano in aeree danze sull’erba e sui prati con tanta grazia e leggerezza da sfiorare steli, foglie e corolle, senza piegarli.
Lucciole e farfalle erano le loro amiche, ma essendo dotate del potere della trasformazione, potevano mutarsi in leggiadre fanciulle e girovagare per monti, valli e foreste,in perfetta solitudine.
 

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LE OCEANIDI

 

Erano figlie di Oceano ed erano in numero di cinquanta.
Dotate di grande bellezza e fascino particolare,  simboleggiavano le Acque-della-Vita e per questa loro natura erano estremamente generose ed altruiste. Tra i loro compiti c’era quello di  soccorrere i naviganti, per cui non era raro vederle comparire, come meravigliosi miraggi, fra le onde che sciabordavano contro le fiancate delle navi.
Le loro storie erano sempre un intreccio con altre storie e noi accenneremo ad alcune di loro: Anfitrite, Eurinone, Tetide, Elettra…
 

ANFITRITE

 


La ninfa più bella che si fosse mai vista tra i flutti del mare, Anfitrite era corteggiata da tutti, Divinità e mortali. Su di lei pose gli occhi lo stesso Poseidone, il Dio del Mare.
Come con gli altri spasimanti, anche al Signore dei Mari e degli Oceani, la bella ninfa, il cui nome letteralmente significa “terzo elemento” (il Mare; gli altri due elementi sono la Terra e il Cielo), graziosamente, ma fermamente, rifiutò sempre le profferte amorose.
Poseidone, però, non era abituato ai rifiuti e non si dava per vinto e Anfitrite per sfuggire ai suoi continui assalti, decise di lasciare la sua residenza marina e di rifugiarsi sul Monte Atlante.
Qui, però, continuavano incessantemente a giungere messaggeri inviati da Poseidone per cercare di convincerla a tornare in mare.
A convincerla, dopo numerosi tentativi falliti, ci riuscì Delfino, il quale con un’eloquenza pari solo alla perseveranza dello stesso Poseidone, vinse ogni resistenza della bellissima ninfa.
Anfitrite tornò da Poseidone.
I due convolarono a nozze e la bella ninfa andò a vivere in un Palazzo d’Oro  nelle profondità delle acque come Regina degli Abissi.
Poseidone, però, benché molto innamorato della bella sposina, era un marito del tutto infedele: Dee, Ninfe, donne mortali… non se ne faceva scappare una.
Anfitrite alla fine perse la pazienza. Soprattutto con la bella Scilla, a cui il fedifrago marito riservava molte più attenzioni che alle altre donne.
Decise di vendicarsi e lo fece con una certa, pur comprensibile perfidia: versò delle erbe sconosciute nell’acqua dove la ninfa Scilla andava a bagnarsi e la trasformò in un mostro… quello che prese a tormentare i naviganti che passavano da quelle parti.

 


EURINONE

 


Generosa con tutte le creature, Eurinone lo fu in modo particolare con il povero Efesto quando il piccolo Dio fu scaraventato giù dall’Olimpo.
Figlio di Era (Giunone) e di padre quasi ignoto
(neppure Giove voleva riconoscerne la paternità), Efesto (o Vulcano), che sarebbe diventato un giorno il Dio più forte, violento ed irascibile dell’Olimpo, alla nascita era un tesserino debole e deforme.
E soprattutto brutto.
Tanto brutto che perfino sua madre lo rifiutò e pensò subito di disfarsene scaraventandolo giù in mare: un atto che, diventato adulto, il Signore del Fuoco non dimenticò e ricambiò… ma questa è un’altra storia.
Eurinone si prese cura del piccolo derelitto: lo allevò, lo curò e lo educò come una vera madre ed Efesto fu a lei eternamente grato.

Bellissima, il volto candido come la perla, i capelli lunghissimi e dagli argentei riflessi blu, le braccia sode e il seno florido, Eurinone, però, non era come le sorelle: lei era metà donna e metà pesce, ma non era una Sirena,  creatura metà donna e metà uccello.

 

TETIDE ED  ELETTRA

 

TETIDE

Sicuramente la più conosciuta fra tutte le ninfe: Tetide, infatti, era la madre dell’eroe Achille…una storia di cui ci oppure meno in altra sede.
Di lei si invaghì il dio del Mare, Poseidone e la chiese in sposa.
L’Oracolo, però predisse che il figlio di Tetide da adulto sarebbe stato più famoso del padre ed a Poseidone la cosa non sarebbe garbata per niente.
Nonostante l’amore sincero che nutriva per la bella Tetide, rinunciò al matrimonio, scegliendo la sorella Anfitrite.

ELETTRA

Signora dell’Ambra.
Letteralmente la parola elettra vuol dire proprio ambra.
La ninfa soleva raccogliere le lacrime che scorrevano dagli occhi delle figlie di Elio e l’ambra era sacra al Sole. La via dell’Ambra, che correva nel Mediterraneo era continuamente percorsa da marinai per l’importanza che questa rara sostanza marina aveva nei commerci.
L’Argo, infine, la nave degli Argonauti, che ne seguì la rotta durante il viaggio per la Colchide alla conquista del Vello d’Oro, fu proprio nell’isola di Elettra che approdò e non a Samotracia, come sostenuto da alcuni storici antichi.

 

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ARETUSA


Una delle più belle Nereidi, ma assolutamente refrattaria al matrimonio. Per questa ragione, forse, era diventata inseparabile compagna di un’altra Dea, Diana, contraria come lei ad ogni approccio amoroso.
Un giorno la ninfa si bagnò nel fiume Alfeo il quale alla vista delle sue beltà, si infiammò d’amore. Assunte sembianze umane, Alfeo tentò di usarle violenza. Aretusa per sfuggirgli invocò l’aiuto di Diana che la trasformò in una sorgente, ma Alfeo tornato fiume, unì le sue acque a quelle della sorgente.


ANDROMEDA

 


Figlia di re Cefeo, la principessa Andromeda era talmente bella che sua madre, la regina Cassiopea, accecata da materno orgoglio osò paragonare la sua bellezza a quella delle ninfe Nereidi.
“Al confronto della bellezza della mia Andromeda – si lasciò sfuggire un giorno – le avvenenti figlie della divina Doride apparirebbero come una bella giornata durante l’eclissi.”
Non l’avesse mai detto!
La divina Doride, ma soprattutto le sue cinquanta figlie, si sentirono così offese da tanto ardire che escogitarono un tiro davvero briccone per mettere fuori gioco la bellissima Andromeda.
Pregarono e convinsero Poseidone,Re delMare, ad inviare fuori delle acque del mare un mostro che terrorizzasse il regno di Cefeo.
Il mostro arrivò, puntuale e terrificante, a devastare isole e litorali. Per far cessare tanto flagello, l’Oracolo, interpellato, rispose che solo il sacrificio della bella Andromeda avrebbe placato la collera delle Nereidi.
Sia pur cpn gran dolore , la povera Andromeda  non si sottrasse al suo destino. Incatenata ad uno scoglio, aspettava che il mostro uscisse fuori delle acque del mare e facesse di lei un gustoso spuntino.
Il mostro arrivò, ma, immancabile, arrivò anche l’eroe di turno che salvò dalle sue fauci la bella fanciulla… quell’eroe si chiamava Perseo. Era un giovane forte e coraggioso che già aveva sistemato per benino quell’altro mostro che era la Medusa, una delle tre Gorgoni, ma… ma questa è un’altra storia.

 


 

LE NAIADI: ninfe di sorgenti

Allegre, gioiose, festevoli e chiacchierine come le acque in cui vivevano; la loro casa era un Palazzo Incantato che, sorgeva nei pressi di torrenti, fiumi, laghi, fonti e sorgenti. Avevano il compito di rendere le acque limpide e scorrevoli e di nutrire la vegetazione e renderla verde e lussureggiante.
Erano fanciulle di fresca bellezza e dall’allegro sorriso; erano mortali, ma dall’eterna giovinezza. 

Possedevano molte altre virtù, come quella di assumere qualunque forma volessero.
La loro esistenza era un continuo intreccio di giochi, danze e canti. Comparivano e scomparivano con la rapidità di una lucciola, tra ciottolame, rivoletti, cascate e corsi d’acqua, in un susseguirsi di giochi di metamorfosi e trasformazioni.
Dei, Satiri e cacciatori eraono irresistibilmente attratti dai loro canti e dalla loro fresca bellezza e il gioco della trasformazione diventava spesso un mezzo per sfuggire loro: basta l’esempio  di Apollo e Dafne.

ILA

 


Non sempre, però, erano le Ninfe a subire assalti amorosi, qualche volta erano proprio loro metterli in atto.
Ne fece le spese Ila, compagno di Ercole durante il viaggio degli Argonauti verso la Colchide.
Ila, uno dei rematori, era un ragazzo bellissimo e di grande fascino ed Ercole lo amava come un figlio. Mentre era intento alla voga, il ragazzo perse il suo remo per cui si dovette scendere a terra per cercare un albero adatto per fabbricaerne un altro.
Così fecero. Sbarcarono Ila, Ercole e un certo Poliremo (non quello dell’unico occhio).
Cercato e trovato l’albero e il ramo adatto, Ercole si pose subito al lavoro per abbatterlo, mentre  Ila si allontanava verso una sorgente lì vicino, per attingere acqua per sé e compagni.
Nell’acqua c’era uno stuolo di Naiadi che stavano allegramente trascorrendo qualche ora di ozio.
Alla vista del bellissimo  giovane, smisero di giocare.
Appena, però, il ragazzo sporse il braccio verso il ciglio per raccogliere acqua con la brocca d’argento, le ninfe sollevarono le loro braccia e lo attirarono con loro sul fondo.
Polifemo, che a qualche metro di distanza aveva assistito alla scena, comimciò ad urlare e le sue urla attirarono l’attenzione di Ercole che accorse immediatamente.
Quando, però, l’eroe raggiunse la sorgente l’acqua era cheta e tranquilla e di Ila non c’era alcuna traccia, come non ve n’era delle ninfe.
 


GIUTURNA

 

La ninfa di sorgente più famosa della mitologia romana.
Moglie di Giano, era la madre di Turno, re dei Rutuli ed avversario di Enea.
Su di lui pendeva un oracolo secondo il quale sarebbe morto per mano di Enea, figlio di Venere.
La ninfa si oppose con tutte le sue forze all' avverso destino del figlio, ma nulla potè contro di esso.
Alla fine, Enea, cui Turno era diventato acerrimo nemico per avergli portato via Lavinia, figlia di Latino, Re del Lazio, finì per ucciderlo.
Alla fonte di Giuturna, nel Foro Romano, la leggenda narra che si siano abbeverati i cavalli dei Dioscuri:Castore e Polluce.

 

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PATAMEIDI: ninfe dei fiumi

Erano fanciulle e ancora vergini, di età assai giovanile. Loro compito era proteggere la natura, renderla piacevole e lussureggiante.
Altro compito, quello di proteggere gli amori appena sbocciati, per cui erano invocate da fidanzati, i quali andavano a bagnarsi nelle acque di fiume invocando la fertilità per dopo le nozze.

Erano anche guaritrici e le acque in cui vivevano erano benefiche e curatrici di diverse malattie, compresa quella della sterilità (incubo per molte donne)
Erano mortali, ma vivevano a lungo ed eternamente giovani, per cui la loro era un’esistenza felice trascorsa tra canti, danze e brevi storie d’amore.
 


DAFNE


Bellissima ninfa dei fiumi, Dafne era figlia di Gea, la Madre-Terra, di cui era anche sacerdotessa.
Dafne era piuttosto refrattaria al matrimonio, come molte ninfe, che preferivano la spensierata vita dell’adolescenza. La sua grande bellezza, però,le attirò inevitabilmente l’attenzione di molti corteggiatori, così come il latte attrae le mosche.
Due in particolare: Apollo e un certo Leucippo.
Dafne respinse anche loro, come avev fatto con tutti gli altri.
Leucippo, però, riuscì a starle vicino ricorrendo ad un ingegnoso stratagemma: si travestì da donna ed entrò  far parte del gruppo di compagne, altre ninfe, con cui di solito si intratteneva sulle sponde dei fiumi.
Apollo scoprì l’inganno e per liberarsi del rivale escogitò un sistema davvero particolare e crudele: indusse le ninfe a bagnarsi nelle acque del fiume e quando le ninfe scoprirono la diversità di quella che credevano una loro compagna, l’assalirono e l’uccisero.
Apollo, però, con il suo stratagemma non riuscì che a farsi respingere per l’ennesima volta dalla sua bella.
Per sfuggirgli,  inseguita da Apollo, Dafne invocò il soccorso materno e Gea, la Dea-Madre, la trasformò in alloro, la corona dei poeti e dei cantori.

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Boschi, sorgenti, ruscelli, insenature; imbocco di  grotte, screpolatura di rocce, anfratto di scogliere… è qui che si incontrano le prodigiose creature della fantasia e della mitologia.
E’ qui che vivono Fate e Folletti, Ninfe e Sirene, ma anche Maghi e Streghe, Gorgoni e Moire.
E’ qui che si incontrano, dove non passa orma, non s’ode suono, voce o respiro umano: spazi invisibili, mondi celati e sconosciuti, i cui magici battenti sono aperti solo alla fantasia ed al sogno.
E’ l’universo del Fantastico: Fiaba e Fantasia. Leggende e racconti che si tramandano a voce per generazione o che si scoprono o… “riscoprono” aprendo le pagine di un libro polveroso dimenticato in soffitta.
 

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La letteratura fantastica, in realtà, ha una lunga, lunghissima tradizione. Si sviluppa nella seconda metà dell’800, ma affonda le radici in un passato assai più lontano.
Nasce dal mito, dalla metafora, dalla magia e dal surreale e l’elemento dominante è la meraviglia, lo stupore e perfino la paura.
C’è differenza, infatti, tra il genere Fantasy  e il genere  Fiabesco.
Il primo sollecita paura, angoscia ed inquietudine e lo fa attraverso la scelta delle ambientazioni: cimiteri, sotterranei, castelli medievali, cripte, i quali sono percepiti come reali, verificabili e possibili.
Nella fiaba, invece, i personaggi e le ambientazioni appaiono subito come irreali e impossibili… teoricamente… in realtà, orchi e lupi cattivi hanno piacevolissimamente terrorizzato la nostra infanzia.
 

La tradizione fantastica europea ha radici soprattutto nel mondo celtico, eppure, questa non esisterebbe, se non alla luce della mitologia classica: fate e streghe, folletti e gnomi, sono l’eco di ninfe e maghe, geni e satiri che le culture successive e soprattutto la Chiesa Cristiana, ha ridotto a dimensione di favole. (dal momento che non poteva completamente cancellarla)

Tutti i popoli, di tutte le epoche, annoverano nel proprio patrimonio culturale la presenza di bellissime fanciulle dotate di poteri magici e sovrannaturali.
Fanciulle pronte ad elargire favori, ma anche a spargere disgrazie.
Sono stati dati loro nomi diversi e attribuite loro diverse funzioni, ma il concetto e sempre stato il  medesimo:  Fata – Strega – Ninfa – Furia… Sirena.
                    

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Ma… un modo c’è per recuperare quel magico splendore?
Se si possiede un pizzico di magia, un briciolo di fantasia, non si avranno difficoltà a varcare la Magica Soglia di un mondo meravigliosamente inatteso.
A chi si sveglia dal sonno e continua a sognare o a sentire intorno a sé brusii, fruscii e ronzii… ebbene, ha ottime possibilità di fare straordinari “incontri del terzo tipo”… ad una condizione, però, che sappia “guardare” con gli occhi di un bambino.
Quali, di queste prodigiose creature potrebbero farsi avanti per prime?… Forse una Fata?

 

LE FATE

 

 

Fatoa, per latini, greci e romani, era il nome del Genio Femminile dotato di poteri sovrannaturali,  capace di operare meraviglie.
Nella cultura celtica le Fatuoe  erano le compagne degli gnomi, anche queste dotate di particolari poteri, tra cui quello di predire il futuro.
Tutte, però, avevano il potere di trasformare qualcosa in qualunque altra cosa. (basti ricordare la maga Circe e la sua abitudine di trasformare gli uomini in animali).
Le leggende medievali, infine, grondano di magia, artifici ed incantesimi.
Proprio nel Medio Evo, i racconti di miti della cultura del Nord, tramandati a voce, conobbero il momento di maggior diffusione.
I miti, però, non sono solamente e semplicemente favole. Da sempre costituiscono lo strumento con cui l’uomo da voce e forma a tutte quelle esigenze che esulano dalla sua razionalità: il mito non fornisce spiegazioni (come invece fa la Storia), ma svela sentimenti e sensazioni nascosti ed inconfessabili.
Lo strumento in questione si chiama Magia e Incanto e le Sacerdotesse di questo “Culto” si chiamano Fate, Streghe, Ninfe o hanno altro nome.

Le Fate hanno molti nomi, ma quello più consono alla loro natura è certamente “Dame degli Elementi”, poiché gli elementi della Natura, e cioè Acqua, Fuoco, Terra e Aria, fin dai tempi più antichi ed in ogni cultura, hanno sempre fatto parte della Magia e la Magia e sempre stata parte integrante della vita quotidiana.

I poteri delle Fate sugli elementi della natura sono straordinari:I poteri delle Fate sugli elementi della natura sono straordinari:

 

LE  FATE  del  FUOCO

 

 

Le Fate del Fuoco sanno produrre scintille dal nulla,

accendere fuochi, falò e incendi,

pilotare incandescenti colate laviche…
-
 

 

 

LE FATE della TERRA

 

 

Le Fate della Terra si divertono a scavare orridi e voragini

, ma si impegnano anche a coprire di lussureggiante vegetazione

territori rocciosi e regioni vulcaniche.

 

LE  FATE  dell'ARIA

 

 

- Le Fate dell’Aria sono in grado di scatenare tempeste o farle cessare,

sanno creare vortici e trombe d’ari

a e scatenare venti…

 

LE FATE DELL'ACQUA

 

 

Le Fate dell’Acqua sono capaci di far sgorgare acqua dal suolo, provocare inondazioni o farle arretrare, portare acqua nei posti aridi e desertici….

E poi ci sono le Fate della Luna, le Fate del Ghiaccio e quelle del Mondo dei Sogni; non mancano le Fate che di notte proteggono il viandante o il solitario. Ovunque! Le fate sono ovunque.

Ma, se non sono impegnate con tempeste o sorgenti d’acqua o a rendere sicuro il cammino del viandante o piacevoli i sogni dei dormienti…. che cosa fanno le Fate? Come trascorrono il loro tempo?
Facendo di tutto ed occupandosi di tutto. Proprio come gli umani.
Immerse in un’atmosfera di idilliaca armonia, naturalmente, lungo argini informi di chiassosi corsi d’acqua, tra le radici di annose querce, tra avanzi gloriosi di antichi ruderi. E ancora, sulle soglie degli usci di grotte ed anfratti o tra le fondamenta dei fantastici castelli di roccia e di ghiaccio, costruiti da venti e piogge.

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.... potrebbe  trovarsi addirittura contenuta in una sfera di cristallo...

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Se siamo in gita e stiamo attraversando questi boschi delle meraviglie, queste isole dei desideri, potrebbe capitarci, soprattutto se siamo un po’ distratti, di sentire sulla nuca come un tocco d’ala o sulla guancia la carezza di un velo o alle spalle l’eco di un sospiro o il calore di uno sguardo…
Ancor di più se è notte e c’è la luna piena.
Sono le Fate. Leggere e inafferrabili come farfalle.
Invisibili. Certo!
A guardarsi intorno con gli occhi dei bambini, però… forse…
Se ci si imbatte in informi gradini affioranti dal suolo, si potrebbe anche vederli trasformare in un scalinata ornata di fiori e rampicanti, che si spinge fino ad una piccola fenditura di un contorto tronco di quercia.
 

A meglio osservarla, però, quella non ci appare più come semplice fenditura… assomiglia più ad una soglia… la soglia di una porta ornata di fiori e ghirlande e…. ad osare spingervi dentro lo sguardo… oh! non c’è parola che possa esprimere la meraviglia: là dentro, dentro quel tronco d’albero, si nasconde la casa di una Fata. 

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A guardarla bene, potremmo scoprire che assomiglia proprio alla casa dei nostri sogni

 

 

 

 

Recitava il grande William Shakspeare

       “Se vedi un cerchio delle Fate
        in una distesa d’erba
        Tieni il passo molto leggero
        lì intorno
        E passa camminando
       

 

 

 

 

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E’ facile, dunque, che le creature del “piccolo mondo” si stiano aggirando proprio nei paraggi, tra erba, campanule(il fiore preferito) e un rivolo d’acqua.
Ma, se per noi basta un salto per attraversarlo, per le piccole creature occorre un ponte o una barca.
Con un po’ di fortuna possiamo assistere ad un prodigio: un colpo di bacchetta magica ed ecco materializzato un bel ponte ornato di rami e rampicanti e se siamo molto fortunati, possiamo veder transitare su quel ponte la Fatina e il suo Principe Azzurro.
 

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Qualcuno, più fortunato ancora, potrebbe perfino assistere ai loro giochi e vederle danzare.
Vedrebbe soprattutto le graziose, aeree Silfidi, le Fate dell’Aria, che danzano sui prati fra erba e fiori.
La loro casa si trova in grotte ed anfratti, ma è utile sapere che queste splendide e fantastiche creature hanno l’abitudine, di notte, di raccogliersi intorno al fusto di qualche albero per le loro danze aeree.
Ad accompagnare le danze non mancano suoni e canti.


 

Il canto delle Fate, naturalmente, è dolce e soave.
Se si ha la fortuna di sentirle cantare ti riempiono il cuore di gioia e se di fortuna se ne avesse davvero tanta, si potrebbe ascoltare il suono magico ed incantato delle loro arpe: si dice che alcune note donino una pace profonda o un sonno ristoratore.
 

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Non è escluso che si possa anche sorprendere qualcuna di loro occupata in faccende domestiche. Sorprenderla,  mentre lava gli splendidi, coloratissimi veli, trasparenti come ali di farfalle e metterli ad asciugare su lunghissime corde… potrebbe anche mostrarci il suo ricamo…


Se poi qualcuna di loro si lascia avvicinare mentre si prepara il pranzo… rigorosamente vegetariano, naturalmente… un invito a pranzo è davvero assicurato.
 

Ma... potremmo anche sorprenderne qualcuna addormentata...

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Ecco chi sono le Fate. Alcune di loro sono note, altre no! Più note sono sicuramente quelle che si incontrano aprendo un vecchio libro impolverato ma carico di magico splendore: Campanellino, Trilli, Viviana, Morgana, Mève...
Le conoscete?… Sì?… No?… Andiamo a conoscerne qualcuna.

 

 

 

 

 

 

ME’VE: la Fata dell’Amore

Il principe Condlé è un giovane bello e prestante e tutte le ragazze del regno sono innamorate di lui. Perfino Mève, la più bella fra tutte le fate celtiche, arde d’amore per lui.
Un giorno, mentre il principe è a caccia con il Re, suo padre, ed alcuni amici, la Fata decide di comparirgli davanti.
Appare a lui soltanto.
Il gruppo di cacciatori sta riposando all’ombra di una grossa quercia, impegnato in piacevole conversazione, e non si accorge di nulla.
Anche il bel Condlé sta discutendo di cervi e caprioli, ma, d’un tratto, ecco comparire una bellissima creatura vestita in modo assai diverso da tutte le donne del Regno.
I capelli sono una fiammeggiante cascata ornata di preziose gemme ed umili fiori di campo e la veste è uno svolazzante mantello trasparente in cui l’intera foresta che li circonda sembra andare a specchiarsi. Anche la tunica, sotto il mantello, è vaporosa e candida come una nuvola attraversata dai raggi del sole di primo mattino.
E’ vaporosa e morbida,  trattenuta in vita da un tralcio di  fiori. Molto diversa dalle tuniche trattenute da corsetti di cuoio indossati dalle donne del Regno.
Il suo sorriso è smagliante ed ammaliatore.
“Chi sei?” domanda il principe.
“Vengo dalla Terra-dei-Viventi, dove non c’è morte, né peccato, né errore.”
“Con chi stai parlando, figlio.” domanda il Re, a cui la Fata è invisibile.
Il principe sta per prendere la parola, ma la Fata lo anticipa e pur continuando a rendersi invisibile, fa udire la sua voce.
“Tuo figlio, o Re, sta parlando con una creatura che non aspetta né morte, né vecchiaia. Io sono Mève, Dama dell’Amore e della Gioia e invito tuo figlio a seguirmi nella Terra-della-Gioia.”
Poi, al principe:
“Vieni con me, principe Condlè. – dice – Vieni con la Fata Mèvè, bel giovane dal collo ornato di collari d’oro. Vieni, bel giovane dalla chioma bionda e dal bell’incarnato e la tua bellezza non svanirà mai e la tua giovinezza durerà in eterno.”
Preoccupato e anche spaventato, il Re invoca l’aiuto del suo sacerdote-druido il quale pratica un incantesimo che costringe la Fata a rinunciare all’amore del bel principe.
Prima di allontanarsi, però, Mèvè gli consegna un dono: una mela.
Tornato a Palazzo, il ragazzo si ammala e non vuole altro cibo che quella mela la quale, miracolosamente, dopo averlo nutrito, continua a rigenerarsi.
Passa un po’ di tempo, ma le condizioni del giovane peggiorano e finalmente, un giorno, la Fata Mève si presenta a Palazzo e questa volta nessuno osa contrastarla.
Il giovane riacquista la salute e decide di seguire la sua Fata dell’Amore con cui vivrà per sempre felice e contento.
(analogie con la favola: “La bella addormentata nel bosco”

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VIVIANA – La Dama del Lago

 


Nella confusionaria ed ingarbugliata Saga di Re Artù, di cui questo fantastico personaggio fa parte, non è facile seguirne linearmente le vicende.
Viviana è una Fata giovane e bellissima ed anche molto generosa e pronta ad aiutare gli altri. Ma è, al contempo, straordinariamente astuta e caparbia ed ottiene sempre quello che vuole.
Vive in un palazzo in fondo al lago, ma di tanto in tanto raggiunge la superficie.
E’ proprio durante una di queste emersioni che il vecchio mago Merlino la vede e se ne innamora perdutamente e per lei è disposto a tutto.
A Viviana non dispiace del tutto la corte del potente mago, perché le da la possibilità di scoprire la Magia e così, sarà lei che consegnerà a Merlino la spada Exalibur che Artù dovrà estrarre dalla roccia.
Merlino, però, è impaziente e per ottenere i suoi favori arriva a trasformarsi in un avvenente giovanotto.
La bella Fata, però, non ci casca e per concedersi, gli chiede ed ottiene tutti i segreti dell’Arte della Magia.
Alla fine, però, Viviana non mantiene fede alla parola data: non solo non cederà alle lusinghe amorose del vecchio mago, ma riuscirà addirittura a relegarlo nelle profondità di una grotta.
Lasciata la residenza del Lago, forte di tanta potente Magia, Viviana si creerà un meraviglioso castello dove alleverà amorevolmente il nipote, Lancillotto del Lago, rimasto orfano del padre.
Quando il ragazzo, divenuto un giovane forte e coraggioso, diventerà uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda di re Artù, Viviana resterà sola nel suo splendido, immenso, ma deserto castello e di lei non si avranno più notizie.
Non prima, però, che un altro dei Cavalieri, sir Parcifal, le riconsegnerà Exalibur, la spada di re Artù morente, che lei condurrà nella amata Avalon.

(analogia tra questa fiaba e il mito di Teti)


 


MORGANA – La Maga


 
La complicata Saga di Avalon la vuole sorella di re Artù.
Morgana vive in un Castello di cristallo in fondo al mare tra l’Etna e lo  Stretto di Messina. Di tanto in tanto, però lascia la sua trasparente dimora e sale a bordo di un cocchio, anche questo di trasparente cristallo, tirato da sette cavalli alati.
Sale in alto, verso il cielo e da qui, lancia in mare                    
una manciata di sassi che a contatto con la superficie dell’acqua la trasformano in cristallo.
Luccicante come una lastra, la superficie del mare riflette in sé tutto il paesaggio, creando miraggi e spingendo i naviganti verso il naufragio.

Morgana, ci racconta il mito, concepì un figlio con re Artù, ignorando che questi fosse suo fratello.
Il nome del bambino è Mordred e sarà proprio lui ad uccidere Artù, facendo rivivere il mito di Edipo.

Come andarono le cose?
Ingraine, la bellissima madre di Morgana, dagli occhi azzurri e i capelli di fuoco, attirò su di sé le brame di re Uther che riuscì a convincere il mago Merlino ad aiutarlo a conquistare la donna.
Moglie del Duca di Cornovaglia, Ingraine non voleva proprio saperne di Uther e respinse sempre le sue profferte d’amore.
Uther alla fine ricorse all’inganno. Trasformatosi in aquila con l’aiuto di Merlino, raggiunse il castello del Duca e ne assunse le sembianze.
La bella Ingraine si accorse dell’inganno quando era già tardi: dopo nove mesi, la duchessa mise al mondo un bel bambino che, però, dovette abbandonare.
Fu il mago Merlino ad occuparsi del piccolo, allevandolo con amore e fermezza e facendo di lui un cavaliere senza paura e senza macchia: quel bambino si chiamava Artù.
Artù diventerà Re quando Merlino lo condurrà fino alla roccia in cui era conficcata Excalibur, la spada che Viviana,la Dama del Lago, gli aveva consegnato e che solo il cavaliere capace di estrarla sarebbe diventato Re. 

Se da ragazzi Morgana vivrà nel castello di Cornovaglia e Artù nella casa di Merlino, diventati adulti, i due fratelli resteranno sempre vicini e si aiuteranno fino alla morte di Artù, quando la Fata Viviana lo riporterà nell’amatissima  Avalon.